sabato 31 dicembre 2011

Antica Masseria dell'Alta Murgia ad Altamura


"L'attesa del piacere è essa stessa piacere, diceva Lessing in un noto aforisma". Se poi ci aggiungi la sorpresa di mangiar bene a poco prezzo, superando ogni più rosea aspettativa, beh vien da dire che vale la pena di fare 150 km per un'emozione di questo genere. Dopo questo lungo preambolo è bene spiegare meglio e aggiungere le famigerate 5 w:
- dove: a pochi chilometri da Altamura (che partendo da Foggia sono appunto 150 km) all'Antica Masseria dell'Alta Murgia di cui finora avevamo solo letto, ma non avevamo ancora riscontri diretti;
- quando: pochissimi giorni fa (l'emozione è ancora fresca), per la precisione il 29 dicembre. Da specificare che la suddetta attesa non è stata causata dal ristorante, ma solo dalla difficile combinazione della mia presenza in Puglia e degli impegni familiar-natalizi;
- come: ovviamente partendo in macchina da Foggia, con i miei genitori, fidati scudieri in molte esperienze gastronomiche;
- chi: qui c'è un grande protagonista - a parte io e la mia famiglia, un mister X, che a dir la verità si vede solo in foto, ma di cui si sente la presenza nei piatti e negli accostamenti, ma ve lo dico sul perché di chi si tratta;
- perché: eccovi spiegato il mistero del mister X (scusate il gioco di parole) che mistero non è: l'Antica Masseria dell'Alta Murgia è una sala tolta dalle mani della mafia e diventata in poco tempo un vero punto di riferimento enogastronomico della Puglia, perché la sua gestione è stata affidata nientepopodimenoche a Gianfranco Vissani, che ha riportato la masseria ad antico splendore, l'ha resa un resort elegante dove si fanno anche i matrimoni (prenotazioni fino al 2015) e ha creato un ristorante a prezzi davvero concorrenziali, con una carta intelligentemente studiata fra innovazione e cucina e prodotti locali. Ovviamente in cucina non c'è mica Vissani, ma sicuramente c'è qualcuno che da lui ha capito come si fa.
Qualcuno dirà che allora se c'è lo zampino di Vissani c'è poco da sorprendersi se si mangia bene. E sicuramente non si può negare questo, ma la sorpresa è nel menù prima e di conseguenza nel conto: prezzi bassissimi. Si può mangiare un menù degustazione di carne a 30 euro, uno di pesce a 35 (o 45 aggiungendo i crudi), oppure anche alla carta prendendo tutte le portate dall'antipasto al dolce non si superano le 35 euro. Anche i vini hanno prezzi onestissimi, con una buona cantina e ricarichi più che equilibrati, specialmente sui vini locali, ben scelti e ben rappresentati. E non finisce qui: incluso in questi prezzi bisogna aggiungere un servizio ineccepibile, con tovagliato di stoffa, posate d'argento, bicchiere del vino che viene colmato dal cameriere e piattino del pane che viene riempito con solerzia ogni qualvolta la fettina di pane (rigorosamente di Altamura) viene spazzolata.
Ma andiamo alla nostra diretta esperienza gastronomica. E qui viene il bello. I miei hanno deciso di assaggiare il menù di carne, mentre io ho scelto di pescare qua e là dalla carta, non senza assaggiare quello che arrivava ai miei. Tre gli antipasti che si sono avvicendati sul tavolo: dal menù degustazione un rotolino di coniglio con cicoriella selvatica molto simpatico, quindi un tris di fungo cardoncello da applausi, nelle tre versioni il fungo era gratinato, al forno in quenelle e sformato su specchio di crema di parmigiano (premio della critica a questo piatto). Fungo cardoncello anche per me, che ho scelto una zuppetta con il suddetto fungo, i porri e il tonno: la particolarità era che venisse servita una zuppa liquida come antipasto, ma la cosa è stata molto gradita.
Passiamo ai primi, anche questi in tre varianti. Per i miei una zuppa di cicerchie e fagioli molto aromatica, quindi un risotto molto semplice ma saporito con dadini di zucca e salsiccia (salame) tagliata al coltello in piccoli cubetti secondo noi aggiunti a crudo alla fine. Infine il mio primo, anche questo da bis: ravioli di gamberi e astice su crema di broccolo.
Quindi i secondi, uno di carne e uno di pesce. Quello di carne era una meravigliosa costoletta di agnello panata e "formaggiata" servita con broccoli al vapore e una salsina di fungo cardoncello (che non manca mai!); interessantissimo anche quello di pesce che era un filetto di cernia su letto di cicerchie: una specie di zuppa di legumi con sopra il pesce, anche in questo caso particolarmente aromatica e ben equilibrata.
Infine i dolci, in cui si sono avvicendati dei calzoncelli alle castagne molto locali, con degli esempi di piccola pasticceria di cui una tartelletta alla crema, un quadratino di torta di ricotta e uno strepitoso bignè alla nocciola. Entrambi erano serviti con una piccola macedonia di frutta fresca che rinfrescava garbatamente la bocca. Infine il caffè, servito con fave di cacao e un pezzettino di panettone, perché a Natale non può mica mancare.
Vino bianco (cui si aggiunge un bicchiere di spumante rosè a cranio servito con l'appetizer) e tutti gli ammennicoli di cui sopra: 104 euro in 3 persone!!! 

Ps. per dare un'occhiata al menù basta collegarsi al sito dell'Antica Masseria dell'Alta Murgia al seguente link:

mercoledì 28 dicembre 2011

Il Capriccio di Vieste non fa capricci...

Mangiare nei ristoranti di mare d'inverno dà sempre più soddisfazione che d'estate, almeno nei posti di mare. E' vero che un buon cuoco lo è sempre, ma le materie prime e la mancanza di affanni dell'inverno sono sempre forieri di grandi esperienze. Ho sempre detto che Leonardo Vescera è un gran professionista e si conferma ancora con un piacevolissimo pranzo di Santo Stefano che si è integrato in maniera meravigliosa con una progressione mangiatoria 24-25-26 che non vi sto a raccontare...
Torniamo al Capriccio. Innanzitutto la location: il locale non mi ha mai fatto impazzire, a parte il fantastico dehor estivo sul molo, in mezzo alle barche, che però non è certo proponibile a dicembre. Sicuramente la killer application sono però le ampie vetrate e con una giornata di sole e di cielo tersissimo era un piacere mangiare quasi in mezzo al mare.
Quindi il mangiare. Abbiamo lasciato carta bianca a Leonardo e lui ci ha preparato una serie di assaggi di antipasto che ci hanno preparato ben bene al resto del pranzo. Prima uno strepitoso gambero spadellato freschissimo, quindi una tartare di dentice che a prima vista poteva sembrare un omogeneizzato ma all'assaggio risultava delicatissima, infine i gamberi in tempure con le verdurine croccanti che sono un vero cavallo di battaglia.
I primi erano invece due: delle orecchiette con cavolfiore, cozze, gamberi e colatura d'alici (geniali); poi delle tagliatelle fatte dalle sue manine dorate con un ragù di cernia con qualche pomodorino (meno innovativo, ma molto ben riuscito).
Infine come secondo è arrivato un dentice freschissimo (Leonardo ci ha detto chi l'aveva pescato e mancava solo che ci mostrasse la carta d'identità) accompagnato da purea di fave con un ciuffetto di cicoria ripassata.
Ovviamente potevamo farci mancare i dolci? No, e anzi qui abbiamo avuto ampia scelta. Io ho preso un savarin bagnato con abbondante rum invecchiato (Leonardo li colleziona); poi sulla tavola c'era anche il tiramisù rivisitato; un fagottino di pasta fillo con uvetta, pinoli e crema al calvados; un tortino caldo di cioccolato fondente; una strepitosa mousse di cioccolato bianco servita con crema ai fichi d'india. Spettacolo!
Per concludere un passitino di Pantelleria non si nega a nessuno... un caffè e via!

Ps. per trovare informazioni e farvi un'idea, vi consiglio di visitare il sito del Capriccio al link di seguito:
http://www.ilcapricciodivieste.it/

domenica 18 dicembre 2011

Al Convento di Cetara


Tre gamberi sono tre gamberi. È quello che abbiamo pensato a fine pasto al Convento di Cetara. Un posto davvero interessante sia dal punto di vista estetico – siamo davvero in un convento – che da quello gastronomico. Un percorso attraverso i sapori della tradizione, pur con qualche innovazione e idea intelligente, che non delude. Per avere una panoramica completa abbiamo scelto di assaggiare il menù degustazione e farci prendere per mano e portare lungo questa strada alla scoperta dei sapori di Costiera. E per non farci mancare nulla, abbiamo chiesto di assaggiare entrambe le varianti (ci sono un paio di opzioni sia per i primi che per i secondi), in modo da poter fare il nostro tradizionale “sharing” delle portate e assaggiare davvero tutto.
Eccoci quindi ai piatti: si comincia con un antipasto misto che altro non è che un elogio dell’alice di Cetara (con qualche piccola deviazione sempre marinara). Marinata, of course, ma anche sott’olio con il pomodoro secco dolcissimo, panata e fritta con una fettina di provola affumicata al centro (l’abbiamo ribattezzato “sofficino di alici” e l’abbiamo trovato geniale!), in polpetta con uvetta e pinoli sempre fritta (la mia preferita), in scapece (già fritta, ma poi ripassata in aceto e conservata). Già qui eravamo in solluchero!
L’apoteosi è arrivata però con i primi, che per quanto erano semplici e buoni ci hanno decisamente conquistati. Sembrerà banale, ma si poteva non assaggiare lo spaghetto con la colatura di alici a Cetara? La tragedia è che, pur avendo acquistato la colatura, dubitiamo che ci possa venire altrettanto buono se ce lo cuciniamo da soli! Molto meno scontata l’altra proposta di primo: ziti spezzati con genovese di tonno. A quanto pare questo è un vero cavallo di battaglia del Convento e devo dire che il perché ci è sembrato più che comprensibile. Avete presente quelle genovesi della nonna dolcissime (mia nonna, napoletana di origine, ne era un’artista), con la cipolla pressoché spappolata che è diventata quasi una crema? Ecco, era una cosa del genere, ma con questo “quid” in più che era l’aggiunta di tocchetti di tonno.
Quindi i secondi. Da qui una lieve discesa, non perché non ci siano piaciuti (anzi), ma perché ci è sembrato che la genialità si fosse esaurita nei piatti precedenti. Fra i secondi, infatti, abbiamo assaggiato una buona frittura di paranza, molto ben rappresentata, e una “bistecchina” di tonno al sangue ma non troppo. Entrambi piatti senza difetti, a parte il fatto che fossero già molto visti e ci sembrassero meno caratteristici dei precedenti.
I dolci non sono della casa, ma sono scelti con cura dal patron. Un tempo se ne occupava Sal De Riso, ma poiché è diventata una mezza industria, oramai i locali diffidano di lui. Per questo adesso il posto è stato lasciato a “Umberto Dessert”, che ci ha proposto un babà bagnato come piace a me (molto umido, ma con una bagna dolce e poco alcolica) e una fettina di una torta che sembrava un tiramisù rielaborato. Questo secondo dolce era un po’ Derisiano, a metà fra semifreddo e torta tradizionale, eppure mi è sembrato più “puro” di quelli che attualmente propone De Riso. Quindi complimenti al Convento anche per l’ottima scelta del fornitore.
Ps. Notizia in anteprima: sembra che la Cuopperia del Convento aprirà il prossimo anno a Roma. Ci hanno detto che mancano solo le firme… E sarà presente – da aprile – nella sede romana di Eataly!!!

Pps. se volete visitare il sito di questo locale cliccate sul seguente link:

venerdì 16 dicembre 2011

Sal De Riso a Minori


Benvenuti a Lakawanna, alla fabbrica dei dolci di Buddy, il boss delle torte… Ah, no, siamo a Tramonti e quella è la fabbrica di Sal De Riso! Eccoci nel nostro weekend in Costiera Amalfita a passare, per caso, anche davanti alla sede principale da cui partono tutte le Delizie al Limone di De Riso. Per qualcuno potrebbe essere una specie di paradiso. Noi non ci siamo entrati, ma dall’esterno le dimensioni da fabbrica e i mega-camion (che probabilmente caricavano i panettoni da 26 euri l’uno da mandare in tutta Italia) non promettevano nulla di buono.
Ovviamente non ci siamo limitati all’occhiata esterna, ma abbiamo anche dato un assaggio ai dolci nella sua sede storica di Minori, giusto di fronte alla spiaggetta.
Devo dire che le impressioni sono alterne: da un lato i dolci della tradizione, che non sono affatto da disdegnare; dall’altro le innovazioni, che secondo me sanno tutte un po’ uguali… Il motivo è presto detto: sono dolci pre-preparati. Per far fronte agli attuali volumi, De Riso si è inventato una serie di preparazioni a metà fra torte e semifreddi. Anche le stesse delizie al limone tanto rinomate sono un po’ così.
È questo che ci lascia un po’ perplessi di De Riso. È un grande pasticcere, quando lo vedi amalgamare creme in tv ti accorgi di come abbia quel tocco particolare. Ma ha probabilmente perso il suo smalto a vantaggio del business.
E a proposito di business, nel negozio di Minori c’è l’intero catalogo dei panettoni “artigianali” da 26 euro cad., le confetture, marmellate, cioccolate, limoncelli, creme e cremine… E poi la novità sul salato. Io ero andata lì tutta speranzosa con l’intenzione di assaggiare un fetta di focaccia o una sfoglia fresca. Macché: i salati sono solo surgelati e all’occorrenza ne viene passata in forno una fetta. Oppure la comprate da internet, dove si trovano focacce, torte di patate, quiche e chi più ne ha più ne metta!

Ps. per visitare il suddetto sito e vedere con i vostri occhi il suddetto catalogo cliccate sul link di seguito:

domenica 11 dicembre 2011

Osteria Reale a Tramonti

Fidandoci di una guida siamo arrivati sul cucuzzolo della montagna a Tramonti. Venivamo dalla Costiera, dove tutto è difficile e costoso: mangiare, parcheggiare, respirare... Ed eccoci all'Osteria Reale, dove abbiamo trovato pane per i nostri denti e un'occasione di relax e buon mangiare a prezzi concorrenziali! Una cucina prevalentemente di "montagna", che rispetta bene le tradizioni della sua terra, molto lontana da astici e champagne da Costiera.
Si comincia con l'antipasto della casa, con qualche frittatina, il fagottino di pasta sfoglia e naturalmente salumi e formaggi della zona. In accompagnamento, abbiamo preso anche la parmigiana di melanzane e alici: una cosa davvero fenomenale!
Spettacolo anche nel primo piatto, che ci ha colpito per la sua delicatezza, nonostante gli ingredienti affatto leggeri. Si trattava di gnocchetti (più simili ai maccheroncini al ferretto) con guanciale e castagne. Il tutto creava una cremina saporitissima davvero da bis!
E ancora un secondo: filetto maiale con pomodori secchi e contorno di patatine a sfoglia al forno. Anche questo meritava davvero, sia per la consistenza del maiale morbidissimo, che per i pomodori secchi ma dolcissimi e per niente salati.
Per concludere, un assaggio di crostata con le castagne, ma in questo caso non si può dire che fosse delicata, quanto piuttosto un po' pesantuccia...

Ps. se volete dare un'occhiata al posticino, questo è il loro sito:
http://www.osteriareale.it/

domenica 4 dicembre 2011

Brunch al CO2: american style

Davvero molto americana la formula di questo brunch a due passi da piazza Navona. Molte uova, patate e soprattutto l'arrosto! Insomma un sunday roast in piena regola... Complessivamente è buono: ci sono piaciuti soprattutto l'arrostone di cui sopra, le crocchette di pollo, il gateau di patate. Senza contare i dolci, che qui sono a regola d'arte: pancakes in quantità, french toast, una torta di cioccolato, una di mandorle, la red velvet e, dulcis in fundo, una cheesecake da paura! Ah, e c'è anche l'omino che confeziona le omelette espresse con i condimenti che si preferiscono (formula molto da resort di lusso), peccato per la fila lunga chilometri che fa rinunciare i meno motivati.
Insomma, questo brunch ci è sembrato simpatico nella formula, meno nel trattamento generale. Avevamo prenotato, specificando di volere un tavolo e invece, nonostante varie insistenze, non siamo state accontentate e ci hanno dato 3 posti uno in fila all'altro sul tavolone centrale (alle 2 passate mica a mezzogiorno!).
Quindi la questione "succo d'arancia", che ha fatto dispiacere la mia amica che ne ha ordinati due. Dany, non ce l'ho con te, ma per 5 euro a bicchiere almeno ti avrebbero dovuto portare un bicchiere di spremuta d'arancia espressa!
Il costo complessivo è di 25 euro, che ci sembrano adeguati al fatto che non vengono offerti solo farinacei, ma anche carne e per di più ci sono due buffet con servizio (l'arrosto e le omelette), insomma quantomeno devono pagare l'omino che affetta e quello che gira la frittata! Meno adeguati, come già accennavo, i prezzi delle bevande che, a parte il caffè americano, non sono inclusi.

Ps. se volete sapere qual è il mio brunch preferito a Roma cliccate sul link di seguito:

giovedì 1 dicembre 2011

Orecchiette con le cime di rape e sardine Angelo Parodi

Partecipo nuovamente a un concorso di ricette. Questa volta i protagonisti sono due: uno è il blog, cioè Il Polipo Affamato; l'altro sono i prodotti Angelo Parodi, il marchio che ha bandito il concorso. Si tratta di prodotti quali tonno, sgombro, sardine ecc. Insomma, pesci in scatola, ma di buona qualità. Mica pizza e fichi, come dicono a Roma...

La ricetta del giorno è un classico pugliese, con una piccola rivisitazione per abbinare nel modo giusto un prodotto Angelo Parodi. Ma non in modo pretestuoso, ma semplicemente nel modo migliore per esaltare sia il prodotto in questione che la ricetta stessa.

Parliamo di "ricchitelle alle cime di rape", con un'aggiunta di sardine che ha dato un pizzico di sapore di mare in più.

Ingredienti (per 4 persone):

- mezzo chilo di orecchiette (pasta fresca, anche meno se si usa la pasta secca). Io avevo in dispensa una buona versione artigianale di orecchiette e cicatelli fatti con farina di grano arso, non proprio pasta fresca, ma quasi.
- mezzo chilo di cime di rape pulite (mi raccomando le cimette ci devono essere in abbondanza).
- 4-5 alici sott'olio.
- 1 confezione di sardine Angelo Parodi.
- abbondante olio extravergine d'oliva.
- 2 spicchi d'aglio.
- peperoncino a piacere.
- sale grosso.

Procedimento:

Per prima cosa bisogna mettere l'acqua a bollire in una pentola capiente. Nel frattempo sciacquate le cime di rape già pulite. Appena l'acqua bolle, calate le cime di rape nella pentola e lasciatele cuocere per 5-10 minuti (devono ammorbidirsi, ma non proprio spappolarsi), insieme a una presa di sale grosso. L'acqua diventerà verde, perché le cime di rape cederanno inevitabilmente un po' di clorofilla. Non è un male, anzi. Così l'acqua rimane saporita e pronta per accogliere le orecchiette.

Attenzione: non si deve assolutamente scolare la pentola con le cime di rape. Anzi. Con tanta cura e una schiumarola, bisogna raccogliere tutte le cime di rape e appoggiarle nel colapasta affinché scolino bene l'acqua di cottura. A questo punto, nell'acqua ancora bollente e già salata, vanno calate le orecchiette (nel mio caso, come spiegavo, era un misto di orecchiette e cicatelli di grano arso, ovviamente tutto made in Puglia).

Nel frattempo che le cime di rapa scolano e le orecchiette cuociono, si prepara il soffritto che darà sapore e ricchezza al piatto. In una saltapasta va messo abbondante olio evo, un paio di teste d'aglio pulite (a seconda di quanto si ama, si può indifferentemente sminuzzare o lasciare intero in modo da poterlo togliere prima di impiattare), il peperoncino fresco (anche questo in quantità pari alla tolleranza) e le acciughine che nell'olio bollente si disferanno completamente.

Solo quando l'olio è bollente vanno calate le cime di rape, ma attenzione a non fare troppo presto questa operazione. Non devono cuocere, ma solo insaporire con l'olio: regolatevi con la cottura della pasta. Quando mancano circa 5 minuti dal momento in cui scolerete le orecchiette gettate le cime di rapa nell'olio.

Nel frattempo aprite la scatola di sardine, scolatele un po' e togliete le lische. Vanno messe a crudo sui piatti alla fine, ma è necessario che siano già pronte in modo che l'operazione sia il più veloce possibile.

Eccoci all'ultimo step. Scolate bene le orecchiette (adesso l'acqua può andare nel lavandino) e unitele alle rape nella saltapasta. Appunto, saltate la pasta per bene, amalgamando tutto il composto e aggiungendo ancora un filo d'olio a crudo.

E' il momento quindi di impiattare. Consiglio, se li avete, dei "cocci" come quello della fotografia: mantengono il calore meravigliosamente e la pasta rimane calda fino all'ultima forchettata. Quindi dosate bene orecchiette e cime di rape (fifty-fifty) per tutti i commensali e cospargete con generosità le sardine.

Il piatto è pronto e, garantisco, è da leccarsi i baffi!!!

Ps. per visitare il sito del concorso basta collegarsi al seguente link:
http://blog.angeloparodi.it

giovedì 24 novembre 2011

Antipasto di Fave e cicoria

Come saprà chi legge abitualmente il blog del Polipo Affamato, ho partecipato al contest di Olivia e Marino organizzato da Giallozafferano. Lo scopo? Inviare una ricetta per un antipasto che coinvolgesse i prodotti Olivia e Marino e che rappresentasse, grazie a uno degli ingredienti, una regione d'Italia (non necessariamente la propria). Per appartenenza ho scelto ovviamente per prima cosa di proporre un antipasto preso al 100% dalla tradizione pugliese: fave e cicorie. In alcune zone lo chiamano il "Macco" ed è uno dei miei piatti preferiti.

L'idea di farlo diventare un antipasto non è male alla fine, visto che la presentazione è riuscita molto bene, purché fave&cicoria sia servito caldo, altrimenti la purea di fave diventa un blocco unico. Dalla foto potete vedere che ci sono due listarelle di cipolla: la loro funzione sociale è prettamente estetica, ma (se vi piace mangiarle crude) non ci stanno male neanche di sapore. Infine le sfogliatine Olivia e Marino. Beh, sicuramente sveltiscono la pratica e aiutano la presentazione. Queste sono aromatizzate al pomodoro e basilico. Insomma, non erano malissimo, ma se non avessi avuto l'obbligo di metterle, sempre per rimanere in Puglia, avrei preferito fare delle belle sfoglie di pane di Monte Sant'Angelo o di Altamura affettato sottilissimo e tostato in forno con un filo d'olio.

Di seguito la ricetta:

Per circa 10 coppette: 500 g di cicorie pulite da lessare, 300 g di fave secche decorticate di Carpino (meglio se spezzate), sale grosso, olio extravergine d'oliva, 2 spicchi d'aglio, sfogliatine industriali o meglio di pane casereccio, 1 cipolla rossa per la decorazione

La ricetta si compone di 4 passaggi: cottura fave, cottura cicoria lessata, cicoria ripassata in padella e impiattamento.

1. Per la cottura delle fave di Carpino. Il consiglio è innanzitutto di metterle a bagno, anche il giorno prima, come tutti i legumi. Quindi prima di metterle in cottura sciacquare le fave almeno un paio di volte per ridurre l'amido e quindi lasciare cuocere (partendo da acqua fredda) per almeno mezz'ora: la quantità di acqua deve essere di circa due dita più alta delle fave. Attenzione che non evapori in cottura, controllate man mano che cuoce e se necessario aggiungete un po' d'acqua. Se le fave sono spezzate cuociono più in fretta, anche in 20 minuti. Non vi preoccupate se vedete che si spappolano, tanto si devono frullare. Verso fine cottura aggiungete il sale (grosso, ma non molto, circa un cucchiaino) e assaggiate per vedere se è sufficiente. Frullate il tutto e se è troppo liquido lasciate cuocere ancora un po' per far evaporare l'acqua. La consistenza deve essere quella di una crema.

2. Cottura delle cicorie. Devono essere lavate e mondate, quindi vanno lessate in acqua già bollente e salata con sale grosso per circa 15 minuti. In questo caso occhio a non farle diventare spappolate, anche perché verranno ripassate in padella. Una volta cotte vanno scolate e lasciate da parte. Attenzione: se le cicorie fossero troppo amare (capita con quelle selvatiche) il segreto è di lasciarle in acqua fredda dopo la cottura per qualche ora, quindi scolarle nuovamente.

3. Preparare una padella con abbondante olio e aglio (per chi lo gradisce anche un peperoncino intero ci sta). Quando l'aglio inizia a soffriggere, aggiungete le cicorie già lessate e scolate. Controllate se sono sufficientemente salate, altrimenti aggiungete un pizzico di sale fino. Sono già cotte e si devono solo insaporire, quindi bastano 5-10 minuti.

4. Impiattamento. Ho usato delle piccole cocottine basse (di quelle adatte alle crostatine). Sul fondo ho messo un paio di cucchiai di crema di fave di Carpino, riempiendo le cocottine fino a poco più di metà. Quindi con una forchetta e un cucchiaio ho arrotolato le cicorie come se fosse una forchettata di spaghetti e l'ho adagiata al centro della cocottina, immersa nella crema, quindi ho aggiunto le listarelle di cipolla rossa che mi ero preparata per la decorazione e le sfogliatine ai lati.

Ribadisco: le cocottine vanno impiattate all'ultimo momento con gli ingredienti belli caldi. La crema di fave ha il difetto di cementare in fretta quando raffredda a causa dell'amido.

Nota bene: la ricetta sembra un po' lunga, ma si può anticipare in molti passaggi anche il giorno prima. La crema di fave si può preparare in anticipo e conservarla in frigo. E' probabile che il composto si asciughi un po', ma basta rimetterla sul fornello e aggiungere un po' d'acqua per ritrovare la consistenza cremosa (attenzione però a girare frequentemente se no si attacca sul fondo). Anche le cicorie si possono lessare il giorno prima, ma è meglio ripassarle all'ultimo momento, prima di impiattare (è questione di 5 minuti).

Ps. per votare le "ciammaruchelle di zucchine", ricetta realmente scelta da Giallozafferano per partecipare al contest "Olivia e Marino" cliccate sul link di seguito per le istruzioni:

http://ilpolipoaffamato.blogspot.com/2011/11/ciammaruchelle-di-zucchine-votatele-su.html

martedì 22 novembre 2011

Ristorante la Capagira di Roma versione pranzo

La versione pranzo di questo locale non è, a dir la verità, molto diversa dalla versione sera. Siamo tornati per un "lunch", anche se a dir la verità abbiamo fatto un pranzo a tutti gli effetti.
Piccola netiquette: fuori al locale c'era la lavagna con i menù scontati per il pranzo (18 euro per 1 antipasto e 1 primo, con acqua e caffè; 12 euro solo per 1 primo con acqua e caffè), eppure dentro non ci è stata affatto proposta questa scelta. In verità siamo stati anche noi a non chiederla, attirati dal classico antipasto a 5 portate alla pugliese che è il vero cavallo di battaglia della Capagira.
Si comincia come sempre dai latticini, freschissimi, che consistevano in un nodino a testa, una ricottina e una burratina da dividere. Quindi arriva il classico tortino di polipo e patate (freddo), che in pratica è un purè senza formaggio e con il polipo ben cotto e leggermente acetato. Ancora un assaggio di parmigiana, delicata. Poi le due novità del giorno: uno era il baccalà fritto, asciutto e leggero, l'altro era l'involtino di pesce spada affumicato ripieno di cipolla glassata e servito con zucchine all'aceto balsamico, questo era davvero una gran bella novità!
Quindi i due primi: un piatto era di tagliolini sottilissimi (sembravano quelli di Campo Filone) con ragù di rombo, l'altro erano dei cicatelli fatti in casa (tipo gnocchetti sardi, per chi non conoscesse le paste della tradizione pugliese) con frutti di mare. Entrambi erano complessivamente buoni, sia per la corretta cottura della pasta, che per la freschezza del pesce. Peccato, per entrambi, per la nota eccessivamente sapida. Insomma, leggermente salatucci... Purtroppo con il pesce capita: non bisognerebbe salarlo affatto perché, alla fine, viene o non viene dal mare?
Niente secondi né dolci perché eravamo già strapieni... In abbinamento una bottiglia di Candido Vigna Vinera che non era affatto male. Alla fine dei conti, 35 euro a testa (vino incluso) e comunque siamo stati più che soddisfatti e con piacere abbiamo notato che questo localino pugliese attira clientela anche a pranzo.

N.b. Non è la prima volta che scrivo sulla Capagira. Vi copincollo di seguito il link alla precedente esperienza:

lunedì 21 novembre 2011

Urbana 47 a Roma: una bella scoperta!

Sia lodato Via dei Gourmet!!! E' grazie a questo utilissimo sito di recensioni che soprattutto noi gastroaddicted romani possiamo mangiare in ottimi ristoranti, spesso ignorati colpevolmente anche dalle guide come il Gambero. Perché devo dire che mi ha stupito moltissimo non trovare Urbana47 nel novero dei posti da visitare a Roma (nella guida nazionale 2012).
A parte la critica alla fenomenologia delle guide ai ristoranti, parliamo di questo locale un po' radical-chic, che mescola moderno e modernariato, tradizione e innovazione, km0 e ricerca del meglio (perché non si deve andare lontano per trovare le buone, anzi ottime, materie prime).
Ci è piaciuto molto il menù a forma di taccuino, dove si trova il prezzo di tutto: cibo, vini e arredi. Ci è piaciuta anche la formula menù: l'importante è che tutto il tavolo sia d'accordo a spararsi 3-4 portate, poi ognuno può scegliere ciò che preferisce. Ci sono piaciuti meno solo i prezzi: un po' cari per una trattoria, per quanto gastro-chic (ma ci salvano i menù). E forse ci è sembrato un po' troppo risicato il menù, che contiene si e no 15 piatti, per tutte le portate. Però va detto che si tratta per lo più di piatti talmente universali da non scontentare nessuno.
Passiamo al cibo e premetto che vi risparmio un "buono" o un "ottimo" per ciascun piatto: datelo per assodato!!!
Eravamo in 4 e abbiamo preso il menù da 3 portate + dolce (42 euri a cranio). Come dicevo ognuno ordina per sè, però giustamente il solerte cameriere ci ha pregati di non ordinare 4 cose diverse per ogni portata (e, antipasti a parte, l'abbiamo accontentato).
Antipasti: abbiamo assaggiato il Maccarello affumicato al ciliegio (che era un carpaccino fenomenale, accompagnato da cimette di cavolo cimone croccanti); il primosale di bufala alla piastra con verdura croccante e salsa di pomodori verdi piccanti (molto apprezzato, ma si avverte che non solo i pomodori sono piccanti, anche se non troppo); la parmigiana di broccoletti con filetto di spatola che era da urlo e devo provare a riprodurre!!!
Primi: qui abbiamo scelto i due cavalli di battaglia della cucina romana (amatriciana e cacio e pepe) per scambiarli e confrontarli, nonché votarli. Alla fine il tavolo propendeva più per l'amatriciana (da ola), anche se ha destato molto stupore anche lo spaghetto ai 2 caci e 2 pepi, con una sapiente scelta di caci un po' meno sapidi del solito.
Secondi: anche qui due opzioni sul tavolo. Il famoso Cheeseburger di Urbana47 (servito con chips di patate, confettura di cipolla e maionese home made) e il rosti di patate con puntarelle. Devo dire che il secondo era forse il piatto meno indovinato perché il rosti era un po' troppo morbido, però era compensato da un'insalata di puntarelle delicatissima.
Infine i dolci e qui devo dire che ho rosicato per la scelta, non infelice, ma nulla al confronto... Una delle opzioni, quella che ho scelto io, era il classico maritozzo con la panna servito con un po' di granita di caffè. Buono, niente da dire, ma appena assaggiato il Mont Blanc (rivisitato al bicchiere) mi sono pentita della scelta. Se non altro perché anche solo un cucchiaio prelevato dal bicchiere portava in paradiso...
Insomma: questo locale ci è piaciuto davvero tanto e condividiamo la fama che si è conquistato in poco tempo. Ci ripromettiamo di tornare per il brunch, per assaggiare anche questa formula.

N.b. vi copincollo di seguito il link del post di Luciana Squadrilli (che sottoscrivo in pieno) su Via dei Gourmet:

N.b.b. Per chi vuol dare una sbirciata al menù e ai prezzi, seguite il link di seguito:

Ciammaruchelle di zucchine: votatele su Giallozafferano

Vi piace leggere il Polipo Affamato? Siete appassionati delle mie ricette e recensioni?

Beh, siccome io faccio questo mestiere per la gloria e non certo per un tornaconto personale, per una volta vi chiedo di far voi qualcosa per me: VOTATEMI!!!

Non mi sono candidata ad alcuna elezione, non vi preoccupate...

Solo a un contest, tanto per cambiare di cucina. E sempre per cambiare, sul sito di Giallo Zafferano.
La ricetta che ho creato è quella della fotografia: le ciammaruchelle di zucchine. Ovvero lumachine. Non è un'idea carina?? E giuro che non l'ho copiata a nessuno: è tutta farina del mio sacco!!!

Beh, la faccio breve. Per votare dovete cliccare per aprire il seguente link:


Con questo aprite il sito internet del concorso e potete votare (oltre che leggerla ed eventualmente riprodurla o ancor meglio pubblicizzarla sul vostro Facebook). Attenzione: è necessario essere registrati. Scusatemi se vi costringo a fare una noiosa registrazione, ma è l'unico modo per votarmi. Però, per esperienza diretta, vi prometto che non vi spammeranno...

TUTORIAL:
siccome ci sono stati diversi incidenti di percorso nei tentativi di votazione fatti dai miei amici, vi faccio un noiosissimo tutorial, partendo proprio dalle origini...

Una volta entrati nel link qui sopra, vi ritroverete nella pagina del concorso. In alto, sul menù c'è "registrazione": cliccate lì sopra e compilate il form utilizzando una mail vera. La dovrete tenere sott'occhio perché è lì che vi arriverà la mail di conferma dopo qualche istante. Quindi dovrete appunto aprire la mail di cui sopra e cliccare sul link per confermare la registrazione. A questo punto penserete di essere entrati già nel sito per votare... Non è così facile. Se vi compare l'indirizzo e-mail nel campo username (succede anche questo) voi cancellatelo e inserite la username che avrete scelto, quindi la password. A questo punto sarete entrati come "titolari" e potrete votare. Cercate fra le "ricette degli utenti" le ciammaruchelle di zucchine postate da psyche_ale (cioè sempre io) e cliccate sotto la fotografia su VOTA.

A questo punto non posso far altro che dire grazie!!! E promettere che se riuscite a farmi vincere il viaggio in Toscana farò tesoro di tutti gli insegnamenti e ve li tramanderò attraverso il mio blog!

domenica 20 novembre 2011

Al Vecchio Lotto a Roma

Dopo più di un anno torniamo a mangiare in questo ristorante non lontano da casa. Una trattoria di cuore napoletano, che cucina prevalentemente piatti di pesce. Come tutti i locali che fanno pesce, i prezzi non sono bassissimi, ma neanche altissimi. Il consiglio n.1 è quello di dare un'occhiata a ciò che c'è sulla lavagna. Per lo più sono piatti presenti anche in menù, ma la particolarità è che sono sicuramente i "piatti del giorno", quindi i più freschi.
Come si può evincere dalla fotografia pubblicata (il calamaro ripieno di scarola che ho mangiato e apprezzato io ieri sera), le presentazioni non sono il loro forte e, anzi, se posso permettermi consiglierei di evitare aceto balsamico, rucola ecc. ecc. Con i buoni piatti della tradizione, a mio modesto parere, non sono necessari orpelli.
Abbiamo chiesto un antipasto misto e fondamentalmente ci è stata portata una selezione di 4 antipasti presenti in carta, scelti dalla cucina. In questo modo, abbiamo tutti assaggiato il tortino di ricotta e zucchine che era molto delicato; il polipo a insalata che era ben cotto e morbidissimo; le polpette fritte di baccalà che mi sono sembrate buone, ma purtroppo riscaldate e non fritte sul momento (ma posso sbagliarmi!); i crostini con il polpo alla Luciana, che ci ricordavamo felicemente e non ci sbagliavamo.
I primi abbiamo deciso di saltarli tutti, quindi siamo passati ai secondi. Come ho già anticipato, io ho mangiato i calamari ripieni di scarola (c'è la ricetta sul sito del ristorante e devo provare a rifarla). Sulla tavola anche una discreta frittura composta di calamari, 1 gamberone e alici. Poi un filetto di orata e un piatto di gamberoni che invece non hanno molto convinto.
Per concludere non ci siamo fatti mancare i dolci. Il consiglio è di assaggiare il buon babà (più napoletano di quello...), mentre ha avuto meno successo il semifreddo al pistacchio (troppo dolce) e la sbriciolata al cioccolato è stata gradita per la sua essenza casalinga, ma sembrava più che altro un dolce da colazione.
Il servizio è cordiale e pieno di sorrisi, ma una netiquette si è verificata sulla scelta del vino. Abbiamo chiesto una lista, ci è stata elencata a voce e abbiamo scelto un vino solo dal nome, senza conoscerne cantina né prezzo in anticipo. Per la cronaca era un discreto Fiano a 18 euro, ma non ci è piaciuto il fatto di non conoscerne prima i dettagli.
Complessivamente abbiamo pagato circa 30 euro a testa. Certo, non abbiamo preso i primi, ma effettivamente le porzioni lo permettevano.

Ps. se volete visitare il sito e soprattutto cercare le ricette cliccate qui:

sabato 19 novembre 2011

Said: aperitivo alla Fabbrica del Cioccolato

Torniamo in questo locale dopo diversi anni e troviamo l'ambiente immutato dal punto di vista estetico (molto carino il locale con un sano recupero di vecchi elementi), ma molto cambiato come priorità. La sensazione è che adesso Said sia più votato al ristorante e al negozio, meno alla caffetteria e agli aperitivi.
Soprattutto su questo secondo fronte, motivo per cui eravamo andati lì, c'è stato un notevole cambiamento di format, che ci ha lasciati francamente un po' delusi. Ci ricordavamo i bei tempi in cui l'aperitivo era servito con un contorno di buffet in cui campeggiavano rustici, sfizi vari e insalate, ma soprattutto lei: la cofana di "nutella" fatta in casa da Said con relativo cestino di pane di accompagnamento. Tutto questo è stato sostituito da una guantiera di rustici (più o meno una ogni 2 persone) e altri sfizi per lo più molto buoni. Il tutto non ci fa affatto rimpiangere il vecchio buffet, ma ci manca molto la cofana di "nutella", anche perché oltretutto con la sua assenza viene a mancare una tipicità di Said, in quanto fabbrica di cioccolato. Suggerimento agli amici di Said: bene il vassoio di sfizi vari, ma magari perché non ripristinare la vecchia buona abitudine del cioccolato? Non dico una cofana, ma una coppettina con uno spalmino e un cestino di pane sarebbe cosa gradita. Senza dimenticare che così Said tornerebbe ad essere ricordato come una cioccolateria che fa gli aperitivi.

Ps. di seguito il link di un aperitivo che continua ad essere il nostro preferito:

Nuova guida alle pasticcerie del Gambero Rosso


Normalmente non parlo di libri e di guide, ma stavolta faccio un'eccezione. Se non altro perché è una new entry nel panorama nazionale. Si tratta della guida alle Pasticcerie, nata da un'idea dell'Accademia Pasticceri e grazie alla collaborazione e alla squadra del Gambero Rosso. Intanto dico che ne faccio parte, non per autoincensarmi, ma semplicemente per chiarire a chi legge che sono coinvolta emotivamente.
Ieri è stata presentata e abbiamo finalmente avuto l'occasione di dare una prima sbirciata.
Intanto la presentazione grafica, che devo dire non è affatto male. Carina la copertina e un po' meno da cecati le recensioni (sarà carattere 10 invece di 8...).
Esprimo anche un rammarico: purtroppo essendo il primo anno secondo me i voti sono un po' sballati. Chi era in redazione e aveva la possibilità di rivedere le proprie pasticcerie in confronto con le altre li ha potuti tarare in maniera sicuramente più precisa di me, che avevo solo un decalogo per collaboratori. Faccio l'esempio di una pasticceria a cui sono particolarmente affezionata, Pietro Moffa, che ha avuto un 84 uscendo dalla top ten per un solo punto. Se avessi saputo che la "menzione d'onore" andava fino all'85 un punto in più glielo davo volentieri (e meritatamente).
Lo dico anche perché ieri abbiamo avuto un saggio delle pasticcerie ultrapremiate dal buffet del dopo-presentazione. A parte che a fine pranzo avevamo tutti un picco iperglicemico che ci stavamo per suicidare... Comunque devo dire che quelle presenti e meritatamente superpremiate (il mitico Igino Massari di Brescia, Santini di Prato, Cristalli di Zucchero di Roma, Douce di Genova...) secondo me avevano poco da invidiare al buon Pietro Moffa.
Quindi faccio ammenda e contemporaneamente faccio gli auguri a questa guida nella speranza che la prossima edizione sia più coerente per tutti i collaboratori.
Per chi leggerà la guida: il consiglio è di puntare l'occhio su tutte le pasticcerie dagli 80 punti in poi (il massimo è 90). Senza nulla togliere a chi ne ha meno di punti, sicuramente quelle che hanno ottenuto questi punteggi possono vantare qualcosa di più, in termini sia di bontà dei prodotti che delle presentazioni.

P.s. nella foto c'è uno dei piatti da me riempiti con i saggi portati dai maestri pasticceri al buffet. Questo non per far rosicare chi legge, ma per dare una dimostrazione "estetica" della qualità dei pasticceri presenti. Spiccano quella specie di delizia al cioccolato che era una meraviglia creata da Douce di Genova (premiato come miglior emergente); la fettina di tiramisù rivisitato da Igino Massari di Brescia; quella specie di pesca (la palla zuccherata) che era un babà tondo, spaccato a metà, bagnato di liquore e riempito di crema, fatto da Santini di Prato (di cui non ho fotografato, ma non vi dico cos'era soprattutto la millefoglie alla crema e fragoline di bosco). Ecc. ecc. non riesco a ricordare tutto...

P.P.S. copincollo di seguito il link di un precedente post che metteva a confronto due pasticcerie presenti in guida. Moffa, di cui parlavo prima, e Saint Honorè di San Severo.

martedì 15 novembre 2011

Brunch da Open Colonna a Roma

Non posso dire di averli provati tutti (non ancora!), ma posso dire che da sempre il mio preferito è e rimane questo. E' il brunch di Antonello Colonna, all'Open Colonna, che altro non è che il ristorante del Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale. Qui ha traslocato un po' di anni orsono il buon Antonello Colonna, prima in quel di Labico.
Si paga un po' di più (28 euro a cranio), ma vale la pena perché questo più che un brunch è un vero e proprio pranzo della domenica. Cocottine con parmigiane e lasagne, insalate di pasta, riso e cous cous varie, mega-taglieri di formaggi, ricotta e mozzarella fresche, polpette al sugo, involtini di pollo, salsiccia e patate, broccoli, verza e chi più ne ha più ne metta. Per non parlare dei dolci: cassata, Mont Blanc, panettoncini home made, cheese cake, crostata, bicchierini di tiramisù...
Insomma qui la quantità e la varietà è infinita. Gli unici che potrebbero trovarsi male sono i vegetariani (ho visto una mamma veg aggirarsi sperduta con il figlio neanche decenne alla ricerca di qualcosa non "contaminato").
Unica nota dolente: il conto. Non tanto per quel che si è mangiato che, come ho detto, costa un po' di più della media ma merita la spesa. Quello che non ci aspettavamo e che ci ha lasciati francamente di stucco è stato il costo del vino: 35 euro una bottiglia di Muller Thurgau Alois Lageder che, abbiamo visto in seguito, si vende in enoteca a circa 12-13 euro: quindi ricarico di 3 volte... un po' troppo! Per non parlare dell'acqua (del sindaco) venduta a 2.50 euro a bottiglia. Ci saremmo aspettati da Colonna che almeno quella fosse offerta.

N.b. per visualizzare il sito internet dell'Open Colonna basta cliccare nel link di seguito:

lunedì 14 novembre 2011

Caffè da Sant'Eustachio a Roma

Se c'è un posto che riscalda il cuore dei romani è proprio questo: il caffè Sant'Eustachio. Sulla bontà del caffè ci sono pareri contrastanti, ma è comunque una delle torrefazioni storiche della capitale e il solo odore all'entrata è inebriante. Siamo in una vecchissima bottega del caffè in pieno centro (a due passi il Pantheon e il Senato della Repubblica) collocata in un angusto quanto demodé locale. La fila è sempre lunghissima e qualche volta perfino fuori controllo, però vale la pena attendere e sgomitare un po' per reclamare il proprio caffè. Per avere una tazza di caffè rigorosamente arricchita di una densa cremina - avvertire se si beve il caffé amaro - oppure un gran caffè che è un doppio espresso con doppia crema e panna: una goduria. D'estate merita l'assaggio anche la granita di caffè con panna (anche se io preferisco quella del vicino Tazza d'oro).
E in tutte le stagioni val la pena di svenarsi un po' per concedersi un ricco acquisto di prelibatezze da portare a casa. Il caffè in busta o in scatola per esempio, ma ancor meglio, le praline di cioccolato con dentro un chicco di caffè. Una vera e propria pasticchetta per la pressione: per alzarla quando ci si sente un po' giù!!!

Birreria Peroni a Roma: un'istituzione...

Un po' romana, un po' viennese. La Birreria Peroni è un'istituzione del centro di Roma, al pari dei vicini palazzi della politica, dei teatri e delle sedi di partito. Certamente, non parliamo di alta qualità e di indirizzo gourmet, quanto piuttosto di un indirizzo quasi da pellegrinaggio. Un po' com'era per me, da bambina, l'andare al McDonald's di piazza di Spagna ad ogni viaggio a Roma.
"Semo 'na trattoria, mica er MecDonard!!!", ci tengono a ricordare qui. Ma in realtà il menù ricorda molto i pub inglesi: la sezione delle paste, quella delle grigliate, quella dei wurstel. E' probabilmente quest'ultima quella che merita maggiore attenzione. Se non altro per la scelta di offrire qualità non scontate di wurstel. L'accompagnamento, manco a dirlo, sono i crauti, insieme a patatine fritte.
Particolarmente "pittoresco" il kilometer: un wurstelone che viene portato al tavolo apparecchiato in modo da lasciare poco all'immaginazione. Ad ogni kilometer che si avvicina a un tavolo parte una tarantella fatta di doppi sensi che colpiscono la malcapitata di turno che l'ha ordinato. Per le migliori performance, un "diploma" con tanto di poesiola su come trattare il tuo amico...
A parte queste amenità, si apprezza la birra Peroni alla spina - buona - che viene servita anche in caraffe. Non è certo un posto per una coppietta, ma in gruppo con gli amici ci si diverte, si brinda molto e si spende poco. Non a caso è uno dei locali cult per gli universitari.
Nota: merita una passeggiata soprattutto a pranzo, quando si mangia quello che c'è. Se si è fortunati si trova la fettina panata (la cotoletta) che è un vero cavallo di battaglia.

N.B. il polipo aveva già parlato della Birreria Peroni. Ecco il link della precedente recensione, ancora attuale per molti versi:

mercoledì 9 novembre 2011

Green T. ristorante cinese a Roma - lunch menù

Eccomi finalmente a varcare la soglia di questo ristorante cinese di alto livello, che alcuni pensano possa essere lo "special one" di Roma. Peccato che la cosa non si possa evincere dallo scarno menù del lunch e quindi per questo tipo di valutazione non posso che rimandare alla prossima visita.
Intanto il menù del pranzo e le prime impressioni sul locale e sulla gestione.
Per prima cosa, finalmente, un ambiente raffinato e non posticcio. Perfino il bagno è moderno e pulito, lineare e perfino un po' minimal. I tavoli purtroppo sono un po' piccoletti, ma bastano per ospitare le "bento box" del pranzo.
Certo, le "bento box" sarebbero più una cosa giapponese che cinese, ma qui sono avanti...
Passiamo a ciò che abbiamo mangiato. Le opzioni per pranzo sono o un riso bianco con spiedini di pollo e contornino di verdure cotte a vapore. Oppure la "bento box" appunto con riso condito con anatra (alla pechinese, dicono, ma non è che si sentisse "Pechino" così distintamente in pochi cubetti di anatra), la stessa verdura e gli stessi spiedini (uno in più), inoltre c'era una zuppetta di verdurine tagliate a minicubettini piccoli piccoli. La zuppa era davvero buona; il riso sembrava una versione un po' più aromatica del classico riso cantonese, ma aveva l'anatra al posto dei cubetti di prosciutto e una qualità di riso un po' più collosa; gli spiedini sembravano un po' un pollo yakitori (a ridalle con i giapponesi) ed erano molto buoni anche se purtroppo freddi; la verdura - spinaci credo - essendo cotta al vapore risultava più al dente di come siamo abituati noi, ma per questo sapeva più di "verde".
Infine, la sensazione generale: da questo cinese non si esce appesantiti e desiderosi di un letto dove aspettare che si concluda la lunga e perigliosa digestione. Anzi i condimenti lievi lo rendono un pasto perfino dietetico per affrontare un pomeriggio di lavoro a cuor leggero. Si sarebbe mai detto da un cinese?
Ah, dimenticavo, ci sono altre due opzioni di menù, una vegetariana e una, più costosa anche con pesce. Inoltre abbiamo fatto un tentativo di mediazione per scambiare una portata con un banale involtino primavera: no way! L'elasticità non è di casa da queste parti... Ma in effetti a vedere il menù bello e composto sulle sue bento box abbiamo capito che qui è tutto incasellato.
I menù pranzo vanno da un minimo di 9,50 euro a un massimo di 17,50. Occhio che l'acqua costa 3 euro. Infine si apprezza il fatto che, senza neanche doverla chiedere in ginocchio, arriva una bella ricevuta fiscale al tavolo... cosa non così scontata, purtroppo!

domenica 6 novembre 2011

Mekong a Roma, il ristorante, non il fiume!

Voglia di mangiare orientale. Indecisione. Thai? Cinese? Giappo? Ma sì, vietnamita!
Questa volta ci siamo affidati a Tripadvisor e una serie di clienti che avevano avuto una piacevole esperienza da Mekong. Nella scelta, ovviamente, ha pesato anche il fatto che fosse abbastanza vicino a casa e che avessero perfino un parcheggio convenzionato e gratuito (a Roma fa la differenza!).
Zona Furio Camillo, ambiente moderno e simpatico. Poche concessioni allo stile architettonico orientale, per lo più rappresentate dai bei quadri con cornici dorati realizzati con veri batik orientali (non credo siano vietnamiti, mi sembrano più indonesiani). In sala pochi occhi a mandorla, ma più che altro una simpatica accoglienza da parte del patron, che racconta il suo innamoramento per la cucina e la cultura vietnamita.
Nel piatto sapori molto diversi da quelli a cui siamo abituati anche quando mangiamo orientale. Il chinese style oramai ha foderato le nostre papille gustative, per cui è difficile non fare paragoni...
Abbiamo assaggiato per prima cosa il misto di antipasti Mekong: un saggio per ogni antipasto. Sicuramente fra quelli che ci hanno convinto di più ci sono i vari tipi di involtini e il cosiddetto "manzo scosso" (non mi chiedete perché, si chiama così!).
Abbiamo quindi proseguito con il Pho di Hanoi, che come ci è stato spiegato segue più pedissequamente possibile la ricetta del Vietnam del Nord, che prevede anche l'avocado, oltre al manzo e alle fettuccine vietnamite. Mai assaggiato niente del genere, con un retrogusto in bilico fra lo speziato e il piccante. Ma in realtà non era piccante affatto. Il piccante, infatti, si deve aggiungere dopo, a piacere, dalla bottiglietta che sembra un piccolo biberon di chilly che si trova su ogni tavolo di questo ristorante.
Io ho quindi preso un riso fritto ai frutti di mare, che ricordava vagamente il riso alla cantonese, soprattutto per l'abbinamento con l'uovo sfilacciato. La differenza è che la qualità del riso risultava un po' più appiccicaticcia e mi ha ricordato un po' il riso colloso che ho mangiato nel nord della Thailandia.
Quindi abbiamo preso un solo secondo, molto saporito: l'anatra in salsa di ostriche (l'oyster sauce). Era davvero deliziosa, delicata e molto meno secca di come di solito si mangia nei ristoranti cinesi. Oltretutto la quantità di anatra era preminente e non in netto svantaggio nel confronto con la quantità di verdure e altri condimenti...
Per concludere, ci siamo fatti consigliare un dolce "fresco" e veloce come ci ha detto il patron. Io ero un po' scettica, ma alla fine non era male: crema di riso al mango con topping fruit e mandorle a scaglie. Solo avrei preferito se le scaglie di mandorle fossero state tostate: il contrasto di morbido/croccante avrebbe funzionato di più.
Un po' alti i prezzi delle bevande (si arriva a 6 euro per una birra thailandese neanche troppo pregiata e 3 euro per una bottiglia di acqua Nepi), ma nel complesso non si spende troppo. Al massimo con una trentina di euro a testa si esce belli satolli (noi ne abbiamo spesi 46 in due).

PS. per consultare il menù completo basta cliccare sul link al sito del ristorante qui di seguito:

venerdì 4 novembre 2011

Rivadestra a Roma

Questo bistrot un po' parigino (nella forma) e un po' napoletano (nella sostanza) continua a piacerci. Il Polipo ne ha già parlato qualche tempo fa, ma ovviamente se apprezza, torna sul luogo del delitto!
Ci piace prima di tutto la formula, che in tempi di crisi non ammazza il portafogli e fa uscire felici anche nello stomaco... Il menù semi-fisso, infatti, è una furbata napoletanissima che non delude affatto: a 24 euro (bevande e pane esclusi, si arriva quindi con un vino medio a circa 33-34 euro). Semi perché è affidato comunque a una ristretta scelta fra 3-4 proposte per ogni portata, fermo restando che qui si mangia tutto, dall'antipasto al dolce. Assolutamente inadatto per chi è a dieta!
Essendo una giornata infrasettimanale e quindi non troppo affollata, abbiamo avuto le attenzioni del proprietario, che ci ha assistite sia nella scelta delle pietanze (con qualche concessione) che del vino. Io per prima cosa gli ho chiesto del gateau di patate, vero cavallo di battaglia di questo locale, e lui generosamente ha concesso di inserirlo nella lista antipasti anche se non vi era contemplato. Quando l'ho rimangiato mi sono ricordata perché l'avevo tanto apprezzato!!! E' servito in una cocottina, ha una leggerissima copertura di pangrattato, ma la cosa fenomenale è che alla patata a purè sono aggiunti provola affumicata e pancetta a pezzetti piccolissimi, in modo che siano perfettamente amalgamati in tutto il composto. Buona anche la vellutata di carote che ho assaggiato, ma ovviamente non c'è paragone quanto a voluttuosità!
Per quanto riguarda i primi il cavallo di battaglia proposto dal proprietario era lo spaghetto con le cozze sgusciate. Già lo conoscevo (buono), quindi ho deciso di prendere altro: i bombolotti con i broccoli. Un piatto tanto banale quanto saporito, nonostante avessi chiesto di cassare il peperoncino. A tal proposito: anche per lo spaghetto alle cozze si apprezza la cura di chiedere se si vuole o meno nel piatto!
Fra i secondi sono arrivati a tavola il filetto di spigola, semplicemente panato quanto gradevole. Mentre io ho preso gli involtini di radicchio e verza con il formaggio. Quanto a questo piatto devo rilevare l'unica nota negativa: il radicchio era troppo amaro. Comunque l'idea era buona, perché il radicchio era abbinato alla provola affumicata e la verza a un formaggio più saporito (sembrava gorgonzola, ma non aveva la consistenza del gorgonzola...).
E ancora è il turno dei dolci. Un tortino con il cuore caldo di cioccolato sembrerà banale ma qui almeno ci sembra home made. So che è buono anche il mollò al cioccolato bianco, ma per i miei gusti è troppo dolce. E' piaciuta anche la mousse ai frutti di bosco, che sicuramente è meno pesante, ma anche qui... meno voluttuosa del tortino!

N.B. Se volete leggere la mia precedente recensione basta cliccare sul link di seguito
E ancora prima...

lunedì 31 ottobre 2011

Felice a Testaccio, a Roma naturalmente!

Approfittando dell'aria di festa, abbiamo deciso che era giunta l'ora di concederci un bel pranzetto alla romana... In realtà volevamo andare da Fernanda, ma era drammaticamente chiuso per Ponte di Ognissanti!!! Così abbiamo ripiegato, felicemente, su Felice.
Siamo sempre in zona Testaccio, che la sera è un vero e proprio inferno, invece la mattina è un posto piacevole. Anzi, il solo rammarico è di non essere andati un po' prima, per fare una bella passeggiatina nel mercato, che è uno dei più antichi e tipici della capitale.
A proposito di tipicità, Felice è noto per essere uno degli indirizzi più indicati per mangiare romano sano e saporito. No antipasti, per politica, e un menù scandito giorno per giorno dalla tradizione (lunedì brodo, martedì e venerdì pesce, giovedì gnocchi e sabato trippa, per capirci). Nel mezzo ci sono i cavalli di battaglia della cucina romana: amatriciana, carbonara, gricia, cacio e pepe, abbacchio, fettine panate...
Noi abbiamo pescato un po' qui e un po' lì da menù del giorno e piatti tipici. Abbiamo assaggiato amatriciana e gricia come primo, quindi fettina panata (che però sostituiva le polpette di bollito assenti ingiustificate) e bollito misto con salsa verde (gallina, manzo e lingua di manzo), patate arrosto e tiramisù al bicchiere.
Abbiamo visto passare anche i tonnarelli cacio e pepe, che qui sono una vera istituzione: il motivo è la coreografia offerta dai camerieri che sapientemente amalgamano la montagna di pecorino e i tonnarelli direttamente sul piatto a tavola davanti agli occhi stupiti dei commensali.
Tutto molto buono, tipico e senza pretese eccessive né di presentazione né di prezzo. Al contrario il locale è piuttosto moderno, salvo i pavimenti che sono stati intelligentemente conservati in originale (un bel granigliato di inizio secolo con decoro a greca). Più pretenziosa solo la carta dei vini, notevolmente lunga e completa, suddivisa regione per regione.
Unico neo il servizio, piuttosto lento e svogliato. Abbiamo aspettato oltre 20 minuti per sederci nonostante ci fossero ben 3 tavoli da 2 vuoti (e infatti alla fine uno dei tre ci è stato assegnato). Poi un altro quarto d'ora per ordinare. E meno male che il menù l'avevamo letto sulla porta nell'attesa, perché non ci è mai stato portato a tavola...

Ps. vedo che esiste perfino il sito di Felice. Per visitarlo basta cliccare sul link di seguito.

sabato 29 ottobre 2011

Burro e Sugo a Roma

Eravamo partiti con le migliori intenzioni, un coupon in tasca e una serie di recensioni positive nella mente, dal Gambero Rosso a vari utenti di Tripadvisor, che in 167 hanno valutato in media 4.5 questo locale.
Purtroppo non è stata una serata perfetta. Qualche mancanza e la sensazione che fosse un po' sopravvalutato.
Il gentile proprietario Christian ci ha però fatto notare che quello che mancava era proprio la sua presenza, per motivi di salute. Gli auguriamo pronta guarigione e speriamo che tutto torni presto alla normalità.

Sospendo il mio giudizio, inizialmente non positivo. Lo ringrazio per l'invito a riprovare un'esperienza da loro quando tutto sarà in ordine. Bene: è un atteggiamento che apprezziamo e che smorza la nostra momentanea delusione. Lo avverto però che il Polipo è non solo Affamato, ma anche attento ai dettagli... :-)

Ps. se volete visitare il sito di questo ristorante, basta cliccare sul link di seguito:

martedì 25 ottobre 2011

Riccio di formaggio

Questo è uno dei miei cavalli di battaglia delle feste... Anzi, ero convinta di avervi già regalato questa ricetta, rubata alla mamma di una mia amica, ma perfezionata con qualche piccolo dettaglio.
Si tratta di una cosa di una semplicità disarmante, eppure devo ammettere che c'è bisogno di un pizzico di manualità per creare l'impasto della giusta consistenza e per modellare il riccio, come vedete nella fotografia.

Ingredienti:

- una confezione di Certosa o stracchino (sui 150-200 g, a seconda della marca che scegliete);
- pari quantità di ricotta, meglio di pecora o almeno mista;
- una o due confezioni di pinoli (normalmente ne basta una, ma tenetene a portata di mano una seconda per evitare di dover scendere di corsa al supermercato);
- sale, pepe, noce moscata;
- rucola o insalata per il letto su cui adagiare il riccio (è una questione estetica, ma anche di abbinamento);
- capperi o pezzi di olive nere per fare occhi e bocca del riccio (qui è solo estetica, può andar bene anche la rondella di cetriolino...)
- eventualmente un foglio o due di colla di pesce: tenetelo solo a portata di mano in caso di necessità, ma se le cose sono fatte bene non ce n'è bisogno;
- per servirla, abbinate un cestino di crostini (meglio se di pane fresco scaldato al forno, ma vanno bene anche quelli industriali).

Step numero uno: mettete a scolare la ricotta per un'ora o due. Se ben asciutta non ci sarà bisogno della colla di pesce.
Step numero due: si può procedere alla preparazione dell'impasto. In una ciotola, con un cucchiaio o una spatola, amalgamate per bene tutto lo stracchino (fate attenzione a togliere l'acquetta se ce n'è), quindi salate poco, pepate abbastanza e grattugiate un bel po' di noce moscata (un quarto di noce moscata ci sta, ma dipende da quanto vi piace). Un assaggio per vedere il risultato ci sta sempre... Se mai dovesse essere troppo liquido questo impasto, aiutatevi con la colla di pesce: basta prendere uno o due fogli e farli bagnare in acqua fredda. Quando sono morbidi li passate al microonde per mezzo minuto, finché non si sciolgono. In questo modo minimizzate la quantità di acqua che andate ad aggiungere. Mescolate bene per evitare che rimangano i grumi di colla di pesce e lasciate raffreddare in frigo per una ventina di minuti il composto, che si solidificherà al punto giusto. Tuttavia, io non preferisco usare la colla di pesce: normalmente come dicevo non serve se la ricotta è ben scolata.
Step numero tre: l'impiattamento. Per prima cosa scegliete un bel piatto, se ne avete uno colorato è meglio, perché contrasterà con il colore bianchissimo del riccio e con il verde dell'insalata o rucola. Qui ne ho usato uno dorato, perfetto specialmente nel periodo di Natale.
Posizionatelo il più vicino possibile alla ciotola dell'impasto e aiutandovi con la spatola o il cucchiaio fate in modo da posizionare tutto il composto al centro del piatto, formando il più possibile una palla. Comunque aggiusterete tutto con le mani, che mi raccomando oltre ad essere ben lavate, devono essere anche inumidite: passatele velocemente sotto il rubinetto, sgrullatele per far cadere le gocce d'acqua e subito operate sul riccio. Modellatelo, quindi, per far risultare il più possibile una semisfera, solo con un lato leggermente appuntito, laddove intendete orientare il musetto del riccio.
Fase quattro: la decorazione. A questo punto la parte più difficile è finita e siamo alla fase di pazienza e di fantasia. Sistemate per prima cosa le foglie di insalata o rucola alla base, con le punte inserite sotto la pancia del riccio e le foglie verso esterno, ma anche a caso, come se il riccio fosse adagiato su un prato. Quindi formate gli occhietti e la bocca: basta utilizzare qualcosa di scuro per contrasto: normalmente io utilizzo i capperi sott'aceto, oppure le olive nere. E arriva il momento dei pinoli (la parte più pallosa, lo ammetto): uno a uno li dovete inserire sul riccio a mò di aculei, possibilmente tenendo l'occhio verso l'interno del riccio. Normalmente se ne va un'intera scatola, dipende da quanto li sistemate fittamente (io di solito ogni 2-3 cm).

A questo punto il gioco è fatto. Semplicemente, come già accennavo, preparate un cestino di crostini da tenere a portata di mano per spalmare la crema di ricotta e stracchino quando servite a tavola. Oppure, in alternativa al crostino, si può servire con vicino una torta salata come quella allo yogurt che ho preparato qualche giorno fa. Per scoprire la ricetta basta cliccare sul link di seguito:

lunedì 24 ottobre 2011

Masterchef: un Grande Fratello in cucina

Continuo con la mia analisi della produzione televisiva corrente in merito al settore food. Da piccola Aldina Grassa quale sono non poteva sfuggirmi Masterchef, in onda da qualche settimana sul canale Cielo (Sky in digitale).
Forse sono arrivata anche troppo tardi e fino ad oggi si è detto di tutto e di più. Anche il mio ispiratore Aldo Grasso (l'originale) ha detto la sua, commentando con sagacia le personalità dei 3 maestri: Cracco, Bastianich e Barbieri. Però, vorrei fare la mia analisi da casalinga di (via) Voghera, che ha sì una certa cultura cuciniera, ma anche il desiderio di vedere qualcosa di innovativo e interessante.
E' proprio su questo punto che non ci siamo! Questo programma non è né innovativo né interessante. Abbiamo copiato, male, Hell's kitchen, cioè il programma di Gordon Ramsay. Ma qui non c'è né una personalità forte come quella di Gordon, né un format geniale.
Il tutto ricorda troppo il Grande Fratello. C'è un gruppo che fa finta di solidarizzare, ma poi se le danno di santa ragione, c'è quindi la competizione e ci sono le prove per avere l'immunità ed essere il leader della settimana. Certo, le prove sono sempre in cucina (vivaddio!), ma quello che manca è la scuola. Va bene, si obietterà che la scuola è quotidiana e nel serale c'è solo la fase delle prove e delle eliminazioni... ma a me questa cosa sembra troppo piatta e troppo vista!
Oltretutto i 3 maestri chef non sono coadiuvati da alcun presentatore. Si presentano da soli, con quel tanto di cattiveria alla Gordon Ramsey che fa tanto professore acido d'altri tempi. E' tutto molto bastone e carota. "Hai fatto una cosa immangiabile, però mi hai convinto"... E così via... Beh, prima di tutto insegnate a cucinare a questa gente che partecipa a Masterchef e poi avrete il diritto di lamentarvi!
Per me non ha senso fare una gara per cucinare la faraona, senza aver prima fatto una lezione sulla cottura della faraona... E' "Amici di Maria" che ce lo insegna: prima si fanno giornate e e giornate di studio (canto, ballo ecc.) e poi si va a fare la sfida!

N.b. Non c'entra nulla come format, ma è una bella gara di cucina, che a me piace molto di più... E' Fuori Menù, per leggere la precedente recensione basta cliccare il link di seguito.

lunedì 17 ottobre 2011

Torta allo yogurt salata

Premessa. Questa è quasi una ricetta del cuore, nel senso che me l'ha data una persona che con i suoi occhi innamorati della cucina mi ha fatto amare ancora di più quest'arte. Certo, lui è un gran professionista e anzi mi farebbe piacere sapere dov'è oggi... Ma quello che ricordo con il cuore è che lui, un giorno, mi prestò il suo quaderno delle ricette di famiglia. E questo da parte di uno chef è un atto di pura generosità. Quindi grazie Pasquale.

Ingredienti:

3 uova
1 yogurt magro
3 bicchieri di yogurt di farina
1/2 bicchiere d'olio l'oliva o di semi
1 lievito salato
salumi e formaggio a cubetti a piacere (io ho messo pancetta e provola affumicata)
un pizzico di sale e di pepe a piacere

La ricetta è semplicissima e non ci vuole veramente nessun artificio per prepararla, solo mettere gli ingredienti un po' alla volta e mescolare con una frusta a mano o con un cucchiaio di legno e tanta energia. Prima è meglio mettere i liquidi nella ciotola, anche perché conviene sporcare il bicchiere di yogurt con la farina alla fine. La farina è meglio aggiungerla un po' alla volta e poi bisogna mescolare bene per sciogliere tutti i grumi.
Solo all'ultimo vanno messi i pezzetti di salumi e formaggio, che è meglio infarinare leggermente per evitare che si concentrino sul fondo della tortiera. A proposito, ovviamente la tortiera va imburrata per bene prima di mettere il composto. Io ho usato uno stampo a ciambella perché è più coreografico. In forno a 180° per una mezz'ora e il gioco è fatto.

Ps. era davvero soffice ed è andata a ruba... c'è qualcuno che si è mangiato 4 fette!!!

Pps. dalla stessa serata, un'altra ricetta, ma questa volta una mia creazione estemporanea:

domenica 16 ottobre 2011

Quiche svuotafrigo 4 con zucca e provola affumicata

Continua la serie delle quiche svuotafrigo... Perché quando hai gente a casa non c'è nulla di più veloce di una quiche (almeno utilizzando la pasta pronta).

Questa volta non ho svuotato solo il frigo, ma addirittura il freezer. Nel senso: avevo conservato dalla scorsa primavera un bel battuto di zucca cotta in padella con burro, cipolla e tanto bel timo. Certamente si può fare anche una preparazione da fresco, ma ricordatevi che quando mettete il composto sulla sfoglia deve essere già freddo.

A parte ho preparato un veloce composto con un uovo e 50 ml di panna. Come faccio spesso quando preparo le quiche, ho sistemato prima il ripieno sul fondo della tortiera, già coperta con la pasta sfoglia srotolata e rifilata ai bordi. Quindi ho aggiunto il composto di uovo e panna e infine ho messo i tondi di provola affumicata tagliata sottile. Come si può vedere dalla foto alla fine la provola affumicata crea una crosticina. Il ripieno è rimasto un po' morbido e devo dire che forse in questo caso sarebbe stato meglio utilizzare la brisè, ma alla fine ho usato la sfoglia e tanto basta... Comunque era buona e certamente è stata una preparazione velocissima.

Ah, dimenticavo, un 20-30 minuti in forno a 180 gradi come al solito.

N.B. per chi volesse tornare indietro alla quiche svuotafrigo n.3 basta cliccare sul link di seguito:

sabato 15 ottobre 2011

Uno chef in condominio: novità dal set

Come anticipato, Uno chef in condominio - Sebastiano Rovidaoggi scattava l'ora x per l'inizio delle riprese di Uno chef in condominio, nuovo programma di Discovery Channel - Real Time con lo chef Sebastiano Rovida.
E si comincia proprio sotto casa mia. Da buona reporter mi sono intrufolata sul set dove ho appreso un po' di informazioni. Il gioco è questo: scala A contro scala B si sfidano, ma uno solo risulterà vincitore di tutte le prove e vincerà una batteria di pentole e pirofile (però promettono premi per tutta la squadra).Uno chef in condominio - Sebastiano Rovida
Otto componenti per ogni squadra, ma in realtà già con la prima manche ne vengono eliminati quattro per squadra, anche perché i tavoli da cucina sono appunto otto e in seguito dovranno ospitare componenti di entrambe le squadre.
Per ora le riprese sono ferme proprio alla prima manche, che consiste in una prova d'abilità: tagliare la cipolla come vuole Sebastiano. E per chi conosce già il soggetto grazie a Fuori Menù, si può immaginare quanto sia pignolo!!!
Non svelo altro perché se no poi gli autori mi aspettano sotto casa...
Ah, no, stanno già sotto casa!!!
Uno chef in condominio - Sebastiano Rovida

venerdì 14 ottobre 2011

Uno chef in condominio... un nuovo programma nel mio condominio!

Dopo giorni e giorni passati a guardare Real Time e a fantasticare di essere concorrente di questo o quel programma... ecco che Real Time arriva sotto casa mia!!! Cioè, non proprio, sì nel mio condominio, ma per la precisione nella serie di palazzine di fronte alle mie (è una cooperativa e saranno tipo 10-15 palazzi).
Un nuovo format che si chiama, da quanto abbiamo appreso dal set "Uno chef in condominio". Da spoiler su internet abbiamo letto che si temeva facessero condurre anche questo programma al mio amatissimo Alessandro Borghese, ma per fortuna non è così. Il conduttore sarà Sebastiano Rovida, lo stesso chef-aiutante di cui parlavo nel precedente post su Fuori Menù. Uno dei due che avrebbero il compito di aiutare i concorrenti nella trasmissione (e normalmente mettono i bastoni fra le ruote).
Per ora non so molto di più di quello che si può evincere da questa fotografia: si sfidano una serie di concorrenti, piazzati ognuno sul suo piccolo tavolino. Ho visto un cestino, quindi avranno una serie di ingredienti e un piatto da preparare in tot tempo. Suppongo che si tratterà di gente della strada e già mi immagino le signore del palazzo che si sfidano ai fornelli!!!
Domani mattina alle 10 si gira. Abbiamo appreso che sarà la puntata 0 e spero proprio che vada abbastanza bene da andare in onda... Così il mio condominio diventa famoso!!!

ps. per chi volesse saperne di più su Fuori Menù ecco il mio precedente post che ne parla:

mercoledì 12 ottobre 2011

Da Andreina a Loreto: questo è il mio pellegrinaggio!

Ancora nelle Marche, per la mia seconda sosta molto food, poco slow. Purtroppo quello nelle Marche è stato solo un veloce weekend, ma dopo un'esperienza come quella da Andreina sarei ben felice di prendere la cittadinanza e fare l'abbonamento in questo ristorante (ci vorrebbero un po' di soldini però...).
Facciamo un po' di storia: in cucina c'è Errico, nipote della capostipite Andreina, che diede inizio a questa avventura. Ovviamente non ho l'età per aver conosciuto Andreina e la sua cucina, ma conosco ormai abbastanza bene Errico e sono sicura che non ha nulla da invidiare alla gloriosa nonna. Anzi. Probabilmente è merito suo se un ristorante di provincia, basato sulla cucina di territorio, sia diventato un indirizzo di tutto rispetto, premiato dalle guide con voti più che considerevoli, che crescono anno per anno.
Fanno da contorno un ambiente piuttosto raffinato (anche se ci vedrei una ristrutturazioncina per svecchiare un po' soprattutto i colori, poco moderni, ma salvate i galletti di ceramica sui tavoli che sono bellissimi!) e un servizio sempre impeccabile. Cura per il cliente che si traduce in attenzioni che non passano inosservate, con continue prelibatezze che arrivano a tavola e non solo quelle che sono state ordinate...
Parliamo quindi della tavola, intesa come ciò che a tavola ci è arrivato da mangiare.
Fuori dall'ordinazione: una piccola zucchina ripiena, un boccone delicatissimo che ci è arrivato come entrée. Quindi una pizzettina fatta in casa col pomodorino al centro, un paninetto con i ciccioli, i grissini fatti in casa, il pane anch'esso fatto in casa che comprendeva un panino nero con noci e uvetta da urlo.
Passiamo a ciò che abbiamo ordinato. Io avevo saltato l'antipasto, ma ho assaggiato gli altri due che erano sul tavolo. Uno era il fiore di zucca ripieno di verdure e fritto su finta maionese allo zafferano: buono, equilibrato anche se non proprio da wow. Quindi il raviolo di vitello tonnato che era una grandissima idea: invece che la classica presentazione di vitello tonnato spiaccicato sul piatto, la fettina di girello - sottilissima - è stata arrotolata come se fosse un raviolo, dopo esser stata riempita della crema tradizionale del vitello tonnato.
Passiamo quindi ai primi: eravamo in tre quindi c'erano altrettanti primi sul tavolo. Due scelti dalla selezione dei "primi dai nostri 50 anni": in pratica i piatti della nonna Andreina. Questi sono stati elencali a parte e comprendevano i due che abbiamo assaggiato: gli gnocchi di anatra e le pappardelle alla lepre. Entrambi molto buoni, specialmente gli gnocchi, e con pasta fatta in casa. Peccato solo per un'eccessiva nota speziata delle pappardelle (la maggiorana), che secondo me alla lunga poteva risultare stucchevole. Ma io ho fatto solo un assaggio e ho gradito molto! Il mio primo, invece, era preso dalla modernità del nipote Errico che ha creato un gran piatto con ingredienti tutto sommato poveri: paccheri con frattaglie, cipolle cotte sotto la cenere e fave.
Quindi passiamo ai secondi, dove veramente posso dire che ho assaggiato uno dei piatti migliori della mia vita: il cartoccio di quaglia e fegato grasso in salsa di visciole e calciù di formaggio. Un piatto scomposto in 3 parti, una meglio dell'altra, con una presentazione meravigliosa. Il piatto principale era quello con la salsetta di visciole, piuttosto liquida e con qualche visciola lasciata intera (noccioli inclusi), adagiati sopra questi due fagottini coperti da un piccolo pacchettino di carta da forno, che evidentemente servivano per tenere caldo il composto e sono stati elegantemente rimossi con una pinza all'arrivo del piatto. Si trattava del petto della quaglia in questione scomposto in due parti e arricchito al centro da una fetta consistente di foie gras. Il tutto, accompagnato con la salsa di visciole, risultava davvero magnifico. A parte, un piattino con le coscette della povera quaglia, lasciate con la pelle e croccantelle al punto giusto. Infine il terzo piattino conteneva il calzoncello con il formaggio: questo era molto buono e devo ammettere però che non ne ho capito il nesso, pur avendo decisamente apprezzato.
Dopo essermi dilungata su questo piatto, meritano menzione anche gli altri due secondi che sono pervenuti sul tavolo: una è la mitica frittura, asciutta e croccante, alla marchigiana, quindi tutto panato con il pane grattato. Oltre alle presenze riconoscibili come la costoletta d'agnello, conteneva anche gradite sorprese come un quarto di fico fritto, la mela o la piccola pallina di pasta col ragù. L'altro secondo era l'anatra laccata al frutto della passione: buona ma non sono una grande fan del passion fruit.
Già abbastanza provati da tutte queste emozioni per il palato, siamo passati ai dolci. Io ricordavo che, per politica, da Andreina vengono serviti i petit fours (che da soli valgono il viaggio) a conclusione del pasto, che si prenda o meno il dolce. Quindi ho deciso di saltare questa portata per assaggiare tutte queste piccole delizie. Comunque sul tavolo sono arrivati altri due dolci e non potevo non assaggiare. Uno era la sfera di tiramisù, una specie di tiramisù scomposto, molto buono anche se non mi è sembrato una grande novità (colpa di Errico, ci ha abituati troppo bene!). L'altro era invece una composizione di tre dolci in uno: crostata di ricotta, tenero di gianduia e gelato all'amaretto. Si trattava di tre distinte preparazioni, con un percorso di consistenze e temperature: la tortina era calda calda e delicata, il tenero di gianduia era una cialda croccante e molto profumata (con evidente presenza di cannella) ripiena di mousse e il gelato era la nota rinfrescante.
Quindi i tanto attesi petit fours, che purtroppo non riesco a ricordare tutti. Uno era un lecca lecca di cioccolato bianco e confettura ai lamponi: geniale! Poi ricordo con l'acquolina in bocca il piccolo maritozzino ripieno di nutella, nonché la tartelletta ripiena di gianduia con mezzo lampone e una foglia di menta: un sol boccone di delizia! Ancora un tartufino all'amaretto, un minibignè al cioccolato, una cialda leggera e croccantissima e, boh, ho perso il conto...
A proposito di conto: qui siamo almeno sulle 50 a testa, ma sono più che meritati e valgono anche la benzina del viaggio... Per un delizioso pellegrinaggio a Loreto!

N.B. nella recensione precedente un altro indirizzo della zona meno raffinato, ma comunque interessante. Si tratta dell'Osteria del vicolo a Potenza Picena. Allego link di seguito:

lunedì 10 ottobre 2011

Osteria del vicolo a Potenza Picena: una conferma!

Grande ritorno nelle Marche dopo un po' di tempo di assenza. Per far cosa? Ovviamente mangiare! E giacché ci siamo anche un po' di shopping: come resistere alla chiamata degli outlet di Tod's e di Prada?
Torniamo però al topic che interessa al Polipo Affamato: il mangiare! Due sere e due esperienze una meglio dell'altra. In entrambi i casi per noi si è trattato di ritorni sul luogo del delitto, con piacevolissime conferme.
Cominciamo con la prima serata e la prima gustosissima cena: l'Osteria del Vicolo. Qui si mangia a menù fisso, 25 o 30 euro. Nel primo caso sono esclusi i secondi, ma secondo noi valeva la pena spendere questi 5 euro in più per avere la panoramica completa (e uscire quasi rotolando). Con il menù a 30 euro si mangiano 4 antipastini, 2 assaggi di primo, 2 secondi e 1 dolce. Il vino è escluso, ma si apprezza la carta con ricarichi onesti e ovviamente una prevalenza di vini marchigiani. Noi abbiamo assaggiato un gradevole Rosso Piceno.
Iniziamo con la cena. Si comincia con il piatto di salumi e formaggi locali: ovviamente il ciauscolo, un salame più stagionato e fettine di coppa, quindi un formaggio bagnato nel vino molto saporito e accompagnato da una confettura di pomodori verdi fatta in casa. Pensavamo fosse finita qui, ma ci ricordavamo male. Ci sono arrivati ancora una frittatina ai porcini (più che altro un uovo strapazzato), delicatissima e servita in piccoli padellini di rame bellissimi; una ricottina cotta al vapore con mele e tartufo, servita in una piccola vaporiera di bambù (come quella dei ravioli cinesi); infine una griglietta monoporzione che conteneva una fetta di tonno ricoperta di lardo e grigliata, quindi aromatizzata con un buon aceto balsamico. E con gli antipasti si finisce qui, in attesa dei primi, che sono arrivati a stretto giro.
Prima un risottino con radicchio e gorgonzola, poi degli strangozzi con fagioli e guanciale (questi non mi hanno fatto impazzire, ma c'è da dire che non sono una grande fan dei fagioli).
Già molto provati abbiamo atteso i secondi che consistevano in un girello di maiale porchettato, piacevole, e una tagliata di manzo accompagnata da una cicoria ripassata, buona anche questa, rosata la carne ma non cruda.
Infine il dolce: una mousse di castagne con salsa di cachi e una cucchiaiata di crema inglese.
La conclusione è che stavamo pressocché rotolando per quanto avevamo mangiato, ma ne vale veramente la pena di fare questo sforzo gastronomico. Qui si mangia bene, si paga poco e si esce felici!!!

N.B. Si paga un po' di più ma si esce ancora più felici se si va da Andreina a Loreto. La mia esperienza personale nel link di seguito: