giovedì 12 dicembre 2013

Spasso food: un critico gastronomico in cucina

Quello che ha fatto Federico Iavicoli è forse quello che da anni mi suggeriscono gli amici più cari, quantomeno quelli che sono passati per il mio desco: molla la scrittura che non dà pane e mettiti a cucinare! Beh, il buon Iavicoli secondo me il pane lo guadagnava anche prima, ma evidentemente è cucinando che ha avuto l'illuminazione.
Sperando che questa lampadina non si spenga mai, vi raccontiamo la nostra prima esperienza da Spasso food, che peraltro ci si è andato a collocare a 700 mt. da casa... un vero attentato al girovita in costante aumento!
Per prima cosa il format: un take away, grande praticamente quanto una pizzetteria di quartiere, anche se alle spalle si vede una cucina di dimensioni decisamente più importanti. Un po' in questo si mostra l'attitudine di Federico: schivo, più interessato al buon mangiare che al contatto con gli altri. Non ci sono posti a sedere, se si escludono le tante panchine della vicinissima Re di Roma, dove molti vanno a consumare i propri pasti e i propri peccati di gola procurati nei tanti locali che contornano la piazza. Qui siamo a un passo dalla Casa del Supplì, ci sono vari kebabbari, 4-5 gelaterie, senza contare il tiramisù di Pompi.
In questa specie di girone dei golosi, si colloca Spasso food, con la sua offerta a base di polli arrosto che girano, di insalate da passeggio, di zuppe e vellutate in coppetta, di vaschette di pasta espressa, di mini-sfizi come il "gattino" di patate in monoporzione (eletto il nostro preferito) o la polpetta di saltimbocca alla romana.
Da non sottovalutare i prezzi, più che popolari a fronte di una sicura qualità degli ingredienti, oltre che ben esposti e chiari: a eccezione delle patate al forno, qui non si va al peso, ma al pezzo, in cui le unità di misura sono le vaschette modello cinese-newyorkese o le coppette, una versione cresciuta di quelle del gelato. E a proposito del packaging, per rassicurare gli avventori che soprattutto in pausa pranzo confidiamo che daranno ragione alla visione di Iavicoli, possiamo dire che è vero che non ci si sporca: sono fatte apposta!
Il pollo ancora non l'abbiamo assaggiato, ma presto colmeremo questa mancanza, intanto possiamo dire che il goulash era di rara tenerezza nella carne, che la pasta era ottima (tanto che una vaschetta lasciatami in mano per reggerla è stata spazzolata in un batter d'occhio!), che la Caesar's salad ha una salsina segreta fantastica e così via.
Insomma, dalla prima impressione direi che è tutto già più che in ordine, ma conoscendo la vena ipercritica e perfezionista dello Iavicoli (adesso applicata a se stesso), sappiamo che probabilmente quello che ci è sembrato buono oggi con il tempo sarà ancora più buono.
Inoltre segnaliamo la presenza di birre intelligenti in bottiglia, fra cui la Perugia (artigianale recuperata comprando il marchio dalla Peroni), qualche buona belga, la Menabrea ecc. ecc.

martedì 10 dicembre 2013

Brunch a San Lorenzo da 00100

Nell'indecisione di una domenica molto slow siamo arrivati all'una e mezzo con il frigo/forno/fornello vuoti e la pancia pure. L'unica era uscire, ma non potevamo andare molto lontano data l'ora. Breve ricerca e alla fine ci siamo fatti attirare dal brunch economico di 00100, a sole 15 euro.
Arriviamo a San Lorenzo ed entriamo per la prima volta in questa pizzeria molto grande. Sembra quasi un capannone, eppure siamo praticamente in centro. Nonostante l'aspetto da capannone della location, l'arredamento è piuttosto curato, con punte archi-fashion nelle salette private e nei bagni.
Ma passiamo alla formula brunch, che come dicevo è a 15 euri compresa una bevanda (birra piccola, bicchiere di vino, bicchiere di coca cola, acqua ecc.) e si articola in due diverse isole, una di caldi gestita dal personale che ti compongono i piatti e una di farinacei a ridosso del forno e comprensiva di pizze.
Soprattutto la presenza di questa seconda isola ci è piaciuta molto, anche perché uscivano lievitati caldi con una certa frequenza (non eccessiva trattandosi di fine brunch, ma comunque sufficiente a trovare un po' di pizze calde e delle sfiziose pizzette solo pomodoro). Sia detto peraltro che la pizza è una napoletana bassa o romana cresciuta (più la seconda opzione), quindi riempie parecchio.
Ancora all'angolo dei caldi abbiamo assaggiato i bombolotti all'amatriciana (buoni e ben conditi), i saltimbocca alla romana (leggermente sapidi, ma ugualmente sfiziosi), il wurstel con i crauti, vari contornini fra cui delle buone zucchine grigliate (probabilmente fatte con il forno a legna), delle melanzane con il pomodoro meno gustose, del cimone mal gratinato e purtroppo freddo. Qualche insalata di pasta/farro/riso completava l'offerta, ma noi non le abbiamo assaggiate.
Poi c'erano i pancake, che venivano serviti con sciroppo d'acero o nutella e fra i lievitati qualche dolcino da forno, come biscottini, ciambelle e crostate.
Conclusione: i sapori in generale non erano male, il prezzo sicuramente vantaggioso e tale da far perdonare qualche netiquette, come i caldi che se non erano appena arrivati dalla cucina non erano affatto caldi. Oppure la presenza di pochissimi secondi e moltissimi farinacei/carboidrati. Al contrario si apprezza la ricorrenza dei piatti, che venivano rimpiazzati non appena finiti, anche a fine turno. E la generosità del servizio al banco, che come dicevo veniva servito dalle cameriere, che però non smettevano di dire "ancora? solo? un altro po'?", il tutto con altrettanto generosi sorrisi.
Da specificare infine che suggerirei di evitare questo brunch ai celiaci, essendo un festival del glutine, ma credo che in generale la vita per i celiaci sia difficile nelle pizzerie, e alla peggio si può ordinare alla carta (ho visto in un altro tavolo una magnifica entrecote con patate fritte)!

mercoledì 4 dicembre 2013

Vienna: mangiare per strada nei mercatini di Natale

Metti un weekend di inizio dicembre a Vienna e condiscilo degli immancabili mercatini di Natale, abbondantemente irrorati di litrate di Punch pieno di cannella. Fra una palla di Natale che sa un po' di cinese e uno stand di prodotti tirolesi (ah lo speck!), non possono mancare tutti gli street food della tradizione nordica. Roba per lo più fritta, sia chiaro, quindi chiudere qui la lettura se si è a dieta ipocalorica o se si hanno problemi di fegato!
Detto questo, passiamo in rassegna le mirabolanti avventure gastronomiche di una 72 ore in terra austriaca. Cominciamo con il capitolo kartoffen, cioè le patate: ce ne sono in tutte le salse: trattasi di elemento principale della dieta mitteleuropea. A noi sono piaciute particolarmente quelle a spirale, tagliate con un apposito strumento che le fa diventare una lunga sfoglia e poi fritte un attimo dopo. Il risultato sono praticamente delle patate a sfoglia che si frantumano perché croccantissime! Meno apprezzate invece le patate arrosto con la paprika che vendono i caldarrostari (le tengono in caldo sulla stessa gratella), che hanno avuto il solo pregio, per così dire, di essersi riproposte a lungo. Gradevole benché ultraunto il rosti di patate, anch'esso fritto, ma trattasi di patate tagliate a listarelle sottilissime e sformate tipo hamburger. Abbiamo visto vendere anche le patate al forno tipo jacked potatoes, ma non abbiamo avuto il coraggio!
Ci voleva ugualmente coraggio, però, a mangiare gli gnocchetti con il formaggio fuso. Si tratta di spatzle conditi con una quantità imbarazzante di formaggio che fa il filo e tenuti in caldo su pentole che ti vengono raschiate nel piattino di carta... Probabilmente era per dare sapore!
Che dire invece del Langon, una sleppazza di pane fritto aromatizzata al burro all'aglio. Una vera gioia per il palato dalla decisa persistenza!
Altro must immancabile è lo zuppone di gulash opportunamente impiattato nella pagnottella di pane tenuta anch'essa in caldo e servita bella croccante. Devo dire che a questo piatto non gli davo due lire e invece è stata una bella rivelazione, anche se come si dice a casa mia la carne era fujuta!
Sorvoliamo sulla quantità imbarazzante di wurstel in circolazione (abbiamo glissato anche noi, troppo banale!) e passiamo alla sezione dolce. Qui possiamo raccontare di aver mangiato una sorta di krapfen con una crema alla nocciola modello Nutella molto esplosiva. Altro simpaticissimo dolcino che abbiamo assaggiato è il rotolone ungherese di cui ho formattato il nome. Stranamente non parliamo di fritto, ma di una specie di pagnottella tipo cannolone che viene adagiata su spiedi che ruotano in modo da cuocere uniformemente. Non senza una spolverata di zucchero prima e dopo. Anzi, dopo si può scegliere anche la versione aromatizzata dello zucchero, dalla cannella al cioccolato, passando per il cocco e la vaniglia.
Da segnalare quindi la cioccolata calda, che qui non è come vi aspettereste, ma molto più liquida. Come tutte le bevande calde compresi i punch e il vin brulè, viene servita nei tazzoni da mercatino, che costano 2 euro, i quali vengono restituiti se si riporta indietro la tazza: un'idea carina, coreografica e zero emission!
Detto questo un piccolo cenno anche a quello che abbiamo mangiato nelle nostre serate viennesi, a parte i mercatini. Come obiettivo numero uno ci siamo prefissati il Salm Brau, birreria viennese attaccata al palazzo del Belvedere. Le cotte sono a vista e il servizio è molto frettoloso, vista la fila che c'è. Nonostante sia un posto abbastanza turistico non è stata una cattiva esperienza, anzi. Piacevole il misto di carne (in foto), così come le ribs (foto con tagliere), che pare siano la specialità del posto, a parte la birra. La seconda sera è stata la più interessante, al pub Purstner, scelto quasi per caso visto che essendo domenica era uno dei pochi aperti. Devo dire che alla fine è quello che ci è piaciuto più di tutti! L'ambiente è tirol-kitch, con ricostruzione di ambientazione nordica e uccelli impagliati qua e là. Eppure la cucina non ha nulla di posticcio o di imbalsamato: qui abbiamo mangiato la migliore cotoletta (wiener schnitzel, quello della foto con vicino le immancabili kartoffen) e un buon Tafelspitz (bollito con tanto di brodo e verdure in quantità). La fettina panata di Purstner non aveva nulla da invidiare, anzi a mio parere era meglio, di quella di Figlmuller (foto di inizio articolo con me inclusa nel prezzo), vera istituzione locale in fatto di cotolette. Anche qui tocca fare la fila, ma vale la pena per uno schnitzel che riempie il piatto e decisamente anche lo stomaco: arrivare alla fine del cimento è stato impossibile perfino per me. Molto buona anche la zuppetta vegetariana viennese con i boletus. Nell'attesa del tavolo fra l'altro abbiamo anche avuto modo di sfogliare il loro libro di ricette, interamente fotografico con istruzioni nelle didascalie e ricette passo per passo, che è esattamente quello che io cerco in un libro di ricette: da prendere a esempio, cari colleghi curatori!
Last but not least, merita citazione l'originale sacher dell'omonimo hotel, che vanta l'essere detentore della ricetta a marchio registrato. La ricetta è sotto chiave, le sacher che vende meriterebbero ugualmente di essere messe in cassaforte, visti i prezzi. Un dolce teutonico, la sacher è un po' così, comunque buono nel suo equilibrio cioccolato/marmellata.

giovedì 28 novembre 2013

Hamburgeria di Eataly a via Veneto

Ecco il nostro amico Farinetti che ne fa una delle sue. Non contento di quella mega-cattedrale del cibo che ha inaugurato alle spalle della stazione Ostiense, eccolo di nuovo nella capitale a dar vita a un nuovo progetto. Dimensioni molto più contenute, certamente, ma non meno furbo il concept e soprattutto la posizione in cui questo si colloca.
Siamo a via Veneto, nel regno del turista straniero e in particolare dell'americano che non smette di fare il sillogismo Italia=Vacanze Romane=Dolce Vita=Via Veneto. Senza però dimenticare che il suddetto americano, da buon caprone alimentare qual è, non rinuncerà almeno per una sera a concedersi un saggio italiano del suo piatto nazionale, l'hamburger. Ed ecco il nostro Farinetti sbarcare appunto a via Veneto per andare a competere proprio con uno dei templi mondiali dell'hamburger: l'Hard Rock Cafè.
Ok, fatta questa lunga premessa di marketing del panino, passiamo al locale in sé, dopo aver dato un primo assaggio alla nuova creatura.
La formula è un incrocio fra quella già collaudata all'Eataly e un fast food vero e proprio. Ovvero, ti siedi, studi il menù, vai alla cassa e paghi. Quindi ti viene dato un giocattolino che vibra non appena il tuo panino è pronto. E te lo vai a prendere in un sacchetto di cartone. No tovagliette, no posate, insomma, no servizio o quasi.
Le opzioni del menù sono alla fine abbastanza ridotte: o l'hamburger coniugato in 4-5 varianti (con la possibilità di aggiungere ulteriori ingredienti), o l'hot dog ugualmente variato, o una specie di kebab arrotolato nella piadina, o l'hamburger di pesce ideato da Moreno Cedroni ma non meglio esplicitato dal menù (non si capisce né di che pesce si tratti, né di quali siano gli eventuali condimenti). Si aggiungano alcuni fritti, fra cui crocchette di pollo, olive ascolane home made e patatine e si condisca il tutto con una bella selezione di salse.
Tutti i panini si possono prendere assoluti (al costo di 7-8 euro cad) o in formato menù con patatine e bibita (compresa l'opzione birra Baladin) per qualche euro in più.
Che dire, per una serie di motivi io ho assaggiato l'hot dog, saporito, ma mi si è riproposto per varie ore. Sul tavolo anche l'hamburger che però aveva un po' lo spessore di una soletta, e il similkebab che a quanto pare è stato il più apprezzato. Le patatine erano abbastanza dimenticabili, le olive ascolane erano buone di sapore, ma ci sarebbero piaciute più croccanti di frittura, i bocconcini di pollo erano altrettanto moscettini (dubbio: problemi con la temperatura dell'olio?). In compenso i fritti erano abbastanza asciutti.
Per concludere i dolci di Montersino, quelli in monoporzione più facilmente trasportabili ovviamente. Siamo quasi sul piano dell'industriale, nel senso che vengono fatti dagli squadroni che lavorano a Eataly formati da Montersino, che però ovviamente è sparito da mesi. Comunque parliamo di 5 euro i "pezzi grossi" e della metà per i piccoli bicchierini.
Complessivamente: un posto da tenere presente se ci si trova in centro e si vuol fare uno spuntino più o meno veloce (è proprio alla fermata della metro, dove prima era Tuna). Onestamente però di hamburger a Roma ce ne sono di gran lunga di migliori a mio parere, a cominciare dall'hamburgeseria di San Lorenzo di cui vi ho già parlato, dove peraltro è rimasta indimenticata la cheesecake.
http://ilpolipoaffamato.blogspot.it/2013/11/hamburgeseria-atmosfera-usa-san-lorenzo.html

lunedì 18 novembre 2013

La Barrique: vino e cucina a Monti

Siamo in via del Boschetto. A un passo da via Nazionale, ma ancora nell'atmosfera magica del rione Monti. Una piccola enoteca dove tutto parla di vino, a eccezione della cucina, che invece si inserisce in maniera creativa nel territorio.
Prima di leggere il menù mi sono incantata nel leggere la sconfinata lista dei vini... e ho letto solo i rossi! Pregio o difetto di questa lista è che i vini sono ordinati per vitigno. Il pregio è che si tratta di una scelta di alta cultura enologica. Il difetto è che molti si troveranno spiazzati, specialmente i meno esperti di vino, che categorizzano pochi vini abbinati a qualche regione. La regione più presente il Piemonte, d'altra parte parliamo di una delle eccellenze dell'Italia enologica. Scarsissima, se non nulla, invece la presenza del Lazio. Ma qui siamo sull'eccesso opposto dell'eccellenza enologica!
Scelto il nostro frappato siciliano, che però ci ha leggermente delusi, ci lanciamo sul cibo. E meno male che non avevamo molta fame... Ci barcameniamo fra crostini con patè di animelle, insalata di bollito, crostoni con bufala e cicoria (presi dai primi in verità). I crostini con le animelle ci sembrano un po' grassi, ma sono molto saporiti e, se non sapesse di che si tratta, li mangerebbe anche un bambino. Sull'insalata di bollito non mi posso esprimere, perché non l'ho assaggiata, mentre sugli altri crostoni non posso che dire che si tratta di un'idea tanto semplice quanto buona, in una porzione decisamente abbondante.
Molto abbondante anche la porzione di primo, l'unica sul tavolo. Si trattava di una pappardella con ragù bianco "di cortile", che per gli amici non era nient'altro che pollo. Pur non essendo certamente un raffinato ragù di cacciagione, era tuttavia molto saporito. Peccato solo che la pasta fosse leggermente troppo cotta.
Per quanto riguarda i secondi, invece, un turbinio di baccalà (leggermente salato, ma è un rischio che si corre e comunque era bilanciato dalla salsa in agrodolce, giustamente sbilanciata verso il dolce), polpette (4 veri e propri palloni!) e il piatto più interessante, l'agnello con l'uovo. Ci aspettavamo una fricassea, invece è arrivato un simpatico quanto ben presentato piatto con agnello cotto probabilmente al forno, quindi sfilacciato e servito come un piccolo tortino, su una cremina di uovo e formaggio (peccato che questa fosse fredda, l'avrei scaldata) e dei fantastici topinambur di contorno (troppo pochi per quanto erano buoni!).
Non ci siamo lasciati scappare neanche un assaggio di dolce, fra cui i biscottini secchi che vengono simpaticamente serviti in un barattolo di latta vintage, e una torta di mele. Quest'ultima era stata scaldata, ma a dir la verità credo sarebbe stata altrettanto buona fredda.
Chiariamo: nessun piatto gourmet, nessun eccesso di tecnica, nessuna grande idea o accostamento ardito. Solo un sano incrocio di tradizione, cucina casalinga, qualche presentazione un po' più evoluta. Ma non deve essere per forza gourmet, l'importante è che sia tutto buono e che tutti siamo usciti contenti e soddisfatti, con la sensazione che torneremo!
Ps. i prezzi non sono bassissimi, ma neanche alti. Bisogna tenere conto anche che le porzioni sono molto generose, quindi con un 25-30 euro a testa si mangia e si beve bene. Con qualche euro in più ci si può concedere una bottiglia di miglior livello e, perché no, anche uno champagne! 

giovedì 14 novembre 2013

Ciambelline al vino rosso di Anna Moroni

Grande successo per queste ciambelline al vino, realizzate con una ricetta che ho visto fare pochi giorni fa da Anna Moroni alla Prova del Cuoco.
Recuperata rocambolescamente sulla rete la ricetta (non sono brava a prendere appunti in diretta), ho prontamente realizzato queste ciambelline approfittando di un residuo di bottiglia di vino rosso che avevo in casa.
Ammetto che trattasi di vino di relativa qualità, tuttavia sono sicura che utilizzandone uno di migliore livello sicuramente il risultato sarà ancor più spettacolare... ma le bocche da sfamare a casa mia si sono decisamente accontentate, prendendo queste belle ciambelline come ciliegie: una tira l'altra!
Ma andiamo alla ricetta, semplicissima, perché peraltro si fa a tazze come le più sceme delle torte allo yogurt, con la differenza che lo yogurt non c'è, né il burro o le uova. Insomma, non volendo ho anche fatto una ricetta vegana!!!
Ingredienti:
1 tazza di vino rosso
1 tazza di olio di semi (meglio mais, ma io avevo girasole e ha funzionato ugualmente, si sconsiglia realmente solo quell'oliva perché dal sapore troppo invadente)
1 tazza di zucchero semolato bianco, più altro zucchero per la doratura, ma in questo caso io ho preferito usare lo zucchero di canna, perché è meno dolce e risulta più croccante
1 cucchiaino di lievito per dolci
1 pizzico di sale
Farina 00 quanto basta, calcolate che io ne ho utilizzata circa 700g.
Detto questo il consiglio è di non partire neanche se non si ha un robot in casa. Certo, tutto si può fare a mano, ma in questo caso il supporto di un robot da cucina è fondamentale per non farsi i muscoli, a meno che non si voglia saltare una lezione di body building. Sarebbe magnifica una planetaria, ma io ho usato (e anche Anna Moroni per motivi di pubblicità) un semplicissimo food processor con le lame, che basta e avanza.
Si versano quindi tutti gli ingredienti nel mixer e si aggiunge la farina mano a mano. Come dice la Moroni, il composto è giusto quando "fa la palla". Comunque, considerate che dovrete modellare le ciambelline, quindi deve essere sufficientemente lavorabile. Se può aiutare diciamo con la consistenza (benché più elastica) di un impasto per gnocchi. Io ho finito il tutto con il robot, ho dato solo l'ultima bottarella a mano aggiungendo ancora un minimissimo di farina, solo per non fare attaccare il composto al piano.
Quando cominciate a formare le ciambelline, accendete anche il forno a 180 gradi, che come tutti i dolci deve essere preriscaldato.
Quindi sistemate le teglie con la carta da forno. Io ho utilizzato i due piani, uno con la placca e l'altro con la griglia coperta da un tappetino di silicone e la carta da forno per ulteriore scrupolo. Tenete conto che però quando si usa la placca a metà cottura si devono invertire i piani, perché il calore non passa uniformemente.
Per fare le ciambelline dovete modellare un piccolo tubicino di circa 1/1,5 cm di diametro e di circa 5 cm di lunghezza e incrociarne i due lembi. Vi sto dando delle dimensioni per dare un'idea, ma non credete che io sia stata lì con il righello!!!
Scegliete voi la vostra tecnica, formazione ciambellina seguita da panatura nello zucchero oppure, forse è più comodo, preparazione prima di un numero congruo di ciambelline e poi panatura una dopo l'altra. In questo secondo caso vi dovrete lavare le mani meno frequentemente!
In conclusione, ponete tutte le ciambelline sulla carta da forno, distanziandole di qualche cm l'una dall'altra perché un minimo crescono visto che abbiamo messo il lievito. Sulla lunghezza di cottura io ho visto che passavano circa mezz'ora/40 minuti, ma ovviamente dipende dai forni, se mettete la placca o solo la griglia ecc. Comunque sono pronte quando sono biscottate, cioè belle croccantine, e sono meravigliose se servite con vino dolce... Vinsanto, muffato o passito che sia è la morte sua!

lunedì 11 novembre 2013

Mazzo a Centocelle: pochi ma buoni!

Decidiamo che è giunta l'ora di cambiare, di dare una svolta al panorama dei ristoranti che frequentiamo. Pur senza dimenticare l'occhio al portafogli, perché soprattutto quando si va in giro con gli amici non è che si possa proporre di andare ai ristoranti stellati!
Una piccola ricerca e mi sono fatta intrigare dalle buone recensioni sul piccolo ristorante Mazzo trovate su Via dei Gourmet e su Puntarella Rossa. I piatti raccontati e la formula ci intrigavano parecchio. Un posto abbastanza radical, in fondo, però in un quartiere tutt'altro che radical, quanto piuttosto popolare.
I posti, va detto, sono poco più di 10, quasi tutti sul tavolo sociale, tranne un paio su un bancone con la faccia al muro. Qualcuno in più d'estate quando riescono a mettere un paio di tavolini fuori.
Ma oramai l'inverno è arrivato e quindi la prenotazione è d'obbligo, anche se devo dire che in un giorno infrasettimanale non ho avuto problemi a trovare posto il giorno stesso. Salvo poi notare che non è che chi sta seduto va via prima o poi... Tutti lì a chiedere l'ennesimo cartoccio di patate fritte, così da arrivare a fine serata nella stessa formazione.
Il menù cambia praticamente tutti i giorni, anche se pare di capire che ci sono dei cavalli di battaglia ricorrenti e qualcuno irrinunciabile come le patatine. Fra gli antipasti, la nota carina è la possibilità di pescare fra le tapas, che nascono più che altro per un aperitivo, ma che in tris diventano la base per un antipasto ad assaggi. Convinta dalle recensioni che avevo letto, io ho scelto di assaggiare il rosti di patate, in questo caso servito con una spadellata di friggitelli. Quindi le tapas, che in questo caso erano il simpatico e gradevolissimo Pork Belly, cioè delle fettine di maiale marinate dal sapore molto orientale, marinate probabilmente nella salsa dell'anatra alla pechinese; la cremosissima zuppetta di zucca al forno, dal giusto equilibrio di dolcezza e sapidità data dal formaggio croccante; poi l'arrabbiata, che era in pratica il sughetto con cui si condisce la pasta, servito nella coppetta con dei crostini tostati. Sul tavolo anche il misto di formaggi, salumi e olive, molto ricco e ben assortito.
Quindi siamo passati alla pasta, scegliendo di assaggiare i bombolotti con la gricia. Qui l'unico appunto della serata: la scelta di un pecorino più nobile, il cenerino, non è stata premiata dalla riuscita della mantecatura, dal momento che questo tipo di formaggio tende a raggrumarsi piuttosto che fare la cremina, lasciando la pasta un po' secca. Al contrario il guanciale bello croccantino era perfetto.
Come secondo prima un assaggio di trippa alla romana, che sorprendentemente era di solo esfolio, il cosiddetto centopelle, che a me piace decisamente di più. La romanissima nota di menta era ben presente ed equilibrata con il sughetto fresco.
Quindi le regine della serata: le patatine! Il nostro entusiasmo ha contagiato l'intero tavolo, ma noi abbiamo sicuramente vinto la gara della fame ordinandone 4 porzioni in 3! Contrariamente alle ormai onnipresenti chips, qui siamo di fronte a patate belle ciccione, con tanto di buccia: di solito non il mio formato preferito, perché sono amante della croccantezza, ma una sapiente doppia frittura - con abbattitura nel mezzo - le rende morbide dentro e croccantissime fuori.
Infine un assaggio di torta di carote, giusta conclusione in creatività di una cena un po' tradizionale, un po' appunto creativa!
Ultima nota: simpatici e giovanissimi i ragazzi, sia in sala che in cucina, che a fine turno escono a salutare e sentire i commenti del pubblico. Proporzionati alla mini-sala, qui siamo di fronte a una mini-brigata, con uno in sala e tre in cucina. Su richiesta, anche la possibilità di portare a casa la cena con una pre-ordinazione.

giovedì 7 novembre 2013

Hamburgeseria: atmosfera Usa a San Lorenzo

Quando entri in un locale e trovi una lavagna con su scritto Fresh Lemonade capisci subito che l'ispirazione a stelle e strisce è più che un'ispirazione. Qui è tutto in formato Usa, dalle colazioni all'americana al menù a base di hamburger e hot dog. Il tutto con un tocco italiano, perché la carne non l'andiamo mica a prendere dall'altra parte del mondo...
Detto questo, sono andata con un amico - per inciso, piacevolissima serata!- per una cenetta intimo-amicale. Temevo di non trovare posto, visto lo scarso numero di coperti, però di domenica non è così drammatico e anzi un tavolo vuoto c'era sempre. Motivo per cui non ci hanno minimamente stressati nonostante siamo stati inchiodati alle sedie dalle 20 alle 24!
In qualche caso si tratta di tavoli da 2-4 persone. In altri di piccoli tavoli sociali da 8, in cui sedersi tutti insieme se si è un gruppo, ma più probabilmente in cui sedersi insieme a sconosciuti se si è in pochi. Anzi, a dir la verità se c'è un "difetto" è proprio questo: la conformazione della sala non rende facile la convivialità per gruppi. Ma tanto meglio così perché si limitano anche gli schiamazzi.
Quanto al mangiare il menù - non leggibilissimo a dir la verità, bisogna farci un po' l'occhio - sembra ampio ma in realtà si tratta più che altro di un'ampia gamma di condimenti per pochi semplici piatti. Hamburger e hot dog in primis. Come condimento le buone patatine fritte a sfoglia (non sottilissime), servite plain o con un condimento di ham&cheese.
Noi abbiamo preso l'hamburgerazzo, che non era niente male. C'è sia l'opzione basic, su cui puoi aggiungere condimenti a tuo gusto, che 2-3 proposte loro, come quella con le verdure grigliate che ho scelto io. La carne buona, la disponibilità a grigliarla un po' di più su richiesta non mancava, e questo si apprezza, perché va bene essere puristi ma non tutti possono o vogliono mangiare la carne rosso sangue. Non male anche le patatine, alcune più morbide altre belle croccantine come piacciono a me.
Solo un suggerimento che mi sentirei di dare: in carta ci sono anche condimenti home made come la maionese. Sarebbe bello se sui tavoli fossero offerti alcuni di questi condimenti, invece che la senape o il ketchup Calvè.
Il mio amico ha preso anche l'hot dog, sembrava buono ma non l'ho assaggiato.
Detto questo siamo passati al dolce, assaggiando entrambi la cheesecake, che viene tenuta neutra e condita solo all'ultimo momento con un topping. Noi abbiamo scelto cioccolato, ma devo segnalare che non mi sembrava il solito topping di plastica dei bottiglioni. Ovvero, non ho chiesto se fosse fatto in casa, ma se era industriale era di quelli buoni. Molto saporita la cheesecake, che aveva un gusto più italiano che americano, con una presenza di yogurt a renderla più "leggera" e meno stucchevole.
Abbiamo apprezzato anche l'offerta dell'amaro a fine pasto, a fronte di un pasto che non superava i 15 euro a cranio. Un'esperienza da ripetere!

lunedì 28 ottobre 2013

La Briciola da Adriana a Grottaferrata

Lunga vita alla signora Adriana, vera colonna portante di questo locale. Lei la regina della cucina, lei l'anima della sala, lei la vera ragione di vita di questo locale di Grottaferrata. Siamo in zona San Nilo, qui intorno i ristoranti non mancano, però questo è sicuramente uno dei capostipiti, con le sue foto vintage alle pareti, con Modugno, Battisti, un Renzo Arbore giovanissimo...
L'atmosfera è altrettanto vintage, da osteria che ne ha vista di acqua sotto i ponti. Ma lo smalto nei piatti, di salda tradizione romana, non sembra essere sbiadito. Il menù è in buona parte legato alle stagioni, poi comunque arriva la signora Adriana a elencare i piatti, senza dimenticare nulla. Qualcosa c'è, qualcosa no, qualcosa è stato sostituito da quello che è arrivato dal mercato. E' tutto un "ho fatto", "ho preparato", "ho cucinato". E lì ti immagini la signora che dalla mattina avvia la cucina, trifola i funghi porcini, tira la pasta a mano, prepara la zuppa e il ragù dalla lunga cottura. Diciamolo, mi ha ricordato molto mia nonna, e per questo le ho voluto bene, con l'unica differenza che mia nonna non avrebbe mai aperto un ristorante!
Seguendo un po' i nostri gusti, un po' i suoi consigli, abbiamo scelto di assaggiare il suo sformatino di zucchine e il cestino di funghi porcini di antipasto. Il primo a dir la verità non ci ha fatto impazzire, mentre il secondo era gradevole, sia nella pasta brisè fatta in casa, sia nella trifola di porcini, adagiata solo all'ultimo momento per non rischiare di bagnare la pasta. L'acme però l'abbiamo raggiunto con i primi piatti, o meglio con le zuppe che abbiamo scelto. Una, molto passata e aromatica, di fagioli e cavolo nero, che Giampiero ha letteralmente divorato. L'altra era la classicissima minestra di broccoli in brodo di arzilla, un piatto romano doc difficile da trovare, per di più con maltagliati fatti in casa.
Quindi di secondo abbiamo assaggiato lo spezzatino con i peperoni, che pare sia uno dei cavalli di battaglia della signora e che era di una delicatezza infinita, visto che era fatto con il filetto di manzo. Infine, per concludere una gradevole crema chantilly con pasta sfoglia sbriciolata sopra: era servita in una cocottina a forma di conchiglia, direttamente dagli anni Ottanta. Divina!
Da segnalare anche gli amari gentilmente offerti, anch'essi home made, fra cui una specie di cherry meravigliosamente dolce e un nocino bello aromatico.
Unica piccola pecca sono i prezzi. Chiariamoci, vista la bontà degli ingredienti siamo anche in linea, ma trattandosi di osteria ci saremmo aspettati qualche euro in meno. In ogni caso, bisogna tornarci al più presto in questo locale...

Ps. sempre da Grottaferrata segnaliamo con dolore la chiusura dell'Hostaria Pistelli. Avevamo notato che non fosse più in guida e ci siamo domandati il motivo, quindi ci siamo passati davanti ed era chiuso, con le vetrine impolverate e dimenticate da tempo. Un vero peccato!

venerdì 25 ottobre 2013

Osteria Numero Uno ad Ariccia: non la prima, ma la seconda...

Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova. E' questo il proverbio che mi è venuto in mente alla fine della cena all'Osteria Numero Uno di Ariccia. La premessa è che per anni siamo andati all'Aricciarola, con poche, piccole divagazioni non degne di citazione. Per una volta, abbiamo scelto di cambiare scientemente, anche perché all'Aricciarola come al solito non c'era posto per prenotare, ma non abbiamo avuto la pazienza di metterci in fila come facciamo normalmente. Quindi eccoci belli che prenotati in questa Osteria, con le migliori intenzioni, visto che peraltro questa è l'unica fraschetta che viene citata dalla guida del Gambero Rosso. Ok, sapete che alle guide mi affido spesso, ma so che vanno prese con le pinze tanto quanto Tripadvisor. E lo dice chi ci lavora!
Detto questo, arriviamo al ristorante e apprezziamo che con enorme pazienza non ci abbiano fatto pesare gli oltre 40 minuti di ritardo che avevamo accumulato.
Quindi ci sediamo, su una tavola molto rustica, apparecchiata con tovaglia rossa e piatti neri di plastica dura. Abbastanza basic come mise en place, ma va bene che si risparmi su questo piuttosto che sul cibo, offerto a prezzi più che contenuti. Il menù è piuttosto ampio, ma alla fine si concretizza nelle tre opzioni di menu fisso, che generalmente i clienti preferiscono all'andare alla carta per ovvi motivi di prezzo. Tanto più che ci siamo accorti del divertente rapporto per cui più mangi meno spendi. Ovvero si parte da 16 euro per un menu solo antipasti, si passa per i 18 aggiungendo la pasta (però rinunciando a qualche antipastino), si arriva al massimo a 20 con il secondo. Naturalmente, noi che non ci spaventiamo del cibo abbiamo scelto la proposta più completa!
In pochi minuti sono arrivati una teoria di antipasti, fra cui salumi abbondanti, buone le ricottine servite col miele e le mozzarelle di bufala, molto scarso il formaggio tipo caciotta, eccellente la porchetta (il minimo, però, ad Ariccia). Particolarmente apprezzato il pane, che era praticamente un quarto di pagnotta di Genzano dop (e noi l'abbiamo chiesto 2 volte, quindi in 6 ci siamo sparati mezza pagnotta!). A parte avevamo ordinato anche la trippa alla romana, ben eseguita. C'era qualche altra cosetta, ma al momento mi sfugge.
Detto questo, sono arrivati i primi. Sul tavolo due opzioni (siamo stati umani a ordinare, sia sui primi che i secondi, ci siamo limitati a due tipi): amatriciana vs rigatoni con il sugo di cinghiale. Opinioni discordanti su entrambi i piatti. Io l'amatriciana l'ho apprezzata molto, cremosa, molto condita, saporita ma non salata né piccante (io odio quando mettono il piccante!) e non troppo oleosa come capita spesso: un piatto da scarpetta a pedali... ecco come ho fatto fuori mezza pagnotta di Genzano! Al contrario non ho amato particolarmente il piatto di cinghiale, che eccedeva in una nota dolciastra, voluta probabilmente per bilanciare il selvatico, ma troppo incombente. 
Una certa delusione poi con i secondi: arrosticini vs salsiccia. La salsiccia non l'ho assaggiata, era un po' rosata, ma questo può banalmente dipendere dalla qualità della carne. Gli arrosticini che sono arrivati a me erano a dir poco carbonizzati e non sono riuscita a finirli.
Già provati dalle precedenti portate abbiamo passato alla proposta del dolce, concludendo solo con qualche amaro per favorire la digestione. Alla fine, compresi gli extra, bevande (nel menù è inclusa una bottiglia di vino ogni 4 persone) ecc. siamo usciti con una 25 euro a persona. 
Bilancio: continuiamo a preferire l'Aricciarola. Una leggera delusione su qualche piatto, specialmente i secondi, anche se confidiamo che se la prossima volta prendiamo solo gli antipasti e semmai qualche assaggio di pasta extra menu la nostra opinione potrebbe variare. 
Dell'Aricciarola, però, continua a piacerci la formula, che consente, sempre a prezzi molto contenuti, di scegliere i vari componenti dell'antipasto. Ci piacciono meno, in questo caso, i primi piatti, ma difficilmente siamo riusciti ad arrivarci!!!

domenica 29 settembre 2013

Taste of Rome edizione n.2: cosa ci è piaciuto e cosa no

Quello che di questo Taste of Rome non dimenticherò mai è il visetto sorridente di Heinz Beck che con le sue manine dorate mi serviva il suo meraviglioso dolcino a base di fave di tonka. Una cosa fenomenale, che ve lo dico a fare: tutto ciò che usciva dalle cucine in trasferta della Pergola era di un livello e una qualità nettamente superiore a tutti gli altri. La tecnica, la fantasia e il coraggio degli abbinamenti di un genio qual è Heinz Beck non possono essere uguagliati da - quasi - nessuno al mondo. Perfino una banalità come una cacio e pepe, in mano a lui diventa una cosa completamente nuova, in abbinamento con i gamberi (crudi e marinati nel lime) e mantecata con il fumetto dei carapaci dei suddetti gamberi. Ma la cosa più stupefacente è stata il tonno tonnato, in cui il giovane tonno solo leggermente scottato ai bordi, veniva adagiato su una favolosa gelatina, ma soprattutto abbinato con quello che sembrava un crumble e invece, magia, era una specie di gelato sbriciolato di brodo. Il dolce, infine, era un gioco di abbinamenti complesso fra fava di tonka, passion fruit, mele verdi poste al centro a sgrassare il tutto e dare la nota acida. Un equilibrio complesso quanto sorprendente. Il gioco di scoprire queste sorprese era la cosa più divertente di questi indimenticabili piatti: non vedo l'ora di prendere coraggio e concedermi, una volta nella vita, una cena alla Pergola.
Detto questo, assolutamente da citare anche le gioie offerte da Angelo Troiani del Convivio Troiani: da un lato i fiori di zucca dorati con mozzarella di bufala e alici di Cetara con un sorbetto di peperone in abbinamento; dall'altro la quaglia arrostita con una salsa alla cacciatora. I primi in pratica erano un fiore di zucca destrutturato, in cui la bufala e l'alice non venivano cotte, ma lasciate in abbinamento in purezza. Nel secondo caso, si segnala la cottura perfetta della quaglia, con questo abbinamento di verdurine molto saporite. Anche nel caso del Convivio Troiani, da anni mi riprometto visita e non vedo l'ora di trovare i fondi per concedermela.
Dall'hotel Spendid Royal ci siamo concessi l'intera degustazione, anche se in un paio di casi (il raviolo e il dolce) non ci sono sembrati piatti così esaltanti. Il baccalà era molto gradevole, un piacevole finger food servito in un bicchiere in cui il baccalà si sposava con una leggerissima mousse sicuramente fatta con il sifone. Questo per contrasto di sapore e consistenze ci ha convinti abbastanza, mentre le caramelle allo zafferano ci sono sembrate più scolastiche, benché si apprezzi una pasta sottilissima. Il dolce, però, è stato un crollo verticale, con questa burrata incastrata in una calotta di cioccolato al latte a mò di mini-magnum e servita con un gelato di fichi settembrini alla vaniglia, che invece era molto fresco e gradevole.
Ci sono sembrati simpatici, ma meno fantasiosi, i fusilli all'amatriciana con le trippette di baccalà del Giuda Ballerino: un'amatriciana molto saporita, in cui l'abbinamento con queste trippette era sicuramente il quid in più e devo dire che ci stava molto ma molto bene.
Sempre amatriciana anche per i ravioli della mia amica Cristina Bowerman, che il sugo lo mette nel ripieno della pasta: un'esplosione di sapore senza precedenti. Simpatica anche la wrap con il piccione, specialmente come idea, anche se devo dire che mi ha deluso vedere che non fosse wrap in quanto arrotolata, ma solo come tipo di contenitore. Parlo di delusione solamente per una questione scenica, anche perché proprio da lei avevo mangiato un meraviglioso "burrito" di tonno che era appunto servito in una wrap arrotolata.
Grande tecnica anche da Roy Caceres, altro amico simpaticissimo, che ha proposto un fico di foie gras, mosto cotto e brioche al grano arso. Unico difetto del piatto era una tendenza dolce un po' troppo spiccata, ma il caso ha voluto che sia stato l'ultimo piatto che abbiamo mangiato prima di lanciarci sui dolci, quindi un ottimo "traghettatore" fra salati e dessert.
Dulcis in fundo, la mousse di malvasia puntinata e fichi di Daniele Usai (ristorante il Tino), probabilmente meno tecnica e complessa di molti altri piatti che abbiamo assaggiato, ma devo dire che alla fine è il dolce che ci ha convinto di più per la sua semplicità.

martedì 24 settembre 2013

The Taste: il nuovo reality culinario importato dagli Usa

Il vero motivo per vedere "The Chef" su La5 il martedì sera è aspettare che inizi "The Taste", il gastroreality in salsa americana (con un tocco british) le cui puntate seguono di pari passo quelle del primo programma. La prima giornata, infatti, è stata per entrambi una carrellata di casting, tanto per capire chi avremmo messo ai fornelli. E se nel primo caso ci siamo trovati di fronte ad appassionati poco preparati, a mio giudizio, nel secondo siamo al cospetto di un gruppo molto più valido, benché, poveretti, sono pur sempre americani!
Da italiana convinta che la mia cucina sia la migliore del mondo e che anche i francesi che tanto si vantano ci fanno una pippa, non posso che vedere con orrore la maggior parte degli "inguacchi" che combinano questi aspiranti chef americani. Tuttavia, dopo una 3 settimane negli Usa, devo ammettere che quello è il modo di mangiare di una miliardata di persone. Che è vero che poi vengono in Italia e si commuovono davanti a una amatriciana vera, però stanno là e di quella cultura sono pervasi.
Ergo, lungi dal guardare questo programma alla ricerca del sacro Graal dell'idea geniale da riprodurre in cucina, "The Taste" mi ha colpita fin dall'inizio per il format, che secondo me è estremamente azzeccato e che non vedo l'ora di vedere riprodotto in Italia, sperando che i casting dei giudici li facciano con criterio. La formula in parte somiglia a "America's got talent", con tanto di tasti luminosi per dire se è un sì o un no da parte dei giudici (che successivamente diventano coach e qui c'è un pizzico di "X-Factor").
Però la vera innovazione (anche se pure questa è stata mutuata da precedenti talent canori) e quello che fa di questo programma un divertentissimo thriller è che i giudici assegnano i loro voti completamente al buio. Assaggiano i loro cucchiai, che rappresentano una versione finger food del piatto proposto dal concorrente, ma non vedono chi ha realizzato il piatto prima di votare. Quindi l'autore si presenta e non fa altro che apprendere insieme agli spettatori quali sono le valutazioni dei giudici. Per adesso, dicevo, siamo solo alla parte casting e alla fine poco importa se è stato buttato fuori l'uno o l'altro. Però il divertimento ci sarà quando i giudici dovranno votare i piatti dei loro protetti e, probabilmente, buttarne fuori qualcuno a loro insaputa.
Altro ingrediente fondamentale che fa di questo programma il mio nuovo cult è il quartetto dei giudici e in particolare un paio che mi sono profondamente simpatici: prima fra tutte Nigella Lawson, che non manca di deliziare il pubblico con la sua vena spiritosa e con doppi sensi; poi Anthony Bourdain, anche lui molto sagace e piacevole nel rimembrare i suoi viaggi culinari intorno al mondo; meno divertenti, ma più professionali i commenti dei due veri chef, un francese abbastanza antipatico, Ludo Lefebvre, e l'unico vero americano Brian Markeley, che almeno giudica con un occhio al palato locale.
Se vuoi scoprire che ne penso davvero di The Chef, CLICCA QUI

The Chef: il nuovo reality con Filippo La Mantia e Davide Oldani

In attesa della seconda puntata di "The Chef", ma il nuovo gastro-reality di La5 ha già svelato i suoi ingredienti. Partiamo dalla dura realtà: è una specie di incrocio fra "Masterchef" e "X-Factor". Del primo prende gli spunti gastronomici, del secondo l'idea dei coach, che in questo caso sono Chiara Maci, già nota come giudice di "Cuochi e Fiamme", e Alessio Algherini, giovane e aitante chef milanese per ora semi-sconosciuto. A giudicare le preparazioni degli aspiranti Chef del programma, mescolati fra professionisti e autodidatti, ci sono Filippo La Mantia (che intanto ha lasciato le cucine del Majestic, come recentemente appreso dai miei canali romani) e Davide Oldani (che mi domando quando sia l'ultima volta che l'hanno visto nelle sue cucine milanesi).
Detto questo, la prima puntata è stata tutta sui casting, con un gioco di appaiamenti per genere (il ciccione, le supergnocche, le casalinghe, i diversamente italiani, i professionisti...) fra i quali i due noti chef dovevano scegliere uno solo. Salvo poi ripescarne una all'ultimo momento, a causa dell'abbandono di un concorrente che aveva passato la selezione, peraltro simpatico cuochino di Monopoli, che è stato richiamato all'ordine dal ristorante per cui lavora, che ha posto l'aut aut: o torni o ti licenzio. Ha scelto di tornare e ha lasciato il posto libero, assegnato bulgaramente da La Mantia e Oldani.
Conclusioni: per ora non si è visto molto della dinamica. Tranne un improbabile sottospecie di pressure test nei pre-casting e una sfida a due per passare la selezione finale. Quello che ho potuto evincere, però, è che la qualità complessiva dei concorrenti fosse piuttosto scarsina. Rispetto a "Masterchef", che soprattutto nell'ultima edizione è partito con un manipolo di figli di Heinz Beck, già capaci di non distruggere una faraona o una rana pescatrice, qui siamo davanti a una serie di pasticcioni che a stento sanno cuocere un uovo sodo. Poche le eccezioni, quasi tutte fra i professionisti, e sicuramente alla lunga la differenza si farà sentire non poco. Anche a "Masterchef" ci sono sempre stati i primi della classe, ma in un panorama complessivo comunque valido. Vincevano sulla lacuna del singolo nel trattare un certo tipo di preparazione, ma non sulla capacità globale di tenere un mestolo in mano.
Vi confesso, però, che a meno che non si riscatti con le prossime puntate, per ora "The Chef" per me è solo un programma da vedere in attesa che inizi "The Taste", il gastroreality Usa che inizia immediatamente dopo e di cui vi scriverò di seguito.
Per leggere cosa ne penso di "The Taste" CLICCA QUI

giovedì 19 settembre 2013

Moma: nuova pizzeria a Cinecittà che fa concorrenza a Sforno

Orfana del mio amico Lazzaroni, avevo bisogno di trovare un nuovo indirizzo dalle parti della Tuscolana che facesse al caso mio. Diciamo che questa volta ci siamo dovuti allontanare un po' di più, superando anche Sforno quanto a distanza, e avvicinandoci sempre di più alla chiesa di Don Bosco, tanto per capire di quale zona di Roma stiamo parlando. Tuttavia il suggerimento arrivato sia da Puntarella che dagli amici di Via dei Gourmet, mi ha più che soddisfatta.
E qui, svelo già il tenore della recensione... Entusiastico!
L'unico difetto era la posizione del tavolo, un po' troppo in mezzo alle macchine, ma non posso lamentarmi visto che ho prenotato per 7 persone giusto un paio d'ore prima di andare a mangiare. Era l'ultimo tavolo e alla fine va bene anche che fosse in mezzo alle macchine. Anche se la prossima volta spero di mangiare dentro, dal momento che (a parte che farà certamente più freddo) il locale all'interno è molto carino. Tutto giocato sui toni del bianco, sulle resine e sul legno. Molto grazioso.
Gradevolissimo anche il servizio, affidato a un ragazzo con una pazienza senza fine, che ha tradotto praticamente mezzo menù per un amico inglese che era al tavolo con noi. Per prendere un ordine ci avrà messo venti minuti, ma è stata colpa nostra e non sua.
Su suo consiglio quasi tutti abbiamo preso il "supplizio", ovvero il supplì secondo la ricetta di Arcangelo Dandini. Beh, valeva veramente la pena. Sia il riso, bello compatto e distaccato, che il condimento erano gustosissimi e la panatura fritta in maniera eccellente.
Per contorno anche le patatine cacio e pepe, alla maniera di Sforno. Beh, anche quelle non ci hanno affatto delusi e sono andate via in un attimo.
Veniamo quindi alla pizza. Premetto che i prezzi non sono propriamente popolari, che una margherita sta a 7-8 euro, ma li vale tutti, sia per qualità dell'impasto (leggerissimo, alveoli perfetti, croccante al punto giusto, alta ma di quel genere che può piacere anche ai romani) che per il pomodoro-mozzarella utilizzati. Io ho assaggiato la doppia margherita, con una razione doppia di mozzarella, e la quattro formaggi, il cui condimento era molto equilibrato e per niente eccedente verso l'uno o l'altro formaggio.
Unica pecca, si fa per dire, è che alla fine tra fritti e pizze eravamo strapieni!
Nonostante tutto abbiamo preso anche qualche dolce (tipo uno ogni due persone), anche se devo ammettere che questo è l'unico capitolo che mi ha lasciata relativamente delusa.
Per concludere giro d'amari, offerto dalla casa all'atto della presentazione del conto, con successiva offerta supplementare di un secondo giro. Attenzione apprezzatissima e che ha mantenuto il costo della serata su livelli sostenibili: 21 euro a testa per un fritto a cranio (più qualche patatina), una pizza a cranio, una/due birre/coca a cranio e un dolce ogni due persone. In più, come dicevo doppio giro di amari offerti. Ci torneremo sicuramente, sia per la gentilezza complessiva che per la pizza dall'impasto talmente delicato che il giorno dopo la bilancia non ha neanche segnato il classico chilo in più da bagordi del giorno prima...

domenica 1 settembre 2013

Il Gelato di Conforti a Re di Roma

Dopo vari giorni di volantinaggio selvaggio, finalmente abbiamo visto che ha aperto i battenti la nuova gelateria di Re di Roma, che va ad aggiungersi al Gelato di Procopio e a Fata Morgana a pochi metri. Insomma, piazza Re di Roma è diventata una specie di fossa delle Marianne del gelato, dove è pressocchè impossibile non cadere in tentazione. Senza contare che poco lontano c'è anche la Neviera, che ci è sembrata la novità più interessante, e il sopravvalutatissimo Pompi.
Comunque, ieri finalmente abbiamo assaggiato il nuovo arrivato, che si autodefinisce "Alta gelateria artigianale italiana". Già presente a Roma, in zona Quarto Miglio, poi ad Anzio e a Latina, questa gelateria vanta un numero elevatissimo di varietà dichiarate, ma un numero molto limitato di vaschette. Ieri sera mancavano diversi gusti, anche fra quelli di cui erano presenti le targhette, ma a loro discapito va detto che erano in chiusura.
Non mi è piaciuto inoltre che ci fosse una vaschetta di tiramisù in mezzo a quelle di gelato, ma che questo non fosse possibile metterlo sul gelato: se è così, per non scontentare il cliente, dovrebbero o predisporre un gusto tiramisù come alternativa, oppure spostare semplicemente quella vaschetta da un'altra parte. Fra l'altro è molto curioso come questa gelateria che vanta anche un tiramisù artigianale sia sorta a poche centinaia di metri da Pompi: che voglia approfittare del brand? O addirittura vuole sfidare lo strapotere di Pompi in tema?
Questa seconda opzione è sicuramente molto ambiziosa. Noi auguriamo qualsiasi bene, però possiamo dire che nel nostro assaggio il gelato ha avuto qualche critica. Per quanto mi riguarda, ho preso nocciola e pistacchio. Quest'ultimo era soddisfacente, mentre la prima aveva un retrogusto che non mi tornava al 100%. Ho assaggiato inoltre la stracciatella, che invece era troppo fredda, quasi al limite del ghiacciato. Molto fragrante invece la cialda del cono, che peraltro viene golosamente foderata di Nutella all'interno (e questa è una furbata che non ci è dispiaciuta affatto!).
A proposito di furbate, a dir la verità è questo che forse ci ha lasciati un po' perplessi. Grande battage pubblicitario, ieri peraltro regalavano coupon per mangiare il gelato gratis (motivo per cui probabilmente i gusti erano quasi tutti finiti in chiusura), un cafonissimo count down che ogni 100 minuti segnala un minuto di gelato offerto per la clientela, un più divertente bocchettone dell'aria aperto all'esterno ad altezza d'uomo con una targa di fianco: avvicinatevi per sentire l'odore della nostra cucina. L'unica domanda che mi pongo è quali siano questi grandi odori che provengono da una gelateria, dove le "cotture" sono per lo più a freddo. Felice di essere smentita dall'esperienza, però...
Detto questo, opinione comune di tutti i miei amici è stata che fra i vicini preferivano Procopio o Fata Morgana. Insomma, Conforti secondo la nostra opinione deve ancora crescere e trovare la tara fra la voglia di apparire e la reale qualità del prodotto e l'apprezzamento che esso può generare nel pubblico.

sabato 31 agosto 2013

Mini Cupcake per battesimo

Tornare dall'America con un paio di stampi da mini muffin nuovi di zecca e con una serie di altri aggeggi da decorazione torte fa venire strane idee. Ed ecco che in occasione del battesimo del piccolo Nicolò, il figlio di una carissima amica, mi è venuta la splendida idea di trasformarmi in Renatino per un giorno... Anzi due, visto che ci ho messo due giorni di lavoro a fare questi dolcetti!
Non vi spaventate, non si tratta di un cimento così complesso. E' solo che a forza di vedere le puntate di "Torte in corso con Renato" mi è entrato nel cervello il consiglio di preparare le decorazioni il giorno prima, in modo che la pasta di zucchero abbia tempo di indurirsi.
Ugualmente, per anticiparmi il lavoro, il giorno prima dell'evento ho preparato i mini muffin, seguendo la ricetta di Giallo Zafferano dei cupcake:
120 g di farina
120 g di zucchero
120 g di burro a temperatura ambiente
2 uova
un pizzico di sale
il contenuto di mezza stecca di vaniglia
un cucchiaino di lievito.
Premesso che bisogna preriscaldare il forno come tutte le torte e che bisogna imburrare lo stampo (io non preferisco utilizzare le cartine da muffin in cottura, le metto dopo). Quindi in una ciotola si sbatte con le fruste elettriche zucchero e burro, poi si aggiungono le uova una a una, il sale, la vaniglia e infine si aggiungono farina e lievito setacciati e si incorporano delicatamente con un cucchiaio di legno. Per essere più precisa questa volta ho messo l'impasto negli stampini con la sacca poche, ma si può usare benissimo un cucchiaio. Detto questo, in forno per circa 20 minuti a 180 gradi.
Una volta sfornati li ho lasciati raffreddare e tenuti nello stampo fino al giorno dopo.
Intanto, la sera guardando la tv, mi sono cimentata con le piccole decorazioni a tema bimbo. La pasta di zucchero l'avevo acquistata, di colore bianco. Quindi ho colorato una minuscola porzione di marrone, addizionando la pasta al cacao in polvere. Se diventa troppo solido aggiungete qualche goccia d'acqua, ma non dovrebbe servire. Fondamentale ricordare sempre di tenere sempre coperta la pasta di zucchero, perché solidifica in un attimo. Anche mentre si lavora, si prende ciò che serve e si lascia coperto il resto. Quindi ho colorato una metà della pasta con il colorante celeste. Ce l'avevo già a casa solo liquido, quindi per contrastare l'eccesso di umidità ho aggiunto dello zucchero a velo. Consiglio di utilizzare dei guanti di plastica per lavorare la pasta con il colorante, altrimenti le unghie diventano color puffo e rimangono tali per giorni.
Quindi la lavorazione. Ammetto di aver utilizzato come esempio i lavori compiuti da colleghe di altri blog e ho deciso che sarei stata capace di riprodurre con la mia scarsa maestria e con i pochi attrezzi che ho (una scatola di tool cinesi!) solo alcuni oggetti: le più facili sono le scarpine, poi il biberon dà soddisfazioni, il ciuccio è carino e molto evocativo, il bavaglino è difficilissimo perché quando si asciuga si rompe, la barchetta non è difficile e l'orsetto dà grandi soddisfazioni però richiede molta pasta. Un po' per tocco personale, un po' per completare e colorare il tutto, ho utilizzato i confettini a tema animali, le stelline o i dinosauri che avevo acquistato in America. Se ne trovano di diverso tipo anche in Italia, ma quelli non li trovate dai cinesi, ma solo nei negozi specializzati! Altra utility fondamentale è il gel trasparente che serve a incollare i vari pezzi. Si può utilizzare anche della marmellata, tipo quella di albicocche, ma appiccica anche le dita e dopo un po' vi farà diventare pazze!
Come potete vedere, non tutti i cupcake sono stati decorati con le sculturine che ho fatto. Me ne rimanevano un po' e per non lasciarli senza nulla ci ho messo i confettini di cui parlavo. Sono molto carini e quindi anche quelli facevano la loro figura... Per la copertura del "tettuccio" del cupcake ho utilizzato la crema al formaggio, fatta unendo formaggio spalmabile e zucchero in parti uguali, con un'aggiunta di vaniglia (l'altra metà della bacca usata per i cupcake). La crema è uscita molto dolce e troppo liquida per i miei gusti. Il motivo credo sia perché non ho usato lo zucchero a velo che contiene al suo interno anche la fecola, che serve per addensare. In ogni caso teneva a condiva a sufficienza e assolveva il suo compito, cioè fare da base bianca su cui appoggiare le mie piccole decorazioni color puffo!!!



venerdì 30 agosto 2013

New York: guida per turisti italiani (che non vogliono mangiare italiano)

Dopo una settimana nella Grande Mela abbiamo stilato la nostra personale lista dei posti da non perdere a NY. Naturalmente trattasi di elenco limitato al fatto di aver avuto poco tempo per ambientarci e scoprire maggiori informazioni sulla cucina locale, tuttavia abbiamo fatto riferimento a varie fonti, dai preziosi consigli di altri amici affidabili, alla Lonely Planet, a Tripadvisor e a un po' di fattore C che non guasta mai!Di seguito quelle che riteniamo le tappe immancabili per un gastrointeressato... 1) Capitolo Cupcake e soprattutto cheesecake: ne ho assaggiati vari negli States, ma gli unici degni di nota a mio parere sono quelli di Magnolia bakery. C'è una sede proprio a 2 passi dal Moma, così fai finta come noi di essere lì per motivi culturali!2) Capitolo Hamburger: premetto per prima cosa che non è vero quello che dicono coloro che tornano con gli occhi a cuoricino dall'America e dicono che lì è tutto più buono. L'Hamburger da McDonald's è lo stesso livello di cartonato di quello che spacciano in Italia, quindi rinunciate a prescindere, anche perché a prezzi analoghi si trova decisamente di meglio. Infatti, uno dei più buoni hamburger assaggiati è quello di Shake Shack, che ha lo stesso format a fast food e i prezzi poco più alti. Ce ne sono vari a Ny, di cui uno vicino Times Square. Il più buono era l'hamburger che ho preso io che in pratica era un doppio burger metà cheeseburger e metà vegetariano con una polpettazza di funghi frittissima! Carine anche le patatine, che dicono siano home made.Un po' più costoso ma ancor più godurioso è l'hamburger di Pj Clarke's, che è quello della foto con la montagna di cipolle fritte, che appunto sono fenomenali! Qui i locali andavano fra l'altro a sfondarsi di ostriche e champagne dopo lavoro, ma noi temevamo lo stop tecnico del viaggio causa vibrione e abbiamo rinunciato ai crudi (aggiungo che per chi fosse interessato all'argomento ostriche c'è un famosissimo Oyster bar di lato alla Grand central, le cui coordinate si trovano su tutte le guide).
3) Capitolo Etnico in NY: in 3 settimane negli Usa abbiamo mangiato spesso fra cinesi e giapponesi qui e là per spezzare le fatiche da grassi idrogenati. Quanto a NY suggerirei solo il cinese della Lonely planet a Chinatown che si chiama Joe's e davanti ha sempre una fila spaventosa. Infatti non ci siamo andati perché ci siamo lasciati spaventare. Un amico fidatissimo è riuscito a entrare (e mangiare abbondantemente) e ancora si sta leccando i baffi!4) Capitolo Italians: per chi avesse nostalgia dell'Italia a Little Italy ci sono diversi ristoranti dignitosi. Abbiamo guardato in molti piatti che sembravano invitanti, ma l'unica tentazione a cui abbiamo ceduto è stata una "square" di pizza c.d. siciliana da Prince Street pizza. Ah, no, ce n'è stata un'altra di tent azione italiana a cui abbiamo ceduto. Era il cannolo di Buddy, il boss delle torte. Abbiamo scoperto il suo nuovo localea due passi da Times square e non potevamo non fermarci. Si chiama Carlo's bakery come tutti gli altri. Sapendo che è il suo cavallo di battaglia abbiamo scelto proprio il cannolo, che viene farcito al momento. Era molto buono nonostante la ricotta Usa. In alternativa in vetrina vari cupcake e altri dolci... oltre alle famose torte decorate!
5) Capitolo Pastrami: altra citazione la merita Katz's, il locale famoso per il pastrami e per la scena dell'orgasmo di Harry ti presento Sally. Costosissimo, nessun servizio, viene gestito tipo mensa e costa come una steak house. Posso pure concordare che il pastrami che fa sia il migliore, ma il nostro problema è che non ci è piaciuto il pastrami! Lo cito solo per dovere di completezza, ma a dir la verità non lo consiglio.6) Capitolo Brooklyn riverside: una serata a NY non si può non dedicare a una cena in questo bellissimo quartiere. Se dovessi trasferirmi nella Grande Mela probabilmente sarebbe la mia (quasi) prima scelta (dico quasi perché la prima sarebbe Greenwich, ma costa una follia e quindi si ripiega su Brooklyn, possibilmente con vista skyline). Tornando alla questione serata a Brooklyn, consigliatissimo andare perché ci si trova dal lato opposto di Manhattan e da lì la posizione è magnifica per vedere lo skyline dal lato opposto. Se mi capitasse di tornarci cercherei di meglio, comunque noi siamo capitati da Fette Sau Bbq. Carne a gogo, tipo arrostoni stracotti. Buonissime le salsicce e i fagioli. Però anche qui il servizio è tipo mensa e i prezzi sono altini.Detto questo... buon viaggio, se vi capita di andare a NY e salutatemi la Grande Mela...

martedì 23 luglio 2013

La Neviera, nuova gelateria a via Taranto a Roma

Scopriamo per puro caso che a due passi da casa è spuntata una nuova gelateria, La Neviera in via Taranto 66. Alla prima domenica con un pranzo troppo sostanzioso per fare una cena altrettanto impegnativa, decidiamo che è il momento da dar credito alla nuova gelateria e provare le sue specialità.
Detto fatto. Gelato della Neviera, che fra l'altro scopriamo con gioia che costa pochissimo: 1,80 euro il cono a due gusti, 2,30 per quello medio da tre gusti. Dietro il bancone si vedono le vetrate che aprono sul laboratorio, con macchinari che lasciano ben presagire per un gelato artigianale. E infatti l'assaggio non delude per la maggior parte dei gusti. Nocciola e pistacchio davvero ben eseguiti. Vaniglia saporitissima e piena di quei favolosi pallini neri che fanno capire che la vaniglia in questione non è solo un estratto. Meno esaltante la crema ai fichi, se non altro perché ci aspettavamo una presenza più rilevante dei fichi. Gianduia anche buona, ma ne abbiamo mangiate di meglio. Meritano una citazione anche i gusti di frutta, realizzati senza latte e per questo adatti anche agli intolleranti. Ci è piaciuto soprattutto il gusto Pesca tabacchiera: un vero e proprio concentrato di frutta!
Comunque l'esperimento "sotto casa" è stato approvato... temiamo solo che adesso avere una gelateria a due passi dal portone sarà molto, molto pericoloso!

sabato 25 maggio 2013

Ristorante greco Egeo: il vero greco del Pigneto

Cosa fare, cosa non fare... Ci siamo ricordati di una recente discussione sugli "etnici" che ci piacciono e una citazione di un amico di questo greco del Pigneto. Ebbene, detto fatto è scattata la prenotazione. Chiavi della macchina alla mano siamo andati in questo angolo un po' fuori dall'area pedonale del Pigneto e siamo arrivati dalle parti di Malatesta (ricordiamo che a due passi c'è Domenico al Pigneto, il nostro amato Guercio).
Quindi ci siamo calati in questa atmosfera a suon di sirtaki (non scherzo, c'era l'intrattenimento musicale dal vivo con musica greca suonata da chitarra e violino, molto piacevole e per niente invadente!) e abbiamo praticamente dato fondo al menù. Per prima cosa ci siamo affidati all'assortimento di meze, gli antipasti tipici, che devo dire per due sono bastati per tre e sarebbero stati sufficienti anche per quattro. Tsatsiki, crema di yogurt, insalata greca fra i freddi; dolmades (gli involtini di foglia di vite), una specie di caponata con dentro la salsiccia, delle polpette fritte di carne molto saporite. Inoltre ci eravamo fatti attirare dai fiori di zucca fritti pastellati con dentro la feta greca, che devo dire sono stati una gradevolissima sorpresa. Tutti gli antipasti erano buoni e abbiamo avuto l'impressione che come greco fosse abbastanza "attendibile", d'altra parte la proprietà è appunto greca.
Quindi i secondi: una porzione di moussaka tanto per gradire, souvlaki di maiale e di pollo e kebab (sempre in forma di spiedino) di manzo. Quest'ultimo era buono ma leggermente piccante e quindi io ho ceduto il mio piatto in cambio di quello di maiale, a cui non avrei dato due lire, ma era buonissimo. Il pollo non l'ho assaggiato, ma mi pareva un po' secchino essendo semplicemente grigliato. Tutti i piatti erano accompagnati con pita, patatine fritte (industriali) e salse (tsatsiki o di yogurt). Gradevoli, ma forse in questo caso ho mangiato di meglio. La moussaka invece non mi ha convinta affatto: è stata servita appena tiepida e lo strato di besciamella era francamente eccessivo. Non metto in dubbio l'esattezza della ricetta, tuttavia così condita risultava alquanto indigesta per la sua pesantezza.
Ai dolci non ce l'abbiamo fatta proprio ad arrivare. Abbiamo bevuto un po' di vino della casa, greco of course, che non era malissimo.
Complessivamente devo dire che forse continuo a preferire Akropolis, il greco di Trastevere, anche se in questo caso c'è decisamente un gusto più attenuato e meno aglioso. Tuttavia di questo locale mi è piaciuto l'ambiente e, anche se non l'avrei mai detto, ho apprezzato molto l'intrattenimento musicale, perché acustico, quindi garbato.

mercoledì 15 maggio 2013

Gelato di Riva Reno: troppo cremoso?

Con i primi caldi ritorna prepotentemente la voglia di mangiare un buon gelato e uno dei migliori rappresentanti della categoria che si trova dalle parti di casa mia è Riva Reno.
Siamo davanti alle vetrine laterali della Coin di San Giovanni, praticamente accanto all'outlet di Teichner, altra mia tappa cult per lo shopping. Ma non è per fare shopping che si entra da Riva Reno, bensì per concedersi una distrazione dalla dieta, ovvero più razionalmente un vero e proprio pasto completo. Ebbene sì, non mi sono fatta prendere da manie dietiste, non vi preoccupate, ma questo gelato è talmente cremoso e pesantuccio che la prima volta che l'ho preso, concedendomi i 3 gusti sono arrivata alla fine quasi piena come un uovo e pure un po' stufata. E non ho nessuna parentela con la Marcuzzi e il suo bifidus...
Detto questo, non vuol dire affatto che si tratti di un cattivo gelato, anzi. E' davvero buono, ma va preso a piccole dosi. Andiamo ad analizzare i vari gusti che ho provato nelle mie incursioni prandiali (almeno 3-4 volte da quando è arrivata la bella - o quasi - stagione). Fra tutti, vi dico che il mio preferito in assoluto è stato il gusto Ricotta e fichi, davvero gradevole e ben equilibrato. Molto goloso anche il gusto "Alice" che leggo dal sito essere il più gettonato: non a caso, è una bella porcata a base di mascarpone, marsala e cioccolato sciolto che viene colato nel cono.
Ben eseguiti anche i gusti classici a base nocciola, ovvero la nocciola appunto e la gianduia. Qualche perplessità invece sul pistacchio, che non mi ha esaltato affatto. E non mi ha convinto del tutto neanche il gusto cioccolato al rhum, in cui quest'ultimo secondo me è troppo preponderante, ma in questo caso è questione di gusti...
Poco rappresentata è invece la panna, che solo nell'ultimo passaggio ho scoperto di poter chiedere gratuitamente, ma viene erogata in quantità molto limitate.
Costo del gelato, fra l'altro un po' squilibrato: ok l'opzione base a 2 euro (che poi è il formato che consiglio), ma 3 gusti fanno 3 euro e così via, con una media di un euro a gusto.

domenica 21 aprile 2013

Romeo pausa pranzo archi-gourmet

Non è la prima volta che vado da Romeo, il nuovo ristorante nato dalla partnership fra Cristina Bowerman e i fratelli Roscioli. Ci sono stata per intervistarli, poi ancora per un aperitivo e infine ci sono tornata per un pranzo (dopo aver provato invano a prenotare qualche volta per cena, sempre tutto pieno!). Di giorno l'ambiente è da loft urbano, con le finestrone che a loro volta si affacciano sulle finestre di Prati. La luce entra da tutte le parti e in più viene garantita dai "vermi" che escono dal soffitto, alcuni dei quali sono dei neon sapientemente indirizzati verso i tavoli.
L'apparecchiatura è semplice, con la tovaglietta di ardesia brandizzata e grande attenzione per le stoviglie, a cominciare dai bicchieri Spigelau, continuando con piatti che arrivano addirittura dagli Emirati Arabi!
Ma andiamo al menù. Qui le proposte sono ampie, grazie alla doppia anima del locale. Antipasti, primi e secondi sono ad appannaggio della chef cerignolana (e ci tengo a sottolinearlo,visto che è uno dei vanti della provincia di Foggia, anche se l'ha abbandonata milioni di anni fa!), mentre l'ampia selezione di formaggi e di salumi sono attinti dal repertorio di forniture d'eccellenza dei Roscioli, che ovviamente ci mettono anche il pane e la focaccia. Ah, senza dimenticare la Carbonara, unica concessione della Bowerman alla tradizione tout court. Per il resto grande fantasia e ricercatezza nei piatti, anche se questi sono solo un assaggio di ciò che si può trovare da Glass, suo regno esclusivo a Trastevere.
Per non esagerare, abbiamo scelto di assaggiare solo la Carbonara e il famoso hamburger Umami di Cristina, oltre a una selezione di caprini italo-francesi chiesti nell'attesa della pasta (cottura 20 minuti per gli spaghettoni Cavalieri di Maglie!). Un cenno all'hamburger Umami, che dovrebbe essere un sapore inesplorato, nuovo, orientale: beh, non sono sicura di aver individuato questo nuovo sapore, tuttavia posso dire che il panino era molto buono, con la carne cotta al punto giusto, con una crosticina croccante in superficie, una sfoglia di nori riprendeva il ricordo orientale e delle scaglie di formaggio completavano il tutto, condito con una maionese fatta in casa molto saporita.
In altre occasioni ho avuto modo di mangiare quello favoloso di foie gras, che per quanto mi sia piaciuto l'Umami, rimane il mio favorito. Provati anche i tuberi (fra gli antipasti) e gli spaghetti aglio, olio e panettone (non più in carta, è passato Natale!). Per non parlare della magnifica focaccia del forno: quando l'ho intervista il buon Pierluigi Roscioli mi tentò con una fettina di focaccia calda con dentro la mortadella più buona del mondo che si scioglieva...
Ancora non ho avuto il modo di assaggiare i dolci, ma prometto che al prossimo giro lascio un posticino...

venerdì 12 aprile 2013

O sole e Napule a via Aosta: pizzeria napoletana a un passo da Re di Roma

La prima cosa che ho pensato quando ho scoperto la nuova apertura della pizzeria O sole e Napule a via Aosta è stata: "è un dramma". Il motivo? La nuova pizzeria, aperta dalla stessa proprietà della vecchia di via Olevano Romano, dove vado già troppo spesso, è pericolosamente vicina a casa mia... E fa pure l'asporto!!! Ed è aperto pure a pranzo...
Questo è stato il crollo totale delle mie certezze sulla forza di volontà anti-pizza, che mi porta a mangiare questo alimento così complesso e gustoso non più di una volta a settimana, per ovvi motivi di linea già irrimediabilmente compromessa.
La pizza di O sole e Napule ha una serie di terribili difetti che rendono difficile non cedervi: è molto buona (ovviamente per chi ama la pizza napoletana), costa poco (4,50 una margherita), ha una serie notevole di alternative fra cui il magnifico panuozzo gragnanese, una pagnottella di pasta di pizza aperta come un panino e farcita inverosimilmente (ieri abbiamo preso quella friarielli, provola affumicata e porchetta a fettine).
Per complicare ulteriormente la situazione, sono degni di nota anche i fritti, fra cui il misto napoletano, con un'apoteosi di supplì, frittatine napoletane, pizze fritte e scagliozzi... E novità dell'ultimo locale, anche gli angioletti, che però ti fanno andare all'inferno nel girone dei golosi: delle striscioline di pasta di pane fritte, asciutte e croccantissime.
Conclusione, non solo mi ha aperto praticamente sotto casa, ma in questa nuova sede pizza e fritti a me sono sembrati ancora più buoni. Il sospetto è che tutto derivi dai numeri più ragionevoli di Centocelle: se lì ci stanno ben oltre le 100 persone, qui a stento ce ne entrano 50. Il pizzaiolo così non impazzisce e il servizio è anche decisamente più attento e cortese. Ingredienti che non bisogna sottovalutare nella soddisfazione a fine pasto...

lunedì 8 aprile 2013

Antichi Sapori ad Andria: nell'orto di Pietro Zito

Sono anni che tento la disperata impresa di una prenotazione impossibile da Antichi Sapori ad Andria (o meglio a Montegrosso. E finalmente ci siamo riusciti! Siamo andati in un giorno infrasettimanale a pranzo e ho capito perché non è facile trovare posto... La sala è piccolissima!
Fra l'altro l'ambientazione mi ha decisamente stupita, con quel suo sentore di baita di montagna che non ti aspetti. Anche se poi vedi i vari strumenti contadini appesi al muro, fra cui i setacci per la selezione dei cereali, e capisci dove ti trovi.
Inutile dire che la goduria si manifesta già con il pane di loro produzione e con i taralli (che si vendono al pacco a soli 3 euro!) dalla friabilità incredibile. Poi si dà inizio alla lunga teoria degli antipasti: la zuppettina di zucca servita al bicchiere, la bietola nera arrotolata sulla ricotta (speciale!) e accompagnata con una purea di carote di Polignano presidio Slow Food, i salumi e formaggi locali, la bruschettina calda servita per assaggiare il loro olio (anch'esso venduto a parte) e poi ancora altro che colpevolmente non ho segnato, ma era tutto buonissimo.
Superato lo scoglio degli antipasti siamo passati ai primi, dove i troccoli (pasta lunga) gareggiavano contro i cavatelli di grano arso. I primi con sugo di pomodorini al filo, i secondi con i cardoncelli. Beh, difficile dire quale fosse più buono: si può solo confessare la scarpetta! Come secondo, a pochi giorni da Pasqua, non potevamo che accettare l'offerta di assaggiare la loro tiella di agnello con le patate. Una cosa meravigliosa! A completare, nel passaggio fra primi e secondi, il cosiddetto "spingituro", cioè le cruditè di verdure fra cui la suddetta carota di Polignano che era una cosa spettacolare. E poi l'insalatina fresca dell'orto, con tanto di borragine cruda.
Per completare una serie di assaggi di dolci, fra cui una torta alla ricotta memorabile, accompagnati dal nocino e dal limoncello fatti da loro.
Il conto è più che onesto e il pranzo si è concluso ancora più felicemente con una passeggiata generale verso l'orto degli Antichi Sapori, accompagnati da Pietro Zito in persona e da suo padre, che poi ha dato da mangiare anche alle galline. Un mazzetto di aromi per tutti (indescrivibile l'odore dell'origano fresco!) e via per una nuova avventura...

mercoledì 27 marzo 2013

Vallefredda resort Labico: una domenica in campagna

"Voglio andare a vivere in campagna, ah-ah-ah-ah"! Viene in mente la storica canzone di Toto Cutugno quando si arriva, ma soprattutto quando si sosta per più di qualche ora al Vallefredda Resort, il nuovo paradiso bucolico di Antonello Colonna. Lo chef della Roma godona è tornato nella sua Labico, che come ho letto e condivido, nel mondo è conosciuta solo grazie all'esistenza di Colonna medesimo...
All'arrivo, la costruzione lascia un po' interdetti perché è un parallelepipedone di cemento in mezzo al verde. E ti chiedi: che ci fa? Sembra un po' un capannone di una fabbrica, ma poi entri, vedi gli arredi di design, vieni inondato dalla luce che entra dalle pareti-finestre saggiamente collocate a Est e a Ovest, finisci il pomeriggio in poltrona a chiacchierare con Colonna e pensi che il tuo lavoro è bello.
Il tutto, naturalmente, dopo aver sistemato per benino lo stomaco, grazie a Colonna stesso che mi ha raccomandata al suo chef Adriano Baldassarri, posizionandomi in un tavolo a un passo dalla cucina, con l'autorizzazione a sostare nella cucina stessa nel corso del servizio.
E' lì che vedi scene degne dal manuale di Gordon Ramsey. Colonna arriva e ti chiede: "Lo sai che in cucina si urla?". Ma io vedo tutti i programmi di food che passa la tv e certo che lo so! Baldassarri urla, cazziea i camerieri che si presentano con richieste del tipo il piatto di salumi o la pasta burro e parmigiano per il bambino ("Ste stronzate non le dovete chiedere a me!), ha cento occhi e mille mani, con le quali prepara vari piatti contemporaneamente. Suggerisce una bella glassata con il burro per rendere più gustose le costolette d'agnello (non ve lo dico quanto burro ci hanno messo...), seda un principio di incendio scaturito da un flambé troppo spinto (basta un semplice principio di fisica, togli l'aria!), ma soprattutto tira fuori tipo 10 piatti ogni 10 minuti, tutti con attenzione ai particolari, alla pulizia del piatto, alla giusta scansione dei piatti sullo stesso tavolo (non puoi mandare le portate solo a qualcuno e gli altri restano digiuni: devono uscire tutti i piatti insieme...).
Dopo averne osservato la preparazione, ho assaggiato alcuni di questi piatti, naturalmente, e posso dire che si tratta di una cucina non particolarmente elaborata (apparentemente), ma onesta e non priva di tecnica. Niente grandi orpelli, più che agli arredi di design sparsi qui e lì, la cucina si adatta alla campagna circostante, da cui vengono gran parte delle materie prime. Verdure misconosciute, come quelle presenti nella misticanza, oppure il cavolaccio della zuppa che mi hanno fatto assaggiare per prima. Indimenticabili i cappelletti in brodo, che per la verità era una specie di minestroncino di broccolo romano in cimette mignon e cubetti di carota, con un tocco finale di cubetti di pecorino che nel brodo caldo si scioglievano.
Purtroppo mi sono persa il secondo che lo chef mi aveva fatto uscire. Ero impegnata in un'intervista.
Nel frattempo un cenno sul resort: tocca tornarci. Diciamo che non stiamo parlando di un'esperienza economicissima, ma neanche di chissà quale grande esborso. Con circa 300 euro alla fine si porta a casa una notte in hotel 5 stelle lusso, con cena inclusa e accesso alla Spa. Last but not least, una serie di piccole amenities di tutto rispetto, dalla carta dei cuscini al frigobar a disposizione gratuitamente, passando per i biscottini e pasticcini home made.
Vabbè, non proprio alla portata di tutte le tasche, ma un piccolo lusso che per un'occasione importante ci si potrebbe anche concedere...

sabato 23 marzo 2013

Baccano Bistrot a Roma

Ambientazione molto alla francese, posizione ancora più radical chic, davanti al teatro Quirinetta (e giustappunto si servono pasti anche dopo-teatro): siamo da Baccano, uno dei nuovi locali aperti nel cosiddetto Rinascimento romano. Premetto che se da un lato la posizione davanti al teatro mi piace, dall'altro l'ingresso sulla stessa via del McDonald's, con relativa puzza di patatine sparata a palla dai bocchettoni, mi sembra un autogol. E' vero che siamo su piani completamente diversi con il Mc, ma personalmente avrei privilegiato l'ingresso lato teatro.
Analizzata la posizione, passiamo al menù. Piuttosto ampio, ma sicuramente non inaccessibile per lo chef, dal momento che la maggior parte dei piatti non sono cucinati, ma sono plateau di pesce crudo, di affumicati ovvero di mozzarelle, burrate, formaggi e salumi. Insomma, poco impegnativi. Poi c'è una discreta selezione di paste di ispirazione prevalentemente romana (carbonara e gricia su tutte), qualche tagliata e bistecca e soprattutto in bella vista al centro del menù, gli hamburger (e qui la concorrenza con il vicino Mc ci sta quantomeno sul prodotto, anche se certamente non nell'esecuzione).
In un pranzetto veloce noi abbiamo assaggiato una carbonara e appunto un hamburger di Fassona. Nel caso della pasta, a base di mezzi paccheri Verrigni, parliamo di una buona esecuzione, se non fosse che la pasta era piuttosto al dente. A me piace pure così, ma c'è chi rimarrebbe deluso. L'uovo però era delicatamente cremoso, pepato al punto giusto e impreziosito da guanciale di Amatrice croccante. Approvata la carbonara passiamo all'hamburger, sul cui panino c'è poco da dire: la carne è buona, dicono che sia Fassona tagliata al coltello e apprezziamo lo sforzo. Giustamente vengono portate sufficienti salse in accompagnamento (maionese, ketchup e mostarda, il tutto a marchio Heinz, ok che è un must, ma ci saremmo aspettati una ricerca un po' più fantasiosa in questo campo), meno convincenti però i contorni in accompagnamento. La cicoria ripassata non era particolarmente saporita, mentre le french fries in dotazione non erano nulla di particolare.
Rimpiangere il vicino Mc? No di certo, anzi. Baccano è un posto carino e sicuramente la zona, minata di locali troppo turistici, ci ha guadagnato enormemente con la sua presenza. Tuttavia spendere circa 20 euro per mangiare una sola portata forse è un attimino troppo. A far lievitare il prezzo, peraltro, sono gli elementi irrinunciabili, come il servizio/pane (coperto mascherato a 1,50 a cranio) e l'acqua (Nepi, in bottiglia di vetro da 0.50 a 2,50 euro cad.). Ergo 8 euro non di cibo: al Mc con gli stessi soldi ci prendevamo un set menu a cranio...