venerdì 17 dicembre 2010

Torta al testo da Faliero, cioè da Maria al Lago

Anni e anni di università a Perugia, innumerevoli ritorni sotto alla fontana in tutte le stagioni, ma da Maria al Lago non c'ero mai andata. Una colpa colpevolissima! Finalmente, con l'indipendenza di qualche amico con la macchina - io mai! - sono riuscita a realizzare questo piccolissimo desiderio, perché ne avevo tanto sentito parlare, ma mai avevo degustato con le mie papille.
Premessa, il posto sembra un autogrill di campagna con vista sul Lago Trasimeno! Ma proprio questo aspetto spruciderrimo dà la misura del suo successo, perché i prezzi sono anche molto più bassi degli autogrill ufficiali. E la soddisfazione finale molto più alta.
Pare che, soprattutto d'estate, i tavoli arrivino a numeri esagerati, occupando tutta la pinetina circostante. Ne è testimonianza il numeratore luminoso da supermercato, senza nessuno che però ti dica "Alla forneria serviamo il numero...".
La specialità di Maria, che poi il locale si chiama Faliero, ma tutti lo conoscono come da Maria, è la Torta al testo. Per i non umbri: una specie di piadina che si fa da queste parti (e che prende il nome di crescia in altre zone dell'Umbria) e che a mio modesto parere è anche più buona della piadina romagnola. Si cuoce sul testo, cioè una pietra refrattaria, e poi spacca in due e si farcisce con tutto quello che si desidera. La morte sua - dicono gli esperti - è "erba e salsiccia", cioè spinaci o bieta e salsiccia umbra, ma a me purtroppo questo secondo ingrediente non mi fa impazzire e in questa visita l'ho assaggiata con pecorino e prosciutto (o pregiutto come dicono in Umbria).
Di torte al testo fra Perugia e dintorni ne ho mangiate a decine, ma devo dire che Maria è ben all'altezza del suo nome, perché questa è la torta più buona che mi sia mai capitato di assaggiare, degna del vecchio adagio "Da Maria, la torta più buona che ci sia"!
Merito di un impasto ben fatto, sicuramente, ma anche di un forno a legna continuamente al lavoro, che cuoce la torta nel modo più opportuno e scalda tutto con la sua potenza d'altri tempi.
Tutto il resto è una notevole scelta fra fritti e verdure cotte in varie maniere. E se i fritti sono quelli della busta e le verdure non sono proprio un portento, c'è da dire che tutto alla fine risulta buonissimo anche perché scaldato nel forno a legna di cui sopra.
Della torta ho già detto. Non ho raccontato, però, della difficoltà di arrivare alla fine perché è talmente consistente che si mangia con gusto enorme ma con notevole impegno per lo stomaco.
Il tutto, per concludere degnamente, con un conto veramente leggero: verdure, fritti, torta.... 10 euro a testa. E' vero che eravamo parecchi e l'unione fa la forza, ma qui si esce sazi veramente con due lire. Altro che autogrill, dove la rustichella costa quasi 5 euro...

domenica 12 dicembre 2010

Le Cirque ad Assisi, una serata globalizzata!

Disporre di una macchina a Perugia è un lusso non da tutti i giorni. Quindi bisognava festeggiare degnamente... L'idea, come al solito, è stata: 'Andiamo a mangiare fuori'. La scelta è caduta su un 'famoso' ristorante giapponese di Santa Maria degli Angeli (leggi Assisi), che effettivamente si presenta come un bel localino. Anche un po' troppo posh per il nostro animo trash (e qui scatterebbe, giustamente, un bello schiaffone da parte del buon Nanni Moretti per l'eccesso di inglesismi)...
Si tratta del "Le Cirque" che appena arrivati abbiamo scoperto essere della stessa società del Gus che sta in pieno centro a Perugia!!! Diciamo che il viaggio l'abbiamo fatto solo per l'ambiente! Camerieri in ghingheri, tavoli ben apparecchiati, giochi di colori minimal ma tanto di moda (nero, bianco, grigio, bordeaux), sedie scomodissime ma tanto di design...
Andiamo al menù, anzi ai menù, perché la prima domanda che viene posta dai camerieri in questo ristorante è: che menù vi porto? Le opzioni sono: il menù giapponese, quello del ristorante umbro-italiano, quello delle pizze. Perché, ebbene sì, questo è un modernissimo locale multi-scelta, molto globalizzato come la modernità impone.
A occhio il menù umbro-italiano è molto pretenzioso. Bisognerebbe assaggiare, però, per giudicare se può permetterselo o meno. Noi eravamo partiti con l'intenzione di mangiare giapponese e così abbiamo fatto (almeno all'inizio). In 5 abbiamo scelto di prendere un mega-piatto da 40 pezzi (quelle che a Roma sono le barche, o meglio le navi da crociera, che si trovano nei ristoranti giapponesi gestiti da giappo-cinesi). La cosa sfiziosa, devo dire, era che questo misto non conteneva solo i soliti cavalli di battaglia, ma anche qualche assaggio dei sushini più originali che il locale propone. C'erano quelli esternamente dorati e fritti in tempura che erano proprio buoni. E a noi sono piaciuti tantissimo anche quelli, che secondo me sono una loro invenzione, ricoperti di pasta phillo e ripieni di salmone e philadelphia (lo so che sono poco giapponesi, ma almeno erano consistenti...). Ancora un po' di sashimi e qualche maki classico e il piattone era fatto.
Poi abbiamo preso una tempura, ma su questo devo dire che siamo rimasti molto insoddisfatti. Chi non ne aveva mangiate di meglio diceva che era buona e in effetti non era cattiva, ma devo dire che non aveva la buona consistenza croccante e il frittto asciutto tipico delle tempure fatte per bene.
A questo punto, divorati il piattone e la tempura molliccia, abbiamo cominciato a guardarci: ' e ora?'. Non c'è niente da fare: il giapponese non riempie e per farlo ci vogliono o tanti soldi o qualcosa di più consistente. Io, a dir la verità, ho scelto di mantenere la linea giapponese, anche se ho preso un richiamino di quel sushi poco orientale con la pasta phillo all'esterno di cui sopra. I miei amici hanno optato per il salto di barricata... e hanno ordinato la pizza!!! Ovviamente la loro coscienza ha imposto una pizza in due. Ma sicuramente è solo dopo questa mezza pizza di riempimento che si sono detti pienamente soddisfatti. Per la cronaca, io non l'ho assaggiata, ma loro dicono che la pizza fosse buona. L'aspetto non era male.

venerdì 10 dicembre 2010

Locanda dei golosi (o degli affamati?)


8 dicembre, giornata di festa. Quasi domenica, si direbbe. Quindi andava degnamente celebrata con una bella mangiata. E così è stato... anche troppo!
Dopo un paio di "no, non c'è posto" e "no, siamo chiusi", abbiamo ripiegato sull'agriturismo La locanda dei golosi, a Bosco, sulla via Eugubina. I miei amici c'erano già stati, ma mai di domenica (o festivi) e quindi non sapevano che in queste giornate la regola è menù a prezzo fisso: 26 euro per 2 antipasti, 2 primi, 2 secondi, 2 contorni, 1 dolce, 1 caffè e bibite ad libitum. La politica del posto è, insomma, quantità più che qualità, nonostante una discreta media sia comunque garantita.
Non si può dire, infatti, che si mangi male, ma più che altro che sembra di essere Hansel e Gretel nella casa di marzapane: dopo tutto quel cibo ci mancava solo la strega che ci controllava se eravamo ingrassati tastando il ditino!
Cominciamo con gli antipasti e con il primo piatto portato al tavolo. Uno per ciascuno, un classico antipasto umbro tutto maiale: prosciutto, salame, capocollo... Un pezzo di formaggio, un crostino alle olive e una mozzarellina aromatizzata con il tartufo. Fin qui tutto buono, niente eccellente. Poi è arrivato un piatto - comunitario - di fritti vegetali: zucchine, cipolle, carote e cavolfiori in pastella e delle chicche di patate fritte.
Quindi i primi. Da qui in poi, per fortuna, viene tutto servito dai camerieri che portano i vassoi al tavolo e servono direttamente nel piatto in base alla richiesta. Si può andare quindi dalla semplice cucchiaiata d'assaggio alla porzione generosa (che non viene negata!). Il primo primo (scusate la ridondanza) erano delle chicche di patate, gnocchi per gli amici, ripiene di funghi porcini e condite con panna. Un po' scolastico, ma alla fine non era male. Quindi dei tagliolini con il ragù, credo di salsiccia, saporiti ma leggermente scotti.
Passiamo ai secondi. Descritta come tagliata con rucola e parmigiano, la tagliata col radicchio che ci è arrivata ci ha un po' stupiti, ma a dir la verità sono stata bencontenta della variazione sul tema. Comunque devo dire che questo è stato il piatto migliore di tutto il pranzo. La carne era ben cotta - poco - e morbida e l'abbinamento col radicchio era buono. Quindi un - inutile - contorno di spinaci e il secondo secondo: maialino con patate. Le patate erano un po' troppo pastose, ma il maialino non era male.
Quindi il dolce e qui dobbiamo dire che era una furbata, ma non troppo riuscita e mal presentata. Una specie di pappone di panna zuccherata e condita con abbondanti scaglie di cioccolato. Era semplicemente buona, ma è ovvio che un piatto del genere stufa e poi sarebbe bastato servirla in un bicchiere per dare una parvenza di coreografia.
Vini serviti discreti: un bicchiere di prosecco, poi Lungarotti sia per bianco che per rosso.
Morale della favola. Qui non si mangia male e soprattutto si mangia tantissimo. Non c'è nulla che non mi sia piaciuto, tuttavia non c'è niente di memorabile a parte la pienezza finale. E' sicuramente il posto giusto per chi ha qualcosa da festeggiare, perché se la cava con poco facendo una discreta figura. Anche il locale, infatti, è piuttosto ben messo, con quest'aria da agriturismo in mezzo al verde (che però noi non ci siamo goduti a causa della pioggia) e un aspetto semplice e pulito.

martedì 7 dicembre 2010

Sai (chi è) Baba?


Baba è una simpatica signorona che somiglia un po' a Kathy Bates e gestisce un bellissimo locale dalle parti di Tor di Quinto. Per prima cosa: diffidate di Google Maps: l'indirizzo segnalato è sbagliato. Per chi arriva da Roma non bisogna girare dove indica il signor Google, ma subito dopo il perimetro della megacaserma c'è la traversa di Baba.
Detto questo, dopo vari giri sulla Flaminia siamo riusciti a trovare questo locale in mezzo al niente. Una specie di casale con tante belle sale già addobbate per Natale (ci siamo andati 10 gg. fa). Almeno un paio erano occupate da feste, perché Baba è il posto giusto per fare piccoli ricevimenti: le sale sono belle e il servizio è impeccabile.
Ma parliamo del cibo. E' su questo piano che c'è qualche piccola pecca, non tanto sui sapori - buoni - bensì sul valore dell'offerta commisurato al prezzo. Naturalmente questo si riferisce alla mia personale e unica esperienza di qualche giorno fa e potrebbe essere smentito da altre prove.
Premetto che sui piatti vado su spiegazioni che sono mie personali interpretazioni, dal momento che - su questo devo bacchettare Baba - mancano dei menù scritti e non vengono enunciati i nomi (e il contenuto) dei piatti neanche oralmente.
Si inizia con le zuppe, che a quanto pare sono immancabili. Due cocottine piene di due zuppette molto diverse una dall'altra ed entrambe molto gradevoli. La prima era con verdurine non identificate e gamberi; la seconda una specie di stracciatella di uovo aromatizzato al lime, credo o limone.
Segue il primo: una specie di cannellone molto consistente ripieno di mozzarella abbondantissima e di sugo fresco. Gradevole, ma forse mancava qualcosa per impreziosirlo (carne? verdure?).
Quindi i secondi, che a questo punto vengono serviti a buffet, ma non si tratta di un buffet libero, bensì "addomesticato" dalla presenza dei camerieri che compongono i piatti su richiesta dei clienti. Un modo per controllare le porzioni ed evitare gli eccessi. Sulla tavola imbandita due secondi, uno di carne e uno di pesce, e tre contorni. Il secondo di carne era una buona arista (credo) al forno; quello di pesce era uno sformato di pesce sminuzzato e servito a forma di savarin (una specie di polpettone morbido). Quindi c'era una buona e molto formaggiosa parmigiana di zucchine, spinaci bolliti e una semplice insalata per sciacquare la bocca. C'è da dire che era data la possibilità di fare il bis, ma intanto le pietanze si erano un po' raffreddate.
Infine i dolci, che secondo me sono stati la pecca più grande della nostra esperienza. Tre bicchierini: uno con una piccola macedonia a cubetti molto piccoli; uno con una mousse di agrumi troppo acidognola; uno con una mousse di cioccolato troppo farinosa.
Quindi il conto: il tutto è a 30 euro, bevande escluse. Non che sia tantissimo considerato che siamo usciti belli satolli e che in linea di massima non si è mangiato male, ad eccezione dei dolci, ma devo dire che sinceramente mi aspettavo di più, specialmente nella scelta dei piatti che mi è sembrata piuttosto banale. Comunque mi riservo una prova di appello e sicuramente, considerato il bellissimo contesto e l'ottimo servizio, lo consiglio a chi è alla ricerca di un posto per festeggiare qualche ricorrenza importante (battesimo? comunione?)...

mercoledì 24 novembre 2010

Porro e patate: la zuppa e la quiche

Un abbinamento perfetto: porro&patate. Due semplici - ed economicissimi - ingredienti, per svoltare ben due pasti in un sol colpo o almeno per cucinare due portate ben diverse una dall'altra.
Fase 1: in una casseruola ho stufato 2 porri e 3 patate non molto grandi con una cucchiaiata di margarina (o burro) e un 2-3 dita d'acqua. I porri li ho tagliati a rondelle, mentre le patate a dadini spessi circa un centimetro. Li ho cotti insieme per circa 20 minuti nella pentola coperta (controllare che l'acqua non evapori completamente altrimenti si attacca tutto). Un pizzico di sale e di pepe per condire e via, il gioco è fatto.
Fase 2: ho suddiviso i composti in due parti. I tre quarti li ho tolti dalla pentola per lasciarli raffreddare e li ho tenuti da parte per condire una quiche, mentre il quarto restante mi è servito per fare un'ottima zuppa (una sola porzione). Nella stessa pentola in cui ho cotto le verdure ho messo un bicchiere di acqua e mezzo bicchiere di panna fresca (la crema di latte, quella che si trova al banco frigo per fare la panna montata). Ho schiacciato le patate con la forchetta e aspettato che l'amido rendesse più cremoso il fondo di cottura. Quando si è cominciato a rapprendere il composto ho aggiunto una manciata di parmigiano e impiattato. Infine qualche crostino dorato (quelli nella busta, ma sarebbe anche meglio bruscare del pane) per condire. La zuppa era strepitosa! La cosa bella è che la consistenza era così cremosa che i crostini rimanevano belli croccanti, senza inzupparsi troppo. Da leccarsi i baffi.
Fase 3: ho preparato la quiche. Per prima cosa, preriscaldare il forno, così mentre si assembla la torta rustica è a temperatura. Poi stendere la pasta briseè sulla tortiera (quella da crostata è perfetta come dimensioni). Ovviamente per velocità ho usato quella comprata, da banco frigo, ma l'optimum è prepararla da soli. Quindi ho sbattuto 2 uova e la restante panna (confezione da 250 ml, saranno stati 200 ml), aggiunto anche qui una manciata di parmigiano e ancora un po' di pepe. Quindi l'assemblaggio: sulla pasta ho appoggiato porro&patate raffreddati (mi erano usciti ben asciutti, ma se così non fosse togliere l'acqua in eccesso), quindi qualche cubetto di pancetta (il contenuto di una confezione da 100 g) e infine il composto liquido versato sulla torta e distribuito equamente. Una mezz'ora scarsa in forno a 180° e via. L'abbiamo mangiata a pranzo il giorno dopo e i miei amici mi hanno fatto i complimenti!

Quinto quarto o quattro quinti?


Gli elogi del quinto quarto sono una costante di questo blog. Ma l'ultima mia esperienza nel panorama gastronomico romano è al confine fra il "Quinto quarto" (di cui porta il nome) e i quattro quinti (di nobiltà). Necessario spiegare i motivi: si tratta di un ristorante di cucina romana che porta il suddetto nome "Quinto quarto" benché la presenza in menù dei piatti a base di frattaglie non è così prevalente. La cucina è sì romana, ma non "sprucida" come un ristorante con tale nome farebbe immaginare. Al contrario c'è un po' di nobiltà presunta (i quattro quinti) sia nella zona in cui si trova (Ponte Milvio, zona Pariolissima!) sia nel modo di apparecchiare e nei prezzi, specialmente delle bevande. 3 euro per una normalissima bottiglia di acqua fa salire il conto senza motivi reali; 18 euro per un vino laziale buono ma non particolarmente pregiato mi sembrano un po' eccessive. Sui cibi un certo appiattimento fra primi e secondi, laddove i primi sembrano troppo costosi e i secondi troppo poco... Comunque alla fine si esce con una quarantina di euro prendendo tutte le portate.
Detto ciò, parliamo di quel che si mangia. Fra gli antipasti un tortino di pecorino molto sapido (ai limiti del salato) e, degna di nota, una mozzarella in carrozza su purea di verdure che non era affatto male. Fra i primi, i classici romani meritavano un assaggio: approvata la carbonara, uno dei cavalli di battaglia del locale; un po' troppo cremosa la gricia tanto da far pensare a un'aggiunta di panna, anche se non mi pare che ce ne fosse (solo un chilo di pecorino per piatto?); saporito il risotto con le animelle anche se peccava un po' sia nella cottura del riso che nella presentazione (sembrava un pappone!). Quindi i secondi, dove si faceva apprezzare l'abbinamento fra la coda alla vaccinara e il cioccolato (in piccole scaglie grattugiate sulla superficie, non invadente). E' stato gradito molto il coniglio ripieno anche se a me sembrava un po' troppo salato ed era leggermente piccante.
Infine i dolci. Un paio di proposte rispecchiavano il cobranding con la cioccolateria Said (a San Lorenzo) fra cui il tortino caldo di cioccolato, che però a me sembra esser diventato un dolce troppo inflazionato. Davvero buona e visibilmente "home made" la crostata di visciole, un vero classico romano che superava pienamente l'esame.
Giudizio complessivo: non si mangia male, ma qualche piccola pecca, specialmente nel servizio, non mi ha fatto rimanere pienamente soddisfatta dell'esperienza. Tuttavia, mi sento di dire che intendo tornarci e che è un buon indirizzo da consigliare a chi vuol portare dei non romani ad assaggiare la cucina laziale in un locale non turistico.

lunedì 15 novembre 2010

Un asino un po' meno d'oro


Avevo preparato un post un po' di giorni fa, ma mi sono accorta che Blogger non consente di copincollarlo... Così, per evitare di riscriverlo parola per parola, non posso far altro che linkarvelo dall'altro mio blog su Roma Today.


Si tratta delle mie impressioni sull'Asino d'oro, il ristorante di Lucio Sforza che dopo aver abbandonato la sua Orvieto ha deciso di aprire a Roma in zona Conca d'Oro. Una scelta decisamente coraggiosa...

I particolari in cronaca, come dicono al tg!

Ritorno alle origini: Perugia

Cari amici,
momentaneamente lontana da Roma perché la vita mi ha riportata in quel di Perugia per un periodo, torno a parlare del panorama gastronomico umbro e perugino in particolare.

Fatta questa premessa, il mio weekend è stato un lungo ininterrotto pasto, quindi vi racconto le mie esperienze, cominciando con il venerdì sera.

HOTEL PERUSIA
C'erano anche i miei questo weekend e quindi abbiamo deciso di mangiare nello stesso albergo in cui alloggiavano, anche perché mia madre aveva letto recensioni molto positive su tripadvisor.
Contrariamente alle mie abitudini, comincio con un giudizio complessivo: non si mangia male ma agli stessi prezzi c'è di meglio.
Nella nostra esperienza, abbiamo assaggiato un antipasto misto di salumi e formaggi: scelti con cura e ben assortiti, serviti con dei pezzetti di torta al testo scaldata. Poi, dividendola in quattro, abbiamo dato un morso anche alla frittatina con il tartufo, che era davvero da urlo!!!
Quindi i primi, fra i quali abbiamo assaggiato una zuppetta di fagiolina del Trasimeno che però a me non piace per principio, un discreto umbricello al tartufo e le mie pappardelle ai funghi porcini davvero buone. Abbondanti e gradevoli anche i secondi, anche se qualche difetto c'era. Il petto d'anatra era enorme, ma alla fine un po' stucchevole; l'agnello allo scottadito era saporito, ma ne ho mangiati di più buoni. Entrambi erano serviti con delle patatine a metà non so se bollite o grigliate ma comunque non buonissime. Al dolce c'è arrivato solo mio padre, che ha preso il classico tortino di cioccolato coulant. Ha detto che era buono!
Si segnala un discreto servizio, grande attenzione al vino, per il quale è stato avvinato anche il bicchiere e cortesia complessiva. Tuttavia, secondo me mancava qualcosa per raggiungere il "ci voglio tornare al più presto"!

domenica 24 ottobre 2010

Terrina di cous cous al pesto


E' da un po' che non vi regalo le mie ricettine, così per festeggiare il mio 80mo post (il precedente) vi racconto una mia invenzione. Una volta lessi su un libro di ricette del cous cous al pesto. Era una ricetta fredda e non mi piacque molto il risultato, ma se l'idea di partenza non mi sembra male io non demordo. Così, dopo qualche tentativo ho trovato il giusto equilibrio e un modo per fare un piatto ottimo sia come elegante antipasto che come primo piatto (magari con una terrina un po' più grande). E' un piatto che va bene specialmente in autunno, non perché contenga ingredienti autunnali, ma perché contiene ingredienti estivi (ma ancora reperibili nei primi mesi autunnali) e tuttavia si serve caldo, quindi a 40 gradi non è proprio un piacere!
Ma andiamo con ordine. Per prima cosa serve un buon pesto: io di solito lo faccio in casa e lo surgelo, in modo che sia disponibile tutto l'anno. A onor del vero non pesto gli ingredienti nel mortaio come vorrebbe la tradizione... Basilico, spicchio d'aglio, parmigiano, olio, sale e pepe tutto nel mixer. In questo caso non c'è niente da fare: si deve fare ad occhio e l'unico consiglio è di assaggiare man mano per vedere se il risultato è gradevole.
Alternativa: comprare il pesto! Io consiglio però almeno di comprarlo al banco frigo del supermercato, assolutamente non quelli in vasetto che stanno fuori dal frigo perché sono troppo pieni di conservanti.
Un altro passo da compiere in anticipo è il sughino da mettere sopra. Ovviamente consiglio di prepararne un po' non solo per questa preparazione: un buon sughetto di pomodoro trova sempre un utilizzo. Io solitamente lo faccio con pomodori freschi: li faccio sbollentare in una ciotola piena d'acqua al microonde (5/6 minuti al massimo) dopo averli incisi con un coltello. Quindi li spello e se ho voglia li frullo, altrimenti uso un coltello. Classico sugo con aglio e olio e un po' di basilico. Ovviamente se non si vuole usare i pomodori freschi bastano dei buoni pelati.
Quindi, serve una bella mozzarella (fiordilatte va bene) oppure io consiglio come validissima alternativa la burrata, più grassa e ovviamente più saporita! Purché sia fresca, quindi assicuratevi con il vostro salumiere che non stia nel banco frigo da una settimana!
E naturalmente il cous cous. Per prepararlo seguite le istruzioni sulla confezione: acqua o brodo bollenti, poi si mettono i grani fuori dal fornello a gonfiarsi con una croce d'olio. Io di solito faccio una via di mezzo: acqua con un cucchiaino di brodo granulare, così non sa troppo di dado. Per le quantità, fate conto che per ogni cocottina va meno di mezzo bicchiere. Il quantitativo d'acqua deve essere pari a quello del cous cous. Quindi: per due va bene un bicchiere non proprio colmo (diciamo a 3/4) sia di cous cous che di acqua. Quando è ancora caldo, ma si è già gonfiato, aggiungete il pesto. Non importa che diventi proprio freddo, anzi meglio di no che si attacca al pentolino, però un po' si deve intiepidire, altrimenti la mozzarella si scioglie all'istante.
Prendete le cocottine (meglio suddividerlo in porzioni singole, diversamente per servirlo si farebbe un macello!) e ungetele leggermente. Quindi mettete un primo strato di cous cous al pesto, al centro una bella fetta di mozzarella o, se si è scelta la burrata, una cucchiaiata abbondante della stracciatella (gli sfilacci interni della burrata) un po' sgocciolata dalla panna. Di nuovo cous cous al pesto a chiudere e infine il sughino di pomodoro. Per condire anche la superficie, se si è scelta la mozzarella consiglio il pecorino o la ricotta tosta (che sala un po' l'intero composto), altrimenti ancora burrata.
Ultimo passo: qualche minuto in forno. Non si deve cuocere, ma solo far sciogliere la mozzarella. A occhio bastano una decina di minuti a partire da forno caldo, una quindicina partendo da forno freddo. Volendo, per una cena o un pranzo con amici, si può preparare qualche oretta prima, lasciare in stand-by e fare questo ultimo passaggio in forno (per qualche minutino in più perché partirà da freddo) poco prima di servire.

Una raccomandazione, naturalmente le cocottine saranno bollentissime, quindi servitele su un altro piatto mettendo un tovagliolo di carta a dividerli.

Aperitivo con Gusto


Sabato pomeriggio diverso, prima allo stadio e poi a far l'aperitivo... Quanto alla partita, giusto un cenno: Atletico Roma - Foggia (3-3): un partitone. Finalmente rivedo Zeman sulla panchina che da sempre è casa sua, quella del Foggia. Un pubblico bellissimo, pieno di foggiani trapiantati a Roma (ma anche molti che hanno affrontato la trasferta) che hanno pensato bene di godersi uno spettacolo di sport piacevole e pulito.

E' ancora giorno quando giungiamo a Piazza del Popolo e, da lì, ci incamminiamo verso Piazza Augusto Imperatore. Qui ci aspetta Gusto, quello che io ho sempre considerato uno degli aperitivi più gradevoli della Capitale. Non insalatoni da quattro soldi, ma bruschette, frittate, focacce, fritti espressi che non fanno mai in tempo a diventare freddi, qualche volta anche pizza e pasta calda.

Nella nostra esperienza di ieri, una serata tranquilla, nonostante fosse sabato. Un po' perché siamo arrivati alle sette, un po' perché non c'era una gran folla.

Fuori si stava proprio bene, quindi abbiamo scelto questa opzione, anche per permettere ai nostri amici fumatori di poter espletare i loro bisogni... Tanto più che, se c'è da sottolineare un difetto, è lo spazio risicato e l'eccesso di rumore dell'interno, dove la musica per i miei gusti è troppo alta.

Ci siamo seduti e abbiamo ordinato le nostre bevande: cocktail e bicchieri di vino tutti a 10 euro comprensivi di free buffet. Solo un dettaglio, che ieri ho scoperto e che francamente non mi sembra corretto: se si ha l'ardire di chiedere un altro bicchiere di vino, si deve esser disposti a pagare sempre 10 euro, come se fosse un coperto in più. Ergo, memento per il futuro: se hai ancora la gola secca meglio ordinare l'acqua!

Passiamo al buffet. Per la prima volta, essendo arrivati così presto, ho avuto il piacere di vederlo ancora intonso. E devo dire che era anche apparecchiato molto bene. Prevalentemente si trattava, inizialmente, di frittate e frittatine, bruschette e bruschettine, paninetti, focaccia e tranci di piadina farciti. Degne di nota, delle bruschettine ai porcini e delle altre con la pancetta.

Dopo un po', quando si è scaldata la serata, sono cominciati a spuntare dalla cucina i fritti. Gli anelli di cipolla erano una meraviglia, poi le classiche patatine a sfoglia davvero croccanti e le olive ascolane. Dopo un po' sono arrivate anche delle polpettine di melanzane fritte, ma all'interno le melanzane erano un po' crudine e amarognole. Poi ancora delle striscioline di pasta fritte sfiziose.

Infine, un veloce passaggio di pasta: una gricia fatta con i paccheri molto saporita.

Insomma, come al solito ci siamo riempiti... E devo dire che mancava solo il dolce!

martedì 12 ottobre 2010

Birreria Peroni, l'arte dello sprucido


Quando esci tardi dal lavoro e sei in centro, un solo nome risuona come approdo sicuro a tutte le ore (salvo arrivare troppo presto che poi non trovi posto!): Birreria Peroni. E' così che qualche sera fa ho scelto questa boccata di ossigeno sprucido. Tema ricorrente? Birra naturalmente, e anche wurstel, fritti, crauti... Insomma più che Birreria Peroni sembrerebbe una Birreria Viennese, ma per essere sicuri di non sbagliare basta vedere arrivare il primo wurstellone sistemato in maniera inequivocabile e accompagnato dai cori da stadio dei camerieri. La domanda è: "ma i camerieri, a 60 anni, non si sono stancati di fare queste scenette?". Forse sì, ma evidentemente li pagano bene.

Altro personaggione è il - suppongo - proprietario che sta sul trespolo all'entrata a far da vigile che regola le entrate e le uscite, nonché da contabile perché non c'è moneta che non passi dalle sue mani. Lui è uguale a Leo Gullotta, solo un po' più alto e più giovane. Anche simpatico, tanto che se devi aspettare te lo dice sempre con la capacità di non farti innervosire preventivamente.

Dopo questo lungo preambolo, il cibo! Come dicevo, il cavallo di battaglia sono i wurstel, serviti preferibilmente con crauti e frittoni vari. C'è anche una discreta scelta e, quantomeno, non sembra la classica cosa che uno si può fare da solo a casa.

Molto buono è l'arrosto misto, che racchiude vari tipi di carne e un assaggio di contorni (crauti e patatine). Davvero saporiti i filetti di baccalà fritti, la cui pastella risulta croccante e asciutta.
Meno consigliabili i primi, almeno a cena, quando purtroppo sembrano un po' tutti uguali...

Del pranzo, invece, ho ricordi lontani - era il 2007 quando ci andavo frequentemente - ma abbastanza distinti. Quando trovavamo la fettina panata - versione romana della cotoletta - era una festa! Buoni anche i piatti di pesce, di giorno, quando la lista è quella scritta a mano e capita già dopo qualche minuto che sono andati tutti a ruba perché si comprano pochi pezzi e si cucina solo quello che si consuma di sicuro.

Nella mia ultima visita non ho preso i dolci, ma se non ricordo male non erano da disdegnare...

lunedì 11 ottobre 2010

Un valido motivo per andare a Grosseto


Cronaca di una breve toccata e fuga in Toscana, precisamente in Maremma (qualche weekend fa, ma solo ora riesco a scriverne).
Quando Giampiero ha da fare fuori Roma, io di solito "mi accollo", come dicono a Roma. Questa volta, doppia accollata: io e Paola, fidanzata di Sergio, collega di Giampiero. In pratica, weekend a quattro.
Camminando quatti quatti sull'Aurelia, scorrevano le Terme di Saturnia, le necropoli di Cerveteri, Vulci e Tarquinia, il porto di Civitavecchia dove le navi da crociera ci facevano l'occhiolino, i vari posti di mare da Capalbio all'Argentario...

Infine siamo arrivati a Grosseto, dove non potevamo chiedere subito quale fosse l'indirizzo gastronomico più interessante dei dintorni. Detto fatto: dopo 10 minuti avevamo prenotato un pranzo dagli "Attortellati". La storia racconta che questo locale sia nato dall'intraprendenza del suo corpulento proprietario, da sempre appassionato di cucina. Ed è proprio nella cucina di casa sua che l'attività ha mosso i primi passi. La leggenda vuole che anticamente ricevessero in casa con tanto di stendino con i panni a vista. E' da un po' di anni, però, che gli "Attortellati" gestiscono un locale vero e proprio, rustico ma ben messo. Non erano poche le tavolate di gente del posto che aveva scelto questo posto per festeggiare qualche ricorrenza.

Unico piccolo difetto (probabilmente anche perché faceva caldo ed era tutto aperto), la puzza dei maiali, che dimorano proprio alle spalle del ristorante.

Qui la regola vuole che si mangi a menù fisso: quello che offre la casa, il tutto a 24 euro cad.

Come garanzia di variazione, il menù è esposto all'esterno, scritto a mano su una lavagna.

Per cominciare, salumi e formaggi del luogo... che già bastavano per concludere il pasto! Sull'enorme tagliere, un ottimo prosciutto toscano, un incrocio fra lardo e pancetta, salamino e capocollo, poi un paio di tipi di pecorini serviti con una confettura di fichi da urlo (talmente buona che me la sono anche comprata!). Poi c'erano anche i crostini alla toscana, che essendo di fegato come al solito ce li mangiamo solo noi...

Ancora una serie di antipasti da sventolare subito la bandiera bianca. Si comincia con le cosiddette verdure appetitose, che erano delle melanzane un po' troppo speziate per i miei gusti (ma per gli intenditori di peperoncino erano ottime). Ancora una trippetta buonissima dal gusto delicatissimo. Le polpettine al limone che erano curiose anche solo per il fatto di essere servite appallottolate attorno a un rametto di alloro. E la polenta con i peperoni che è un'idea semplice da riciclare.

E non è mica finita qui... Arriva quindi la zuppetta con fagioli, farro e funghi: un vero classico della cucina toscana. A me il genere non fa impazzire, però era sfiziosa.

Qui purtroppo devo dire che c'è stata una lunghissima interruzione, perché si doveva attendere la cottura dei mitici tortelli, che in un posto che si chiama gli Attortellati non potevano certo mancare! Oltre 20 minuti che hanno avviato irrimediabilmente la digestione facendo salire la sensazione di sazietà. Un errore di strategia.

Finalmente i tortelli, che erano una cosa fenomenale: ripieni di ricotta e spinaci e conditi con un ragù di maiale di cinta senese da fare il bis. Ogni tortello, poi era qualcosa come 10 cm x 10.

Mostruosamente buoni!

A questo punto, però, la bandiera bianca era definitivamente issata. Il coniglio e le patate al latte sono stati pressocché ignorati e il dolce ce lo siamo fatti incartare per non attendere oltre e poter ripartire. Il viaggio per tornare a Roma, poi, è stato quasi epico, con questo senso di pesantezza sullo stomaco... Diciamo che dopo una mangiata del genere ci vogliono almeno 3 ore di sonno (o di camminata).

domenica 10 ottobre 2010

Rivadestra, ritorno in stile

Ci trovavamo a Trastevere alla ricerca di un approdo sicuro. Dopo una porta in faccia sbattuta dall'ottimo Bir&Fud abbiamo pensato di tornare dai nostri amici napoletani di Rivadestra. E non abbiamo sbagliato...
Il menù completo non è più a 20 euri bensì a 24, ma vale ancora decisamente la pena di rischiare e avventurarsi in questa degustazione partenopea, parte creativa...
Andiamo con ordine: fra gli antipasti purtroppo mancava il mitico gattò. E' talmente buono che alle 21,30 era già andato a ruba. Così abbiamo dovuto cambiare genere: Giampiero ha preso una vellutata di carota con porro croccante molto sfiziosa e io ho assaggiato il tortino di spigola con le verdurine. Entrambi gli antipasti non ci hanno fatto rimpiangere il gattò, anzi soprattutto la mia spigola si è rivelata una bellissima sorpresa.
Di primo, io ho scelto il risotto alla zucca e Giamp gli spaghetti con le cozze. Questi ultimi erano un po' piccantini - meno male che non li ho presi io che odio il peperoncino - e complessivamente ben realizzati. Il risotto mi sembrava un po' pasticciato (c'era forse la panna?) però di sapore non era affatto male e il riso era bello al dente.
Passiamo ai secondi. Giampiero ha mangiato un buon arrosto di maiale, anche se non eccessivamente creativo. Io un fagottino di pasta brick ripieno di scamorza affumicata: una cosa tanto semplice quanto strepitosa, specialmente per me che amo tutto ciò che è croccante!
Per dolce, infine, quello che per me è stato una nota dolente: il tiramisù. Di tutto sapeva fuorché di tiramisù. Capisco la difficoltà che i ristoranti hanno con le uova fresche, ma piuttosto non chiamarlo tiramisù! Giampiero ha preso invece il già sperimentato mollò al cioccolato bianco e banana: per lui un motivo sufficiente per tornare ancora da Rivadestra. A me non piace il cioccolato bianco quindi mi risulta troppo stucchevole, ma per chi è cresciuto a barrette di Galak è un vero e proprio delirio di dolcezza.
Per accompagnare abbiamo preso anche una gradevole bottiglia di Grillo siciliano. Il conto non era, naturalmente, una sorpresa dal momento che il menù era a prezzo fisso!

martedì 21 settembre 2010

Ristoro all'Oasi della Birra


Un grande ritorno dopo tanto tempo di assenza. Mi mancavano i mega-taglieri dell'Oasi della Birra, così abbiamo deciso di tornare sul luogo del delitto, in questo angolo nel cuore di Testaccio (su un lato della piazza del Mercato). Pochi cambiamenti rispetto al solito, a parte una nuova sala che abbiamo visto solo da fuori, ma noi, abitudinari, abbiamo scelto di star giù, fra blocchi di pietra e ragnatele, in un ambientino da segrete del castello.

Il menù è sempre monumentale, specialmente nella scelta delle birre e dei salumi/formaggi che compongono i taglieri. Abbiamo notato un leggero aumento nei prezzi e ridimensionamento dei taglieri, ma c'è da dire che parliamo di pochi centesimi in più e di poche fette in meno... è la crisi!

Per chi non l'avesse mai frequentato, l'Oasi della birra è un'enoteca/birroteca/gastronomia, con tanto di scaffali pieni di vini, birre e barattoli di ogni ben di Dio. Qui si cucina poco e infatti le cose migliori sono quelle che non richiedono molto impegno. Su tutto, i taglieri che ho già nominato più volte: di salumi, di prosciutti, di formaggi, oppure assortiti come la fantasia vuole. Si possono ordinare da 6 o da 8 pezzi (rispettivamente 16 e 19 euro) e non è vietato assortire dai vari elenchi. Il mio consiglio è che un tagliere da 8 va bene per 2 persone, quindi 2 taglieri per quattro e via dicendo... Poi dipende dalla fame... Comunque, non vi aspettate il classico tagliere con salamino da supermercato: qui nella scelta infinita c'è davvero tutto (o quasi) lo scibile del salame e del formaggio. I nostri preferiti sono sempre il petto d'oca o d'anatra, ma abbiamo scoperto in quest'ultima visita anche il prosciutto di canguro - sì, avete letto bene, canguro - e abbiamo rivalutato la coppa di zibello (che non è un animale strano, ma una specie di ottimo culatello). Notevoli anche i salamini di cinghialotto e ottima anche la mortadella al tartufo. Giampiero, poi, va pazzo per i formaggi belgi bagnati di birra d'abbazia: la cosa più puzzolente che esista al mondo! Al confronto una fabbrica di gorgonzola è una folata di aria fresca! A proposito di gorgonzoli, ci sono anche molti ottimi erborinati (ottimo il gorgonzola al vinsanto), formaggi francesi di vario genere, puzzoni italiani (come appunto il Puzzone di Moena) and so on.

A parte questo, qualche cibo cotto c'è: da segnalare lo squaglio, cioè un piatto con tanto buon pecorino sardo sciolto con una generosa colata di miele sopra. In inverno, meritano anche le polente e le zuppe, mentre ho assaggiato raramente ma non ho un buon ricordo della pasta, nè delle bruschette che secondo me rimangono troppo "industriali".

C'è anche qualche dolce, in particolare dei crostatoni un po' pesanti, ma non male di sapore.

Non ho detto dell'assortimento di birre (ma anche i vini sono tantissimi). In quest'ultima visita abbiamo ritrovato la Triple belga che avevamo bevuto a Bruxelles. Anche il prezzo era interessante: la 0,33 costava 5 euro cad. e a Roma l'abbiamo vista (calda) anche a prezzi più alti.

Molti scelgono l'Oasi della Birra anche solo per un aperitivo... ma non sanno che cosa si perdono!

lunedì 13 settembre 2010

Memorie d'estate... Crovatico

Sarà stata la giornata decisamente calda, sarà stata la giornata impegnativa che meritava una sosta gourmet, sarà stata la noia guardando Miss Italia... Insomma, mi è tornata in mente l'estate e i buoni posti dove si va a mangiare a Vieste. Quest'anno sono andata diverse volte nel bel villaggio del Crovatico (pochi chilometri dopo Vieste, in direzione Peschici), dove è finalmente tornato ai fornelli il bravo chef Elia. Amico di mio zio, è anche un provetto pescatore e, se siete fortunati, troverete in cucina qualcuna delle sue prede.
Ovviamente, la cucina al Crovatico è prevalentemente di pesce. Trattandosi di un campeggio, non può mancare anche il pizzaiolo per una formula più low cost, ma questa si può rivelare una buona occasione per unire ai buoni piatti di pesce preparati da Elia una bella schiacciata.
In particolare con l'antipasto mari e monti: sempre un ottimo inizio. Nel mare si trovano sempre il misto di affumicati, le alici marinate, il polipo a insalata, la pepata di cozze... Nei monti, invece, ci sono sempre le zucchine fritte, le verdurine grigliate... Tutte prelibatezze da mangiare con una fetta di schiacciata. Una precisazione: l'antipasto è talmente grande che la dose giusta è uno ogni due persone. Prenderlo da soli significa che è finita la cena...
Invece val la pena di continuare! Soprattutto i primi (difficilmente sono andata oltre) che meritano davvero. In particolare mi sono innamorata delle orecchiette alle cime di rape e scampi.
Difficilmente, come dicevo, sono arrivata ai secondi. Sicuramente sono sempre buoni i pesci grigliati.
Come buona conclusione, invece, i biscottini con il moscatello locale.

sabato 11 settembre 2010

La Scuderia, sorpresa a Genzano


Volevamo concederci una giornata spensierata e mangereccia a li castelli... ma non avevamo voglia della solita fraschetta. Eravamo in due, mentre la fraschetta è più da gruppo di amici, convivialità e vino della casa a gogò. Quindi ci siamo affidati alle solite bibbie dei ristoranti e abbiamo scovato un indirizzo sicuro, che dopo aver frequentato posso dichiarare sicurissimo!

Si chiama la Scuderia e sta nel centro storico di Genzano, davanti al Palazzo Sforza Cesarini e a due passi da quei meravigliosi belvederi da cui si domina tutto il lago di Nemi.

L'ambiente è molto rustico e la conduzione è familiare. Il menù è di stampo tendenzialmente laziale, ma c'è qualche deviazione, sempre nel solco della tradizione italiana.

Abbiamo deciso di affidarci alla loro proposta del menù degustazione. Pensavamo che fossero assaggini, ma al contrario erano tutte porzioni complete e decisamente abbondanti. Per fortuna, abbiamo avuto la buona idea di prenderne uno solo in due e, come riempitivo, un altro antipasto e un altro primo. Ovviamente, come da nostra abitudine, abbiamo "steccato" tutti i piatti, come si dice a Roma e siamo usciti ugualmente satolli!!!

Per cominciare, tre antipasti: uno era la frittura di verdure (a cui si aggiungevano due fiori di zucca alla romana) che avevamo scelto noi, gli altri due erano nel menù degustazione: una caciottina condita con pomodorino e spezie e cotta; un guanciale croccante all'aceto balsamico e pinoli. Il fritto era buono e croccante, peccato per l'eccesso d'olio soprattutto di alcuni tipi di verdure più spugnose come la melanzana. La caciottina era saporita, ma ancora non ho ben capito che tipo di formaggio fosse. Il guanciale era da urlo: croccantissimo, ben bilanciato con il sapore dolciastro dell'aceto balsamico, ovviamente salato come un buon guanciale deve essere, ma per noi semplicemente perfetto, specialmente se accompagnato con l'ottimo pane Igp di Genzano.

Arriviamo ai primi: qui la premessa è d'obbligo. All'entrata si possono vedere in anteprima le paste all'uovo che verrano gettate in pentola. Pasta decisamente fatta in casa, bella porosa e giustamente spessa. Entrambi i nostri piatti erano fatti con le fettuccine, ma anche le pappardelle avevano un aspetto niente male... Dal menù c'erano, quindi, le fettuccine col ragù di carne. Era un ragù fresco, fatto con pomodorini spellati a vivo. Diciamo che ci saremmo aspettati un ragù più corposo, ma probabilmente questa è anche una - giusta - scelta per un menù estivo. L'altro primo era invece in bianco: ancora le fettuccine ma questa volta condite con i funghi porcini che avevamo visto in vetrina... non potevamo resistere! A onor del vero i porcini in questione non erano sapidissimi, ma questo ci ha fatto pensare a un "boletus" più genuino e meno aromatizzato (come invece sono quelli surgelati), così non ne abbiamo fatto certo un dramma. Anzi, abbiamo apprezzato la delicatezza complessiva del piatto, in cui si sentiva anche distintamente un buon olio d'oliva che condiva la pasta.

Eccoci quindi al secondo, già provati per le dimensioni delle precedenti porzioni (soprattutto della pasta, che è una vera cofana, come si dice a Roma)... Costolette di abbacchio panate e fritte: divine!!! In questo caso la frittura era asciuttissima e il risultato era croccantissimo. Nel menù avevo notato anche la presenza, fra i contorni, delle patatine fritte "tagliate al momento", ma avendo già preso due portate di fritto ho rimandato l'assaggio a una prossima visita!

Infine un tiramisù, molto saporito, peccato solo per la crema un po' troppo liquida.

E se il pasto non si poteva certo dire leggiadro, il conto invece ci è parso relativamente leggero. Meno di 30 euro a testa questo locale ce li vale decisamente, anche considerando che a una prossima visita faremo tesoro di questa esperienza e prenderemo, probabilmente, qualche portata in meno. Da segnalare che il menù degustazione (a 35 euro) comprende anche acqua e 1/2 bottiglia di vino e, secondo me, per chi ha una fame normale si potrebbe tranquillamente dividere in due senza prendere altro.

giovedì 9 settembre 2010

Miyabi 2... un tocco di Vietnam!


Ormai i ricordi dell'estate a Vieste si affievoliscono (ma non escludo di fare qualche altro "salto nel tempo"), quindi torniamo a Roma, per raccontare più da vicino quello che offre la ristorazione della Capitale.

Il primo approccio è passato da un ristorante etnico, che si professa giappo-vietnamita. Si chiama Miyabi 2 e si trova nel cuore di Trastevere: una zona un po' turistica ma sia per i prezzi che per quello che ci abbiamo mangiato, questo ristorante ci è sembrato abbastanza fuori dal coro. Ha anche il nastro dove scorrono sushi e sashimi, ma poiché il giappo lo mangiamo spesso, abbiamo deciso di approfittare della seconda anima del ristorante, quella vietnamita.

Per questo abbiamo scelto uno dei menù a disposizione, che prevedeva cinque portate da dividere in due per 25 euro a cranio. Noi pagavamo con due coupon di CityDeal, esattamente del valore di 25 euro (al costo di 12 ciascuno), quindi abbiamo anche pagato la metà, con somma soddisfazione.

Devo dire, però, che da quando mi avvalgo delle offerte di CityDeal, che mi hanno portato in vari ristoranti di Roma, è la prima volta che mi sento di dire che ci tornerò volentieri anche a prezzo pieno.

Il simpatico omino orientale (non saprei dire se vietnamita o cinese) che ci ha accolti e ha preso l'ordinazione ha spiegato che alcune pietanze del menù non c'erano, così abbiamo fatto qualche scambio, sotto suo suggerimento e abbiamo "ricomposto" il menù, anche se un po' alla cieca.

Temevo pietanze troppo speziate, invece i sapori erano tutti delicati, solo degli spaghetti di soia erano un po' troppo piccanti per i miei gusti e quindi li ho lasciati. Al contrario, mi hanno colpito molto le melanzane al basilico, molto molto fritte, ma profumatissime. Poi c'erano dei gamberoni serviti in un piccolo wok, probabilmente ex surgelati, ma molto saporiti. Simpatica la proposta di una cupoletta di riso scondito, servito con una zuppetta ai gamberi con cui irrorare il riso. E poi il piatto forte: gli spiedini. In tutto sono otto, quattro a testa, di quattro varietà diverse: seppia, gamberi, carne bianca che sarà pollo e carne rossa che sarà manzo. Secondo me i più buoni di tutti erano quelli di pollo, ma anche quelli di seppia, come si dice a Roma, "spignevano".

Fine del menù, ma il tradizionale garbo orientale non si ferma qui, ma va avanti con un'offerta spontanea di frutta a pezzi (anguria e melone), peraltro molto buona.

Insomma, premesso che non conosco la vera cucina vietnamita, devo dire che questo ristorante mi è piaciuto molto. Ideale anche per una bella passeggiata a Trastevere...

martedì 7 settembre 2010

Masseria... e basta!

Continuano le rivisitazioni delle esplorazioni gastronomiche dell'estate passata sul Gargano. L'operazione memoria mi riporta a un simpatico locale inaugurato da poco, nato dalla (buona) volontà di un gruppo di ragazzi che hanno iniziato come allevatori, mestiere di famiglia, e si ritrovano ristoratori. I risultati sono tutt'altro che malvagi. A pochi chilometri da Vieste, sulla litoranea per Peschici, subito dopo il Crovatico c'è un grosso cartello di legno con su scritto: MASSERIA. E basta!
Non ha altri nomi.
Vi chiederanno: "sapete come funziona?". Funziona che portano tutto loro. Il potere di voto si limita all'accettare o meno i primi e i secondi, oppure fermarsi ai già copiosi antipasti. Formaggi di produzione propria (l'assicurazione sono le vacche che pascolano a tutte le ore in mezzo alle macchine degli avventori parcheggiate, ma hanno molto più spazio per vivere allo stato brado e crescere felici e indisturbate); salumi; fritti, come le patatine a sfoglia e le zucchine; bruschette; caciocavallo alla brace... Qualche sera si trova la porchetta e se siete molto fortunati anche la ricottina calda calda appena preparata (ogni 3 giorni per non stressare troppo le vacche!). La vera sorpresa sono state delle orecchiette con il sugo delle melanzane ripiene (che a Vieste chiamano in amicizia "bombe a mano"): ne avevamo ordinato un assaggio e ce ne ha portato una cofana, accompagnate da una mezza bomba a mano che per decenza abbiamo diviso in 3. Anche la carne è di produzione propria: non vi aspettate il filettino morbido morbido, ma la carne è buona e saporita, soprattutto le salsicce e l'agnello. Porteranno poi anche un dolce e una grappa che è quasi alcol puro per far scendere tutta la cena in un sorso spaccabudella!
Satolli e contenti (è un po' rustico ma si mangia bene), si va via con un conto che, almeno quello, è leggero: 20-25 euro a testa e passa la paura!

giovedì 2 settembre 2010

La Chiusa delle More a Peschici (il ristorante)


E' da quando cucino che sogno un piccolo ristorante, su una terrazza affacciata sul mare. Pochi coperti e menù fisso realizzato in base alla fantasia della giornata e alle disponibilità del mercato. Beh, purtroppo la cuoca in questione non sono io (nel tempo ci attrezzeremo...), ma ho trovato un posto che riassume esattamente i miei desideri. Si chiama la Chiusa delle more e si trova a Peschici o meglio in località Calena. Per la precisione si tratta di un bed&breakfast di ottimo livello, che si presenta molto bene e che, ovviamente, prevede anche la mezza pensione. Per chi non pernotta, però, basta una telefonata (la prenotazione è d'obbligo).

Ad animare bed&breakfast e ristorante, un riscoperto amico di mio padre nonché un soggetto davvero particolare, brioso e attento ai clienti. In cucina, sua moglie che mescola la cucina pugliese, quella siciliana (pare che abbia delle origini sicule) e un po' di estro.

La formula è molto semplice: si comincia tutti alla stessa ora e il menù è fisso. Un giorno carne, un giorno pesce. Noi siamo capitati nel giorno carne (e ci ripromettiamo di tornare presto nel giorno pesce).

Per iniziare una serie di antipasti:

- mozzarella di bufala (freschissima) servita con pomodori secchi a listarelle: semplice e intelligente;

- purea di fave e cicoria servito con crostini di pane sottilissimi bruscato: veramente a regola d'arte;

- una parmigianina monoporzione composta di due fette di melanzana dorata e fritta, mozzarella al centro e sugo fuori: ottimo e ben presentato;

- un tortino di peperoni in pasta di pane: non avevo capito che fossero peperoni tanto che era delicato il ripieno, però avrei messo una pasta più delicata della pasta di pane (magari la brisee);

- pomodori ammuddricati, cioè gratinati con la mollica di pane: questi di provenienza sicula, davvero buoni;

- anelli di cipolla in pastella fritti: frittura leggera e asciutta, davvero ottimi.

E questi erano solo gli antipasti che già erano sufficienti per chiudere la cena e chiedere il conto. Ma non finisce qui. Si continua con un primo e un secondo. Come primo ci è capitata una pasta tipo troccoli (grossi spaghetti alla chitarra) con una crema di ricotta e zucchine. In questo caso devo dire che il sapore non era male, ma la pasta un po' duretta, probabilmente anche perché siamo stati i primi ad essere serviti. Poi una specie di involtini di carne anche questi "ammuddricati": somigliavano molto agli involtini alla messinese, ma a dir la verità meno delicati.

Per concludere una freschissima coppetta di frutta tagliata a pezzi e condita solo con una spolverata di zucchero a velo. Infine, una fetta di crostata fresca alla crema accompagnata da un bicchierino di nocino o limoncino o grappa.

Il tutto per un totale di 38 euro a cranio: forse un po' troppo per un menù fisso, ma devo dire che merita.

martedì 31 agosto 2010

Elogio della cozza ripiena

Due cult che caratterizzano ormai da diversi anni le mie estati viestane: il pranzo al Bikini con l'immancabile cozza ripiena di Lucia. Premessa: il Bikini è un lido, giusto a una cinquantina di ombrelloni dal mio, sulla spiaggia del Castello. Lucia è una maga della cucina che da alcuni anni è stata chiusa da un incantesimo in un bugigattolo da cui escono a ripetizione prelibatezze della cucina casalinga pugliese. Ad accompagnare degnamente la maga, c'è il di lei marito mago della griglia, Matteo, nonché proprietario della baracca.

Abbandonate le aspettative di tovagliato di seta e posate d'argento e pensate a quello che può venire in mente di cucinare per il pranzo della domenica a una mamma viestana. Detto fatto: pasta col sugo, lasagne, pasta con i frutti di mare, alici marinate, tonnetto marinato, polipo in insalata, pesci al forno e alla griglia e soprattutto lei, sua maestà la cozza ripiena.

Il consiglio è di prenotare non solo il tavolo, ma anche il piatto di cozza. E' una vera e propria scultura culinaria: si presenta con le nere valve ben chiuse e ricoperta di un sughetto lento di pomodoro e sedano. Quando si scoperchia la valva, la bocca si spalanca, non solo per mangiarne il contenuto, ma anche per la sorpresa. E' un mistero come faccia Lucia a creare questa perfezione della cozza ripiena, il cui contenuto non si attacca alle valve, perché tenuto lontano dalle pareti dal frutto della cozza, spaccato a metà e riempito. Che dire del sapore? Formaggiosamente divino. Certo non leggero, ma basta rinunciare al bagnetto pomeridiano per andare un attimo nel paradiso delle cozze e tornare.

A parte questo, sono da urlo anche le classiche orecchiette al pomodoro col cacioricotta. Guai a pensare che sono un piatto da bambini, sono talmente buone che piacciono a tutte le età. Spesso si cimenta anche in lasagne, nelle ottime trofie con i frutti di mare e la rucola (a volte ci aggiunge anche fagioli o ceci), nella fricassea di zucca con uovo poché di sopra...

E sono solo i primi. Per i più fortunati, qualche volta potrebbe capitare anche la melanzana o il peperone ripieno, ma sono sempre più rari. Sono invece una sicurezza il tonnetto e le alici marinati, dal fresco sapore acetato e un po' piccantino.

Dalla griglia, starring Matteo (e qualche volta il bagnino) provengono invece i pesci, le seppie, i gamberoni, gli scampi e qualche volta perfino la carne. A me piacciono soprattutto gli scampi, che hanno la qualità di essere insaporiti dal bagnetto di olio/aglio/prezzemolo con cui Matteo irrora continuamente le pietanze che griglia.

Niente dolci, ma solo frutta o gelati confezionati. Se siete fortunati trovate i fichi della campagna di Matteo che davvero meritano.

Vi sono mancata?


Chissà se a qualcuno sono mancata... Dopo avervi lasciati con le mie riflessioni gastroeconomiche, torno dalle vacanze con una valigia piena di esperienze sensoriali. Come da tradizione, le mie vacanze in Puglia non sono solo mare e spiaggia, ma anche tavolini di bar e ristoranti. Diciamo che tra un po' diffonderanno la mia foto segnaletica sul Gargano.

Nel frattempo, per chi se lo fosse perso, faccio un po' di autopubblicità e segnalo un itinerario di viaggio (con qualche consiglio gastronomico fra le informazioni) del Gargano, che ho scritto per Viaggi24.


Poi rimando ai post successivi per le mie esperienze gastronomiche in terra di Puglia!

venerdì 6 agosto 2010

Riflessioni sul cibo e sull'economia

Che, nonostate i proclami politici, ci sia recessione è ormai noto. Solo il Tg1 non se n'è accorto. Io che oramai oserei definirmi una giornalista gastroeconomica ieri ho avuto l'occasione di confermare un paio di idee che già mi frullavano per la testa sull'estate più in recessione della storia. Perché nel primo anno di crisi qualcuno ancora ci andava in vacanza, convinto che fosse un momento passeggero. Ma oggi chi è stato colpito dalla crisi (e chi non lo è stato, direttamente o indirettamente?) e non fa parte di quell'upper class che resiste nonostante tutto le vacanze non può che sognarsele.
Te ne accorgi facendo una passeggiata al Pigneto. Molti locali sono chiusi, ma molti altri sono aperti e pieni di gente. Mancano gli studenti, che anche se non vanno in vacanza comunque tornano all'ovile da mamma e papà, ma ci sono moltissimi trentenni occupati, male occupati (cioè precari) e disoccupati. Le ferie d'agosto sono una certezza solo per chi ha la chiusura aziendale, ma sempre più spesso si spendono sulla Pontina, per arrivare nelle ridenti località del litorale laziale: Ostia, Torvajanica and so on.
In una fresca sera d'estate tutti provano ad affogare la tristezza di un'estate andata a male in una birra. Qualcuno osa anche aggiungerci qualcosa da mangiare, ma in queste circostanze, se non ci sono i soldi, chi fa affari d'oro? Il Guercio!
Ne avevo già parlato diversi post fa: http://ilpolipoaffamato.blogspot.com/2010/01/le-cofane-der-guercio.html
Il Guercio, ovvero Domenico al Pigneto, è il classico locale dello zozzone, dove si mangia bene e si paga poco. Intenzionati a mangiare in un altro posto, ci siamo ritrovati a chiamare all'ultimo momento al Guercio: in realtà volevamo solo assicurarci che fosse aperto, ma ci è stato risposto che era pieno e che dovevamo prenotare. Detto fatto. Abbiamo prenotato e siamo arrivati al cospetto del mitico Alex (il figlio del Guercio, credo) che ci ha enunciato un menù ridotto ai minimi termini. Degli gnocchi del giovedì neanche più l'ombra: "noi ne facciamo 10 chili, ma la maggior parte vanno via a pranzo...". Ho fatto due conti: calcolando che le porzioni del Guercio sono da combattimento, suppongo da 200 grammi: in una giornata sono andate via ben 50 porzioni. La fettina panata... neanche a parlarne. A quel punto il saggio Alex ci ha anche consigliato, per il futuro: "quando chiamate per prenotare e sapete che cosa prenderete, ditecelo, così ve lo rimango da parte!".
Così ci siamo "accontentati" del classico dei classici: rigatoni all'amatriciana. Ovviamente il formato era sempre quello "cofana": 200 grammi di pasta su un piatto da pizza. Abbiamo quindi diviso in due. Lo stesso dicasi per l'arrosto misto, sempre buono. Il tutto per 26 euro in due (comprese birra e patatine fritte): meno di una pizza!
Ed è con questi prezzi che il Guercio sfida la recessione e vince. Lui cavalca la crisi, come dicono i giornali economici, e non chiude in pieno agosto, ma sceglie il mese di settembre per le sue ferie. Perché lo sa che la sua platea di clienti è fatta proprio di quella classe medio-bassa che quest'anno il mare lo vede col binocolo dalla Pontina e che la sera, almeno, si concede la "cofana" del Guercio.

giovedì 29 luglio 2010

Giappocinesi a San Giovanni

Giornata infrasettimanale... Idea: andiamo a spendere il coupon di Citydeal (uno dei tanti, abbiamo i cassetti pieni)? Ed eccoci al ristorante giapponese Sushi Tei, a due passi da San Giovanni in Laterano, per una cena giapponese a metà prezzo. Anzi giappocinese per la precisione, dal momento che il ristorante è sì giapponese, ma gestito unicamente da cinesi, tanto che i nomi giapponesi sulle comande si possono leggere in caratteri occidentali!!!
Il coupon valeva 30 euro al prezzo di 15 (prepagati con carta di credito) x due persone = 60 euro al prezzo di 30. Ci mettiamo a fare i nostri bei conti sul menù e prendiamo una bellissima barca di sushi (Tokyo a 46 euro) e una tempura (15 euro). Più acqua.
Per la cronaca, ci sono sushi migliori, ma a prezzo di coupon la barca Tokyo era proprio sfiziosa. C'erano una trentina di rotolini, tutti diversi. Fra questi anche qualcuno fuori dal comune sushi con salmone crudo... Ad esempio quello con il gambero fritto in tempura all'interno era sfiziosissimo. La tempura invece era una mezza sòla: troppo unta e ci saremmo aspettati una qualità migliore di gamberi (a 15 euro per 5 gamberi...).
Rifiutati dolci, caffè e ammazzacaffè arriviamo al conto. A questo punto i più attenti avranno già capito che i 60 euro li avevamo sforati, ma di poco. Pochissimo. Peccato che quando abbiamo pagato il conto ci siamo trovati ben 7,50 euro in più. Come mai? Non so per quale motivo misterioso, ma comparivano sul conto due coperti a 2 euro ciascuno: 4 euro di coperto. Peccato che il coperto sia stato abolito nel Lazio con una legge regionale nel lontano 2006 (legge 21 del 2006)!!! Abbiamo fatto notare. La giappocinese ha farfugliato qualcosa. Noi abbiamo pagato lo stesso, per non fare la figura dei pulciari... Dicendo però ai giappocinesi: "INFORMATEVI"!
Lo stesso consiglio mi sento di darlo anche ai miei lettori: attenti al coperto, a Roma non si deve pagare. E in tutta Italia non è dovuto se non esplicitamente scritto sul menù. In caso di contestazione, chiamare i vigili!

martedì 27 luglio 2010

Fraschetta del mare

Cronaca di una gita al mare finita, tanto per cambiare, a tavola! Eravamo andati ad Anzio. L'intenzione era chiara: fare un bagno, prendere un po' di sole e, se possibile, mangiare un po' di pesce... Preso il trenino, scesi vicino Marechiaro... Sorpresa: era assolutamente NON BALNEABILE! Non perché ad Anzio il mare sia bruttissimo, ma perché quel giorno c'era il mare forza 9!!! Onde altissime, mare reso marrone dalla sabbia che si alzava e spiaggia completamente mangiata dalla mareggiata... Per di più un vento che faceva volare cose e persone... Insomma non proprio un paradiso. Decidiamo così di ripiegare su Anzio city e farci una passeggiata sul lungomare... E non sapendo come meglio impiegare la giornata: prenotiamo il ristorante.
Avevo trovato su una guida questo consiglio: la Fraschetta del Mare. Sta proprio al porto di Anzio e si presenta abbastanza sprucido come una fraschetta deve essere. La formula è semplice: 16 euro menù fisso (bevande escluse)! Ovviamente la maggior parte delle portate è a base di pesce, povero ma fresco. Niente surgelati a gogò...
Sia gli antipasti che i secondi vengono serviti in quei piatti da antipasto suddivisi in 3 scomparti. Negli antipasti c'era un'insalata di polpo, un carpaccio di tonno e un filettino di non so quale pesce azzurro. Il primo, invece, era un abbondantissimo piatto di spaghetti cozze e vongole, rosso: davvero saporito con gli spaghetti dalla cottura perfetta!
Nel secondo un morbidissimo polpo alla luciana, peccato fosse solo qualche tentacolino, e due filetti di sgombro molto saporiti. Il dolce è a parte per chi lo vuole, ma vi dico solo che vicino si trova un'ottima gelateria...
Insomma, il posto è abbastanza sprucido e non certo ideale per una cena romantica, ma devo dire che merita per il rapporto qualità/prezzo. D'altronde a Roma con 10 euro ci fai un aperitivo...

sabato 24 luglio 2010

Rosso di sera... buon pranzo si spera!


In onore dell'inizio della festa del Giacchio, a San Feliciano (frazione di Magione, a due passi da Perugia), urge raccontare un piacevole pranzo in un bel posto con vista sul lago dove mi hanno portato due amici. Rosso di sera... buon pranzo si spera! Beh, non solo si spera: come direbbe un noto claim pubblicitario "è una solida realtà".

Essendo con vista sul lago non si poteva che mangiare pesce di lago... Diciamo che non è la materia prima migliore della terra, ma trattata sapientemente come solo qui sanno fare direi che ritrova tutta la sua dignità.

Cominciamo dagli antipasti: io ho preso un tortino di patate con tonno affumicato. Diciamo che era una cosa di una banalità sconvolgente (praticamente purè e fette di tonno affumicato sopra), ma devo dire che era davvero un'ottima idea! I miei amici invece hanno preso l'antipasto degustazione e mi hanno fatto assaggiare: due crostini con uova di carpa che non erano niente male, un filetto di boccalone che era ben condito ma che rimaneva troppo "plein" per i miei gustie e una fritturina di agoni (piccoli pesci da mangiare interi).

Poi i primi: io ho mangiato gli umbricelli con un ottimo ragù di persico. I miei amici invece hanno preso una interessantissima lasagnetta croccante al persico bianco e tinca affumicata, servita su una purea di fagiolina del Trasimeno (una specie autoctona di legumi che sono stati recuperati dall'università di Perugia). La lasagna constava di tondini credo di crepes fritti e dentro c'era questa spuma di pesce davvero saporita.

I secondi li abbiamo passati perché eravamo già abbastanza pieni. Poi siamo arrivati ai dolci, che erano da bis!!! In particolare i freschissimi "fruttini": un'idea geniale! Come si può evincere dalla fotografia, si tratta di vera frutta spaccata a metà e riempita con un gelato (un po' sorbettato) che viene fatto con la polpa della frutta stessa. I tipi di frutta variano in base alla sorte: a me sono capitati banana, noce, mandarino cinese e fragola. Ad Enrico pera, lime, noce, castagna. Nella nostra classifica personale, il migliore era banana... ma dicono che anche pesca sia buonissimo.
Bisognerà tornarci per provarlo!

martedì 20 luglio 2010

La mia dispensa dei ricordi di Perugia

Tradizione vuole che ogni anno io torni a Perugia per Umbria Jazz. Giampiero continua imperterrito a lavorarci per tutti i 10 giorni di kermesse (chi pensate li abbia messi tutti quei video sul sito) e io puntualmente mi concedo almeno un weekend per rivivere un po' l'aria perugina.
Tradizione vuole che prima di rientrare ogni anno rispetti un preciso itinerario del gusto da riportare a casa per sentire un po' di nostalgia dei bei tempi che furono.

1) Le spezie da Bavicchi (via dei Priori)
La storia di questo posto è quasi da film di Monicelli. Bavicchi è stato per decenni un punto di riferimento a Perugia. Si trovava in piazza Matteotti e lì si compravano marche da bollo (fondamentali accanto al tribunale), sigarette e spezie e thè di ogni tipo. Il Bavicchi che ho conosciuto io nei miei primi anni di università era un posto logoro e polveroso, gestito da persone anziane e stanche della vita. Fra i dipendenti, però, spiccava un sorriso più genuino, di un ex ragazzo cresciuto "a bottega" per tutta la vita. Ero verso la fine dell'università quando Bavicchi chiuse: la proprietaria era morta e gli eredi non volevano saperne. Poi qualche anno dopo, tornando a Perugia, la sorpresa. Non in piazza Matteotti, bensì in via dei Priori, Bavicchi aveva riaperto. Del vecchio Bavicchi che fu, però, conservava solo il nome, i grossi vasi di vetro contenenti le spezie e il sorriso del "ragazzo di bottega". E' lui che ha riaperto per continuare una tradizione che non poteva spegnersi. Con un tocco in più, moderno. Un negozio non più logoro, ma un giovane tempio del gusto (con qualche ammiccamento ai turisti che qui possono trovare anche olio, vino e vasetti di prelibatezze umbre di ogni tipo).

2) Macelleria da Adriano Gerbi al mercato coperto (sotto a Piazza Matteotti)
Durante Umbria Jazz lui è sempre chiuso: va in montagna per allontanarsi dalla confusione e riposarsi per qualche giorno. Appena finito il bailamme, Adriano torna e riapre la sua macelleria d'altri tempi. In un mercato coperto fermo agli anni 70 e sulla via del tramonto, qui la certezza è una carne sempre fresca e un Adriano sempre cerimonioso. "Che ti preparo, la mi' stellina?". Pieno d'attenzioni e di garbo, Adriano affetta e macella, mentre ossequia e sorride ai suoi clienti. La vera specialità sono gli spiedini: difficile trovarne già pronti nel bancone. Un po' di pazienza e Adriano li confezionerà espressi, mettendo pezzi di carne scelti con maestria. "Gli ci ho messo una cosina speciale speciale... c'è pure un pezzin di filettino fresco fresco...". Il tocco di classe sono i pezzetti di prosciutto o pancetta che inframmezzano tutti i cubi di carne e soprattutto quel cubetto di fegato di maiale, avvolto nella rete di maiale e separato da due foglie di alloro, che sta al centro dello spiedino. Il risultato è del tutto particolare e mai si potrà ritrovare in uno spiedino confezionato... Assolutamente da assaggiare anche le salsiccine secche di Adriano: le confeziona con le sue manine dorate. Poco grasse e naturalmente ricoperte da vero budello di maiale, semplici o condite con finocchio, più o meno stagionate a seconda delle stagioni. Con l'arrivo della tecnologia, inoltre, Adriano si è anche dotato di macchina per fare il sottovuoto e si offre di impacchettare qualsiasi cosa, per farla durare di più ed evitare che si disperdano i sapori.

3) Ceccarani (piazza Matteotti)
La panificazione non è arte umbra, specialmente da quando hanno scelto di abbandonare l'uso del sale. In compenso ci sono due prodotti tipici di panetteria che si trovano solo in Umbria e che per anni sono stati per me alla base di pranzi e cene (da Ceccarani se ne possono acquistare delle discrete versioni). Da un lato la torta al formaggio, o torta di Pasqua (perché in origine si faceva solo a Pasqua, ma adesso si trova tutto l'anno), dall'altro la torta al testo. Andiamo con ordine. La torta al formaggio è una specie di panettone (anche se si trova pure in altri formati, tipo pane in cassetta, o tipo baguette) lievitato e pieno di pecorino. Si presenta come un grosso pan brioche, è piuttosto saporito e friabile ed è buonissimo riempito di formaggio e affettati. Un vero e proprio peccato di gola! La torta al testo, invece, è una versione umbra molto somigliante alle tigelle, però grande quanto e più di una piadina. E' però molto più leggera, essendo un impasto quasi esclusivamente composto da acqua e farina. La particolarità è che viene cotta sul "testo", una specie di padellona fatta in pietra refrattaria, che fa cuocere questa piadinona a fuoco lento. Il risultato è una grossa pizza circolare che poi viene tagliata in spicchi e farcita. In Umbria ci si fanno intere sagre sull'argomento e gli abbinamenti più azzeccati sono con salsiccia, salsiccia ed erba (cioè spinaci), erba e stracchino, rucola e stracchino, prosciutto... Insomma, un po' come vi pare...

sabato 10 luglio 2010

Nerbone a Firenze vuol dire lampredotto

Una breve gita in Toscana che si è rivelata una scoperta. Per prima cosa, sosta a Firenze per aspettare gli amici che ci dovevano "raccattare" e portare all'agriturismo a Greve in Chianti. Nell'attesa, perché non concedersi uno spuntino? E soprattutto, dove trovare un buon panino col lampredotto? E se un tempo si chiedeva l'aiuto del pubblico, oggi viene in aiuto la tecnologia. Breve ricerca su internet con i potenti mezzi della tecnica a nostra disposizione e subito il responso: il NERBONE.
Arriviamo quindi al Mercato di San Lorenzo, dove ha sede il Nerbone, e ci stupiamo per la simpatica location che abbiamo trovato: un vecchio mercato rionale interamente dedicato al cibo. Dai negozi che vendono prodotti tipici (un po' ammiccanti per turisti) alle bancarelle più dedicate alla gente del posto (fruttaroli, pescivendoli...). E poi il Nerbone, che è una specie di fast-food alla toscana. Pochi tavoli e un bancone dove si confezionano panini espressi rigorosamente con la "ciccia", cioè la carne, sia essa bollita o in porchetta o arrosto. E qui il panino col lampredotto è d'obbligo, anche se il paninetto con l'arrosto ben unto da tutti e due i lati nell'olio di cottura non è niente male... Ma non mancano i primi e i secondi, le insalate e, perché no, i tozzetti da mangiare col vinsanto.
Ma non è finita... Dopo il nostro soggiorno a Greve, per due giorni in un agriturismo dove si è davvero isolati dal mondo e che non a caso si chiama Rifugium, ci siamo concessi una sosta gastronomica prima di affrontare il viaggio. E dove siamo andati? Naturalmente dal Nerbone, l'originale sulla piazza principale di Greve in Chianti, sotto gli occhi di Giovanni da Verrazzano.
Qui il lampredotto e il bollito non si servono col panino, ma in terrine di coccio fumanti. Certo non proprio estive... A parte questo, bastavano già i copiosi antipasti: dal taglierone di salumi a quello di formaggi, dal fantastico crostino di fegatini di pollo a quello di poppa (avete capito bene, di poppa, cioè di mammella di mucca). Da urlo in particolare la finocchiona, talmente morbida che le fette si sfaldavano, e un pecorino nero rivestito di carbone vegetale. Ottima anche la pappa al pomodoro, peccato che fosse bollente anche quella. Per finire un assaggio di crema al mascarpone condita con gocce di mosto cotto: un abbinamento davvero gradevole e da ripetere.
Come è da ripetere l'avventura nel Chianti. Non a caso è uno dei luoghi più apprezzati in tutto il mondo, fresco anche d'estate e verde da bruciare gli occhi.

martedì 6 luglio 2010

La fraschetta n.1 di Ariccia: l'Aricciarola

Con qualche giorno di ritardo vi racconto una bellissima gita fuori porta che mi sono concessa sabato scorso con delle amiche che mi sono venute a trovare a Roma. Come tradizione comanda siamo andate a li Castelli... Ariccia per la precisione... Per noi è tappa fissa per concederci una boccata di ossigeno e una mangiata di tutto rispetto. Questa volta, però, ci siamo perfino mantenuti.
Per prima cosa siamo andati di sabato e non di domenica come facciamo di solito. Poi avevamo prenotato, tanto per star sicuri di trovare posto nella nostra fraschetta preferita: l'Aricciarola. In realtà, non ce n'era molto bisogno, ma almeno abbiamo conquistato un posto d'onore fuori, con vista parcheggio.
Premesso che ad Ariccia ci siamo arrivati a piedi e non sto scherzando... Siamo arrivati con il bus di linea fino ad Albano, poi ad Ariccia a piedi (che sono circa 2 km). Quindi sosta davanti alla chiesa per aspettare l'uscita di una sposa sconosciuta ma decisamente pittoresca (tale Maruska, dai capelli gialli e acconciatura anni Ottanta scelta su un catalogo di video di Madonna)...
Infine, abbastanza stanchi, ci siamo riuniti davanti agli scacchi della tovaglia dell'Aricciarola. Io e Giampiero, "padroni di casa" abbiamo mandato le ragazze a controllare al bancone che cosa preferivano e abbiamo composto il nostro vassoio: mozzarelle, ricottine fresche, prosciutto, coppiette di cavallo, salamini di cinghiale, rotolini di mozzarella ripieni di ricotta e noci, patate al forno e naturalmente porchetta (con esplicita richiesta di selezionare le parti croccanti della pelle). Probabilmente dimentico anche qualcosa, comunque per farla breve la forza di questo posto è che il piatto lo componi tu, in base a quello che offre la giornata. Di domenica, però, si tende a fare dei vassoi esagerati per il terrore di doversi rialzare e rifare la fila. Di sabato invece è tutto più semplice e si può fare il ragionamento del "se ne voglio altro torno dopo".
A dir la verità eravamo talmente pieni che non ci siamo rialzati a chiedere altro cibo. Non ce la potevamo fare, anche grazie alle copiose sorsate di Romanella, il vinello frizzantino che si spaccia ai castelli (di solito con il dolce, ma noi volevamo qualcosa di fresco).
E quindi tutti in piedi e di nuovo in giro a fare i turisti ai castelli... Di nuovo ad Albano a piedi e prolungamento verso Castel Gandolfo, sempre a piedi. Per digerire...
Ma a tornare a Roma non ce l'abbiamo fatta ad andare a piedi!

martedì 22 giugno 2010

Meditazione sul vino Marsala


Chi l'ha detto che il Marsala è buono solo per dare sapore allo zabaione? O al massimo per le scaloppine? Nell'immaginario moderno il Marsala è quel vino che la nonna ha sempre in dispensa, più per cucinare che per altro. Fino a qualche giorno fa devo ammettere che anche io associavo al Marsala quella bottiglia impolverata che sta nella vetrina del salone: dicono che la portò da Palermo il mio bisnonno Andrea qualche anno dopo la guerra. Ma mi sono dovuta ricredere e prometto solennemente che d'ora in poi una bottiglia di Marsala la terrò anche io e non in dispensa, ma insieme agli altri distillati e vini da dessert che sono solita offrire ai miei ospiti a fine pasto. Come mai questo cambiamento di rotta?
Galeotto fu il weekend a Marsala. Organizzato non a caso proprio dal Consorzio del Marsala che intendeva rispolverare l'immagine del suo protetto. Visite alle cantine, assaggi e abbinamenti a cibi siciliani. Un vero paradiso. Oltre che un weekend decisamente istruttivo: ho imparato che il Marsala si divide in Vergine, Fine e Superiore. La differenza la fanno gli anni (minimi) di invecchiamento, che raddoppiano se sull'etichetta c'è scritto Riserva. Il più pregiato, il Vergine, va per i 5 anni minimo, 10 se è Riserva. Ma anche molti di più. Alla Florio abbiamo visto botti che contenevano vino del '43. A proposito della Florio, in questo caso la pubblicità è d'obbligo: ne ho assaggiati diversi di Marsala in questi giorni e anche più costosi in enoteca, ma devo dire che i migliori erano quelli della Florio.
Ci sono rimasta male solo per la scoperta che ho fatto. Io mi aspettavo un signor Florio, accompagnato da una classica signora ingioiellata siciliana. E invece no. I Florio si sono estinti decine di anni fa. Erano rimaste solo delle donne, che però hanno presto rinunciato a occuparsi di vino. Così, dopo alterne vicende, oggi la storica Cantina Florio, fa parte di un'altra storica Cantina: Duca di Salaparuta. E insieme a Corvo fanno un vero e proprio impero del vino siciliano. Però la mancanza del capostipite ha fatto perdere un bel po' di fascino ai miei occhi.
Tornando al vino, proprio alla Florio ci hanno fatto assaggiare un bel po' di abbinamenti appropriati: per prima cosa le mandorle, la cui nota è presente anche nel vino quindi il matrimonio è a dir poco perfetto; poi il gorgonzola o i formaggi erborinati in genere, che con il loro gusto forte contrastano degnamente il gusto del Marsala; ancora il pesce affumicato e la bottarga, salati al punto giusto da rispondere bene all'unione con il Vergine. Fine e Superiore sono un po' più dolci e leggeri, quindi sono più adatti ai dolci. La "morte loro" è con i dolci di ricotta, quindi la pasticceria siciliana si abbina perfettamente a questi vini. Buon cannolo a tutti!

mercoledì 16 giugno 2010

AUGURI ANCHE ALLA MAMMA'

Dopo gli auguri al papà, giunge l'ora degli auguri alla mammà! In realtà sono in ritardo di un giorno: il compleanno era ieri. Ma in questo caso si trattava di un compleanno tondo tondo e gli auguri e i festeggiamenti sono stati fatti di persona. Dopo i bagordi di ieri, quindi, è l'ora del resoconto completo.


Lo schema del programma sociale è stato:
- ritrovo e aperitivo a casa nostra;
- cena all'Hostaria di Ordona.


Fase 1: aperitivo a casa.
Sapendo di dover andare a mangiare - copiosamente - a Ordona ci siamo limitati a un cocktail (modello Bellini, preparato da mio padre con spumante brut e succo di pesca) con qualche salatino (quelli buonissimi che avevamo riportato dall'aeroporto del Cairo, che poi erano kuwaitiani) e un piccolo finger food di mia preparazione (vedi foto).
Dopo attento studio su internet, mi sono cimentata in questi piccoli bicchierini (anzi cerottini e poi vi spiego perché) di spuma al prosciutto cotto. La ricetta è estremamente semplice: 1 cubetto di robiola da 100 g, mezza ricotta confezionata (che lo so che fa schifo, ma è perfetta per gli impasti perché non è mai troppo acquosa come invece è la ricotta fresca), 200 g di prosciutto cotto e un goccino di brandy per dare brio. Il rametto verde sopra è di timo fresco (serve per decorazione, ma dà anche sapore). La preparazione è estremamente semplice: ho frullato per primo il prosciutto fino a farlo diventare della consistenza "omogeneizzato", mi sono aiutata con il goccino di brandy per far girare meglio il mixer, poi ho amalgamato il tutto con la robiola e la ricotta. La consistenza, per capirci, dovrà essere quella di uno spuntì!!! Per farlo rapprendere meglio, prima di porzionarlo con la sac a poche l'ho lasciato riposare un'oretta in frigo. Quindi ho sistemato i bicchierini, che come dicevo sono cerottini: questa è stata una geniale idea di mia madre che ha comprato decine di questi porta candelina dell'Ikea per utilizzarli non per le candeline bensì per i finger food. Geniale, eh?
Quindi, passata l'ora di riposo, è arrivata l'ora della sac a poche. Ho fatto prima una prova e ho visto che usciva bene, quindi mi sono data a fare ciuffetti ciuffetti. La quantità doveva essere praticamente simbolica, essendo un aperitivo "di cortesia" e non di sostanza. Però nessuno vieta di riutilizzare l'idea per bicchierini più profondi, adatti a quantitativi più importanti. Considerate che mi sono venuti fuori circa 20-25 cerottini.

Fase 2: Hostaria
Siamo quindi arrivati al locale, che ha colpito tutti per l'ambientino, curato e tranquillo. Dopo poco è arrivato il fuoco di fila degli antipasti, che mia madre aveva concordato con la signora del locale. Vado a memoria, ma sicuramente dimenticherò qualcosa: pizzette fritte e capocollo, lardo e minipanini, verdure grigliate, torta rustica di zucchine, pan brioche, pomodori gratinati, involtino di melenzane al sugo, tortino di patate, tortino di patate e carciofi... Poi un paio di grossi taglieri di pizza (ai formaggi, margherita e mozzarella-pomodorini-rucola). Ancora i primi piatti: degli schiaffoni (pasta tipo paccheri) con pesto e pomodorini e delle orecchiette di grano arso alle melenzane. Entrambi buoni, però abbiamo fatto l'errore di mangiare prima gli schiaffoni, quindi le orecchiette sembravano sciapite al confronto. Infine, dei bellissimi taglieri di formaggio e frutta, davvero ben presentati e molto originali. Per concludere, naturalmente, la torta, che era la millefoglie di Moffa (la migliore pasticceria di Foggia). Vino, spumante, limoncello... Un po' di alcool per movimentare la serata e per sudare un po' visto che il 15 giugno non poteva che far caldo!!!
Neanche a dirlo che si è mangiato tanto e bene... Non potevamo che scegliere una buona cuoca per festeggiare i X anni di mia madre.

martedì 8 giugno 2010

Belgio, paradiso della birra... un po' meno del cibo!


Di ritorno da un breve weekend fra Bruxelles e Fiandre, i miei ricordi da gourmet provetta si fermano a pochi elementi: la birra, le gauffres, le patatine fritte. Scordate rapidamente le moules (cioè le cozze) così come le escargots (cioè le lumache) e qualsiasi altra cosa più "tipica" della cucina belga (chiedo venia per la mancanza di accenti sulle parole francesi, ma non conosco la lingua e non mi va di ricercare le parole una per una).

BIRRA: ovunque siamo andati ci siamo concessi una bella birretta, anche perché statisticamente costa meno dell'acqua. Oltretutto siamo grandi estimatori delle birre chiare trappiste, blanche per gli amici. Molto diffusa e da me apprezzata la Hoegaarden, ma il mio cuore ha battuto pià forte per la Tripel Karmeliet servita in un simpatico locale di Gand (o Gent, che dir si voglia) ricavato in quello che credo fosse un vecchio magazzino, a ridosso del canale. Il posto si presentava particolarmente local, con i suoi bei prosciutti appesi alle travi del soffitto! Segue documentazione fotografica... Ancora un'emozione con la Trappistes Rochefort, presa in bottiglia da un bangla che la vendeva, fredda, a due euro, contro i 7 a cui l'avevamo comprata, calda, in un locale di Roma.


PATATINE FRITTE: fra i tanti odori che si sentono per le strade della città, uno dei più caratteristici è quello di fritto!!! Seguono quello di caramello sciolto delle gauffre (di cui parlerò in seguito) e quello di kebab sprucido tendenzialmente greco che circonda la Grand Place. Tornando alle patatine fritte, che in Belgio si chiamano semplicemente Frites, le abbiamo provate in due occasioni: il primo giorno, vicino a Chapelle; il secondo giorno nei pressi del Parlamento Europeo, in Place Jourdan, dal mitico Maison Antoine. Ne avevamo letto su diversi forum su cui avevo cercato informazioni prima di partire: tutti dicevano che erano talmente buone che la fila è lunghissima. Noi ci siamo passati di domenica, pensando che fosse anche chiuso e invece... non una ma due file di autoctoni che aspettavano per il loro cartoccio caldo caldo di patatine, con un vasto assortimento di salse, spatasciate sulle patatine, oppure servite a parte in una vaschetta. E in effetti erano buonissime! Con un cartoccio a testa, ci abbiamo fatto cena!

GAUFFRES: ne abbiamo mangiate tante, sia plein che con panna e cioccolato. La più buona l'abbiamo trovata a Gent, ma devo dire che le differenze erano minime. Sono l'equivalente dei waffles americani e vengono servite sempre calde. Quando ci metti la panna sopra, pian piano si scioglie e ci si sporca rigorosamente tutti!

ALTRO: la prima sera abbiamo cenato in un ristorantino un po' più elegante, ma anche se non si è mangiato malissimo, complessivamente non siamo usciti molto soddisfatti, a fronte di una trentina di euro a testa. Abbiamo provato le cozze con la cremona di birra e panna, ma francamente erano pesantissime. Più piacevole una specie di toast con le escargot, le lumache. Mentre un petto di faraona alla salsa al ribes era davvero troppo dolciastro. Nel locale con i prosciutti appesi, oltre alla birra, abbiamo mangiato anche un piatto di salumi e formaggi non proprio esaltante e un wurstelone di carne di cavallo che invece non era male. Poi avevamo visto che in un pub servivano le lumachine di mare, di cui non ricordo il nome in francese e ci siamo seduti a mangiarle con una bella birra, ma non erano questa cosa così esaltante: più che altro era divertente estrarre il corpo della lumachina con un simpatico aghetto a forma di pesciolino...
ACQUISTI: non potevamo tornare senza riportare qualcosa di tipico. Purtroppo le restrizioni aeroportuali ci hanno impedito di riempire la valigia di birra, quindi ci siamo accontentati di cioccolato e formaggio. Il cioccolato lo abbiamo comprato dal mitico Leonidas, che riempie tutta la città con i suoi invitanti negozi. A dir la verità non lo abbiamo ancora assaggiato. I formaggi, invece, sopravvissuti ai controlli all'aeroporto, sono la cosa più puzzolente che abbia mai sentito: puro piede gorgonzolato! E dire che a me piacciono i formaggi puzzoni... ma questa volta abbiamo forse esagerato (non è dello stesso avviso Giampiero)! La scelta, effettuata proprio a naso, è ricaduta su un tipico formaggio molle d'abbazia bagnato alla birra: vi dico solo che la mia valigia se lo ricorda ancora, nonostante le buste di plastica con cui avevo cercato di isolare l'elemento radioattivo! Per non parlare del frigo, che da ieri che sono tornata non è conveniente aprire...





venerdì 4 giugno 2010

AUGURI AL MIO PAPA'



Oggi è il compleanno di mio padre e purtroppo sono lontana, altrimenti avrei nuovamente provato a fargli il suo dolce preferito: la cassata. La foto è di qualche anno fa. Non ricordo le dosi precise (utilizzai quelle di un libro di ricette siciliane), ma ricordo come realizzai questa cassata fatta in casa e soprattutto semplificata.

Per prima cosa ho fatto un piccolo Pan di Spagna. Non è importante che sia alto, basta adattare le dosi a un paio di uova, perché serve solo per il fondo, ed è buon uso di scegliere uno stampo rotondo in modo da non aver difficoltà ad adattare la base alla torta. Poi il grosso delle attenzioni vanno dedicate alla ricotta per il ripieno. Per prima cosa va fatta scolare per bene, anche diverse ore. E' importante che si tratti di ricotta di pecora o ancor meglio di capra, perché deve essere molto saporita per contrastare ed esaltare la dolcezza dello zucchero. Una volta sgocciolata, la ricotta va setacciata cucchiaio dopo cucchiaio (anche più di una volta), quindi amalgamata allo zucchero e a un pizzico di cannella. Infine, bisogna aggiungere i "condimenti" che si preferiscono. La regola vorrebbe i canditi e le gocce di cioccolata, ma io non amo i primi e ho usato solo il cioccolato per l'interno.

Il marzapane per la copertura, per facilitarmi la vita, l'ho comprato e ho deciso di non colorarlo. Tradizione vorrebbe che fosse verde, ma io mi sono accontentata del bianco naturale, con l'intenzione di decorarlo dopo con abbondante frutta candita, che a mio padre piace tanto e che io dalla superficie riesco a scartare più facilmente.

Quindi arriva il momento di assemblare il tutto. E qui viene il difficile. Una volta steso il marzapane, aiutandosi con zucchero a velo, va adagiato su una ciotola semisferica. Per aiutarsi a sformarla in seguito, è importante mettere un fondo di pellicola trasparente, così basta capovolgere, senza rovinare la torta. Quindi va messo il marzapane per foderare il fondo, poi la ricotta, infine il Pan di Spagna bagnato con un po' di sciroppo (meglio se liquoroso). A questo punto, la torta deve riposare almeno 2 ore in frigo per far assestare e compattare la ricotta.

Infine, la fantasia per decorare.

I siciliani contesteranno che mancano diversi passaggi, ma garantisco che il risultato non è male (benché ovviamente non fedele).

Betto e Mary, senza figli


Di solito andiamo dal Meglio di Betto e Mary, ma questa volta abbiamo scelto di andare dai capostipiti, cioè i genitori, a via di Savorgnan. Per chi non c'è mai stato, sembra di non stare a Roma, con palazzotti bassi antichi: sembra più che altro un paesino dell'entroterra.

Il locale tradisce un po' gli anni, rispetto al Meglio, che invece, nel suo arredamento da baita burina dà un'impressione di nuovo. Ci sono anche diversi tavoli fuori, per chi proprio non può rinunciare a fumare.

Quanto alla cucina, mi aspettavo qualche differenza in più, ma in verità la formula e i piatti sono mediamente gli stessi.

Si comincia rigorosamente dagli antipasti assortiti: coppiette e sfilacci di cavallo, cavolfiori fritti, peperoni con i pinoli, melanzane, verdurine in pastella...

Poi si passa ai primi, confezionati per lo più con pasta fatta in casa, come la mitica gramiccia, che è una versione più sottile degli spaghetti alla chitarra. La più saporita, alla fine, risultava l'amatriciana, ma per noi la tradizione vuole che prendiamo un piatto di gramiccia condito con le due specialità della casa: sugo di coda alla vaccinara e sugo bianco di animelle, carciofi e noci. L'ultima volta, dai figli, questo primo romano ci era parso un po' sciapito, qui invece era davvero saporito. Da segnalare solo che le porzioni sono leggermente più piccole: noi avevamo preso questo primo in due, pensando di rinunciare ai secondi, ma ci rimaneva un po' di fame...

Occasione per assaggiare anche un po' di "misto romano": coda alla vaccinara in bianco e in rosso, pajata (buonissima), animelle. I più schifiltosi potrebbero reagire male alla vista di questo tripudio di interiora, ma chi assaggia senza preconcetti non rimarrà deluso.

Vino della casa, dalla qualità discutibile e romanella con i biscottini per finire. Complessivamente preferisco il meglio, ma per quanto mi riguarda questo locale è meno lontano.

Per di più, il conto è ancor più leggero dei figli: 11 euro a testa.