domenica 30 dicembre 2012

Covo dei Saraceni a Polignano a Mare

Gita di Natale fuoriporta in una giornata che sembrava benedetta, per quanto sole c'era e quanto il mare era calmo nonostante fosse inverno pieno. Abbiamo scelto Polignano a Mare, piccola perla arroccata sul mare a pochi chilometri da Bari (dopo Bari, venendo da Foggia). Neanche a dirlo, il posto è spettacolare, anche se, devo dirlo, qualche abusivismo di troppo ne deturpa anche gli angoli più belli. Uno di questi cubi arroccati sulla pietra è l'Hotel il Covo dei Saraceni. Visto dall'altro lato è un po' un pugno di cemento nell'occhio, ma una volta che ci entri dentro e godi della vista dalle sue terrazze... beh, è una posizione incredibile, direttamente sulla falesia.
Così, mentre stormi di gabbiani papariavano tranquilli sul mare, noi ci siamo concessi un pranzetto a base di pesce (of course!) con vista. Vi confesso che avevo le mie remore, pensando che fosse il classico posto raffinato ma poco appetibile. E il menù un po' retrò sembrava confermare questa impressione. Invece è stato un pranzo decisamente piacevole e tutto quello che abbiamo assaggiato rispecchiava il giusto connubio fra prodotti freschi e cucina semplice e tradizionale.
Abbiamo cominciato con un antipasto misto, che comprendeva una carrellata di pesci crudi e cotti (siamo pur sempre nel barese!). Niente conchiglie, cozze e ricci di mare, ma un buon carpaccio di tonno servito con una vinaigrette di olio e arancia e una leggera spolverata di un cacioricotta poco salato. E dei freschissimi gamberi appena sgusciati, ma crudi. Sorpresa delle sorprese, l'arrivo di uno scampo servito in una glacette piena di ghiaccio: era stato bollito e messo al freddo per bloccare la cottura e rendere le carni più compatte. Il buon Modugno, originario di Polignano, avrebbe detto "meraviglioso!". Poi ancora un'insalata di polpo molto morbida, un calamaro bollito non male (anche se l'avrei servito freddo e non caldo) e qualche altra cosa che mi sfugge.
Per primo abbiamo preso il classico dei classici baresi: tiella risopatatecozze. Lo scrivo così, perché come insegnano i baresi non ci può essere spazio nel nome, come non ce n'è nella teglia. Tutto va cotto insieme nel forno. Era davvero buona, specialmente nelle parti che si erano giustamente "incruscate" nella teglia. Poi abbiamo dato una mano a mia madre a finire una piacevolissima calamarata con sugo rosso al pesce spada e olive. Nonché i due tranci di coda di rospo, sempre con olive, ma in bianco, che le sono arrivati successivamente.
Per concludere non abbiamo chiesto altri dolci, perché ci hanno servito spontaneamente dei dolci di Natale. Peccato per quei mostaccioli un po' bruschettati, perché per il resto era tutto buono! Oltretutto da dire che i prezzi erano più che ragionevoli. Neanche una trentina di euro a testa, vino incluso (e abbiamo notato che tutti i vini avevano ricarichi più che onesti), con porzioni abbondantissime e pesce davvero buono. Da ripetere!

sabato 29 dicembre 2012

I piatti più buoni mangiati nel 2012 (pizza inclusa)

Alla fine dell'anno è tempo di bilanci. Diciamo che il 2012 è stato un anno particolare, fra novità, probabilità e imprevisti. Ma soprattutto un anno in cui - lo testimonia la mia raccolta di ricevute fiscali pronte per il commercialista - ho mangiato spesso fuori e assaggiato tanti piatti diversi. Molti sono stati recensiti e raccontati ampiamente su questo blog, ma voglio raccogliere i 10 più buoni, sconvolgenti, ricordevoli e soprattutto che consentirei di assaggiare nel 2013!

Ps. non è una classifica, considerate che sono piatti che metterei sullo stesso piano, come un'ideale, lunga degustazione.

1) Rocher di coda alla vaccinara dello chef Riccardo Di Giacinto (ristorante All'Oro, che però si è appena trasferito al The First Luxury Art Hotel);
2) La cornucopia di amatriciana dell'Oste della Bon'Ora a Grottaferrata (starring il mitico Oste Massimo Pulicati e la moglie Maria Luisa, di cui si ricorda anche la crema pasticcera che porta il suo nome);
3) La cacio e pepe di Pistelli Hostaria, ancora a Grottaferrata (anche se sono gli ex della Scuderia di Genzano), con un pepe del Borneo che dava un sapore incredibile;
4) La pizza di Sforno (qualunque sia) che con il suo impasto "puffoso" è la pizza più buona che conosca;
5) Lo spiedino di carne d'agnello e melanzana alla brace mangiato ad Istanbul nel quartieraccio di Horor Caddesi, nel ristorante Urfali Haci Usta;
6) La focaccia calda con la mortadella portata nientemeno che dalle mani di Pierluigi Roscioli nel suo nuovo quartier generale di Romeo a via Silla (insieme alla meravigliosa Cristina Bowerman, vedi sotto);
7) Il panino con il foie gras di Cristina Bowerman, stesso posto (Romeo) due anime della cucina così vicine e così lontane, accomunate dalla ricerca non del buono, ma del più buono;
8) Il tris di tonno di Leonardo Vescera, bravissimo chef del Capriccio di Vieste, a mio parere l'unico ristorante veramente degno di nota del Gargano marittimo;
9) La torta Peccato di gola di Pietro Moffa, pasticceria di Foggia (meno male che c'è lui!), un'iniezione di burro talmente magnifica che vale la pena di sospendere qualsiasi forma di dieta;
10) Le melanzane ripiene alla viestana, beh, fatte da me... Non è per autoincensarmi, ma semplicemente per dire che per quanto mi piaccia andare al ristorante, certe volte si possono realizzare anche in casa piatti degni di una tavola da re.
Vi copincollo di seguito il link della ricetta, che oltretutto era una ricetta della nonna e come tale va rispettata: CLICCA QUI.

Oasis sapori antichi a Vallesaccarda

La prima cosa che viene in mente in questo ristorante è la parola coraggio. Il coraggio di stare in mezzo alle montagne, dove d'inverno capita anche frequentemente che nevichi e che sia impossibile raggiungere il ristorante. Il coraggio di stare in una montagna sconosciuta, non certo sulle Alpi né in località turistiche, ma praticamente in mezzo al niente al confine fra Puglia e Campania, fra provincia di Foggia e provincia di Avellino (in cui si colloca per la precisione Vallesaccarda). Il coraggio di essere in Irpinia, sì, quella famigerata Irpinia che in Italia è conosciuta solo per il terremoto del 1980. E, diciamoci la verità, il coraggio di essere in un paese non esattamente bellissimo, dove l'attrattiva principale sono le pale eoliche che girano sfarfallando nel mezzo di una campagna rigogliosa. E' proprio questa campagna rigogliosa, forse, il vero motivo della "resistenza" della famiglia Fischetti in questi luoghi: dove potrebbero trovare, in Italia, le meraviglie che la terra dà loro per comporre i loro piatti? E' vero che in Italia si trovano piccole meraviglie gastronomiche ovunque, ma qui siamo nella Campania Felix, e non so se mi spiego!
Detto questo, parliamo del ristorante. Troppo grande per essere un intimo ristorantino di campagna/montagna, troppo piccolo per essere una sala ricevimenti. Diciamo che ha quella dimensione giusta per potersi quantomeno garantire un introito fisso annuale grazie ai festeggiamenti di gruppi numerosi ma non troppo: battesimi, comunioni, cresime, anniversari, compleanni. E nello stesso tempo intimo nella distanza fra un tavolo e l'altro, tanto che la concomitanza con una di questi festeggiamenti difficilmente urta i commensali degli altri tavoli.
Il servizio, poi, è raramente attento e accurato. Dico raramente perché in questa parte di mondo, difficilmente si trovano ristoranti eleganti (peraltro a prezzi più che ragionevoli). Pani fatti in casa, piccoli sfizi di forneria che vengono serviti per ingannare l'attesa (una specie di grissini, ma più che altro delle striscioline di pasta), petit fours e dolcetti secchi di Natale per concludere.
Nel mezzo, un pranzo che per noi è stata un susseguirsi di emozioni gastronomiche, con porzioni che sfioravano il pediatrico, ma ampiamente giustificate dal numero di piatti che si sono susseguiti sul tavolo. Una notazione simpatica sul menù: ogni piatto è corredato di anno di creazione e messa in carta, tanto per far capire quanto siano cavalli di battaglia della cucina.
Si comincia con il loro antipasto della casa, una specie di antipasto all'italiana: qui la scarsa fantasia del piatto era ampiamente compensata dalla ricercatezza dei suoi ingredienti. Un prosciutto locale, un guanciale, una ricottina da ricordare probabilmente come la migliore mangiata nella vita, una fettina di arrosto di maiale in insalatina. Per proseguire una zuppa di castagne, fagioli e fave di cacao, dove queste ultime scrocchiavano gioiosamente fra i denti anticipando l'esplosione del loro sapore dolceamaro. Quindi i ravioli (due di numero, ma grandicelli) di burrata ed erbette, con manteca campana e tartufo nero irpino: il tartufo non era molto sapido, eppure non ne abbiamo sentito affatto la mancanza, grazie alla rotondità dell'abbinamento burrata (dentro) e manteca (fuori) che è una specie di burro salato. Come secondo piatto l'agnello alla vecchia maniera, purè affumicato al legno di faggio e riduzione di Taurasi. In questo caso devo denunciare la scarsezza della porzione, ma per un motivo ben preciso: era troppo buono! Da mangiarne a quintali! I bocconcini di agnello erano compatti al taglio, quanto morbidi e delicati alla masticazione: come si dice dalle mie parti "un burro". L'affumicatura del purè mi ha ricordato un po' la melanzana cotta alla brace turca, dove appunto l'affumicatura sovrasta il sapore dell'ortaggio. Nel caso della melanzana poi viene il retrogusto amaro. Nel caso della patata affumicata, rimane solo la morbidezza e il gusto flambè.
Per concludere i dolci, che come dicevo erano accompagnati dai petit fours e dai dolci di Natale. Questi ultimi molto piacevoli nella loro semplicità arabo-contadina. Siamo in una parte d'Italia, infatti, dove i dolci di Natale sono secchi, a volte fritti, quindi ricoperti di zucchero, di miele e di vincotto. E capita facilmente di rivederli sui banchetti dei mercati del Nordafrica. In questo caso i dolci sono stati portati diversi per ogni commensale, quasi a voler fare assaggiare la maestria della cucina in pasticceria. Abbiamo apprezzato la scelta e gradito più di tutti il wafer con cremoso al mascarpone, vincotto e caffè. Per accompagnarlo ci è stato proposto un muffato cileno, molto ma molto particolare, mentre durante il pasto ci eravamo fatti accompagnare da un Lacrima Christi della cantina Mastroberardino.

giovedì 13 dicembre 2012

Crespelle alle castagne con ricotta, porcini e zucca

Il vero mago delle crepes è Giampiero. E ogni tanto viene incastrato con la richiesta di prepararmele... Il risultato è sempre ottimo, sia di consistenza che di sapore. E adatto a decine di preparazioni. La norma è che, appena pronte, le mangiamo un po' salate un po' dolci, condite al momento e arrotolate. Quando avanzano, però, il giorno dopo, la morte loro è diventare una piccola lasagna, crespelle, appunto. Nella foto, c'è la versione che ho inventato io ieri: crespelle alle castagne (questa volta le avevo fatte fare così), con una crema di ricotta, prosciutto cotto e porcini all'interno e una crema di zucca e cipolla all'esterno. Andiamo con ordine: come si fanno le crepes (o crespelle, che dir si voglia)?

La ricetta di Giampiero, proveniente direttamente dalla Francia, prevede:

1 kg di farina;
1 lt di latte;
4 uova;
mezzo bicchiere di olio d'oliva;
mezzo bicchiere di birra;
un pizzico di sale;
acqua quanto basta.

Ovviamente, questi sono dosaggi da squadra di rugby. Per dire, rispettando il programma di cui sopra, noi in due persone le abbiamo fatto con base 1 uovo (quindi un quarto di tutti gli ingredienti). E come dicevo abbiamo messo la farina di castagne, che dà un profumo molto particolare alle crepes. Mi raccomando, siccome questo tipo di farina assorbe molto di più i liquidi di quella normale, miscelatela con la farina classica con un rapporto 1 a 3, quindi su circa 250 g di farina, potete metterne 80/90 g di castagne. Quanto all'acqua necessaria ad "allentare" il composto, mi raccomando la consistenza. Credo che tutti noi almeno nella vita abbiamo visto da vicino una pastella per crepes: beh, aggiungete acqua pian piano fino a raggiungere quella stessa consistenza! La cottura, poi in questo caso non richiede ulteriori grassi, è sufficiente una bella padella antiaderente adatta.

Come dicevo le abbiamo mangiate in prima istanza dolci e salate, calde appena fatte. Dolci, neanche a dirlo, con Nutella. Salate mescolando i seguenti ingredienti che avevamo a disposizione: ricotta, insalata, provola, prosciutto cotto, melanzane grigliate in olio... 

Il giorno dopo, l'illuminazione: faccio le crespelle. Per realizzarle ho fatto i seguenti passaggi. In un pentolino ho messo a soffriggere con poco olio la cipolla tagliata a fettine sottili, quindi quando cominciava a dorarsi ho aggiunto mezzo bicchiere d'acqua. L'ho fatta andare qualche altro minuto e ho aggiunto la zucca tagliata a listarelle e cubettata e un pizzico di sale e di pepe. Insomma, più la tagliate piccola, più la zucca cuoce in fretta. Coprite la pentola e lasciate andare per un quarto d'ora, 20 minuti. Se la cipolla non piacesse, cuocete solo la zucca con un goccino d'olio e mezzo bicchiere d'acqua.
Contemporaneamente, in un'altra pentola ho messo a scaldare dei porcini surgelati con un po' d'acqua per farli rinvenire. Quando sono ammorbiditi tagliateli a pezzetti e scolateli per bene, visto che andranno con la ricotta. Ovviamente, se avete la fortuna di avere porcini freschi tutto questo non è necessario. Se volete potete passarli prima brevemente in padella, ma anche lasciarli crudi, così si cuoceranno nella ricotta. Attenzione: il porcino è più che altro un aroma e, come tale, va considerato sempre in quantità moderate. Io per esempio, in questa preparazione ne ho usati 5 o 6 interi non molto grandi.
A parte, cominciate a mescolare la ricotta in crema (io ce l'avevo di pecora, e la preferisco, ma anche vaccina va bene), aggiungendo se volete il prosciutto cotto (io ne avevo una fetta residua da consumare, ma è opzionale), la noce moscata, un po' di parmigiano e pecorino. Quest'ultimo, in particolare, aiuta a regolare di sale e quindi non è necessario aggiungere altro sale. Quando saranno cotti, mettete anche i porcini ben strizzati. Se il composto risultasse troppo "duro" aggiungete un goccio di latte. Il ripieno è pronto. A parte, quando la zucca sarà ammorbidita a sufficienza, frullatela con un banalissimo minipimer.
A questo punto si può passare alla preparazione vera e propria. Coprite il fondo della teglia con qualche cucchiaiata di crema di zucca, quindi fate dei cannelloni con le crepes mettendo il composto al centro e arrotolando. Sistemate tutti i cannelloni di crespelle nella teglia abbastanza strette e coprite il tutto con la restante crema di zucca. Una spolverata di parmigiano a chiudere e in forno per una quindicina di minuti a 180 gradi.
E come tutti i timballi ripieni... Il giorno dopo è ancora più buona!!!

mercoledì 12 dicembre 2012

Scones salati a cuore con prosciutto


Scones salati a cuore
Dopo avere assistito un paio di volte alla preparazione degli scones, ho deciso che era una ricetta facile e che potevo replicarla senza alcun problema. E fin qui... 
Quello che non mi convinceva, però, è la funzione sociale dello scone: è obiettivamente insipido, da solo non vale niente! Ma spaccandoli al centro e riempiendoli diventano ottimi sia dolci che salati e la ricetta di seguito potrebbe assolvere ad entrambe le funzioni. 
Nel primo caso, ça va sans dire, la morte sua è la nutella. Alternativa marmellata, che fa un po' più British o meglio Scottish, visto che la ricetta viene dalla Scozia. 
Io, si sa, al dolce preferisco il salato, e quindi direi che basta metter dentro un formaggio morbido e un salume o anche una qualsiasi forma di verdura (zucchina alla scapece? melanzana grigliata? pomodoro secco? e così via) che la situazione si ribalta a favore degli scones, che diventano dei piacevolissimi bocconcini ripieni perfetti per i buffet. Ulteriore vantaggio, si possono preparare leggermente prima e non soffrono eccessivamente del classico difetto della tartina che poi si ammolla!

Ma andiamo alla ricetta. Quella fornita dalle mie amiche appassionate di scones viene direttamente dall'Inghilterra e prevede

·         225gr di FARINA
·         ½ bustina di LIEVITO
·         40gr di BURRO a temperatura ambiente
·         1 cucchiaio e ½ di ZUCCHERO
·         1 pizzico di sale
·         150ml di LATTE

Procedimento:
Per prima cosa riscaldare il forno a 220gradi: è fondamentale che sia a temperatura quando si inforna perché gli scones devono subire lo choc termico.
Nella ciotola mettere la farina e il burro (le mie amiche di solito usano la margarina per problemi di intolleranza al lattosio, vengono bene lo stesso, ma io di norma preferisco il burro), amalgamarli picchiettando. Aggiungere lo zucchero, il sale e il lievito. Quanto a quest'ultimo gli inglesi hanno il baking powder e quindi il problema del tipo di lievito non esiste. Per noi la logica vuole di usare quello per torte salate in caso di preparazione salata e dolce nel caso di ripieno dolce (la differenza è solo che il secondo contiene la vanillina). Infine versare a filo il latte mescolando. 
La consistenza dell'impasto deve essere elastica e omogenea, dal momento che successivamente dovranno essere stesi con il matterello. Nel caso risultasse troppo morbido, aggiungete farina che comunque vi servirà per aiutarvi a stendere. Stendere l’impasto con uno spessore di 2cm e ritagliarli con la formina (un coppapasta di circa 5 cm). Non vi preoccupate per gli scarti, dal momento che si può reimpastare più e più volte senza problemi. Le esperte ricordano "don't twist", ovvero attenti a non ruotare la formina quando si coppano. Infornare per 12-15 minuti.

Conclusione. I più attenti noteranno che i miei piccoli scones nella foto non sono altissimi. Sembrano non cresciuti, ma in realtà erano perfettamente cotti, solo un po' più biscottati perché li ho volutamente stesi più sottili anche per farne venire di più (erano 30). Ho inoltre utilizzato la farina di manitoba, perché avevo finito quella classica. Questo ha probabilmente appesantito l'impasto. Sempre i più attenti noteranno che sono a forma di cuore... Beh, basta usare lo stampino apposito. E aggiungerei che si può usare lo stampino che si preferisce!

Quanto al ripieno, in questo caso si trattava di certosa e prosciutto crudo, messo al centro, dopo aver spaccato a metà gli scones, in modo che sbordasse e si vedesse. Come anticipavo si possono fare un po' come si vuole, a seconda del gusto. 

Vi propongo un po' di opzioni:
- ricotta di pecora e prosciutto arrosto;
- philadelphia e speak;
- burro aromatizzato alle erbe e salmone affumicato;
- robiola e mortadella;
- gorgonzola...

Ps. si ringraziano Marinella, Alessia e Valeria per aver fornito la ricetta degli scones e il know how!

martedì 4 dicembre 2012

Oste della Bon'Ora a Grottaferrata

Mancavo da un po' alla corte dell'Oste della Bon'Ora, al secolo Massimo Pulicati, che però avevo incontrato più volte nelle varie peregrinazioni gastronomiche e nei passaggi per Eataly, dove lui è stato per un mese animatore dell'Osteria Romana. "Il mio amichetto" Farinetti l'aveva voluto, ben sapendo che avrebbe dato una marcia in più a Eataly.
Ma l'Oste a casa sua è un'altra cosa. Con la sua sedia di legno viaggia di tavolo in tavolo, mettendosi a cavalcioni e rianimando anche i tavoli più spenti. Certo, non è il posto ideale per una cenetta romantica  a due, perché l'Oste finisce per essere terzo incomodo.
Passiamo al cibo, un po' suggerito da lui, un po' dalla sua carta appetitosa e piena di simboletti che aiutano il lettore (piatto vegetariano, piatto del cuore ecc. ecc.). Qui ci piace che si possa prendere un menù degustazione che non è altro che una promessa di riuscire ad arrivare vivi dall'antipasto al dolce, ma senza costringere tutto il tavolo a prendere gli stessi piatti, anzi. Se degustazione deve essere tale, deve anche dare la possibilità di assaggiare più piatti. E questo l'oste lo sa bene!
Così abbiamo preso, in 4, tre antipasti diversi, di cui un carcotto, una zuppa di cipolle e una di lenticchie. Il carcotto è la sua famosa carne cotta, di vitello, cotta come se fosse una porchetta: un'idea talmente geniale che quel volpone di Farinetti ha consigliato caldamente all'oste di brevettarla, così da poterla offrire tutti i giorni nei panini di Ino, anche se l'Oste è tornato a Grottaferrata. Le zuppe invece dichiarano il grande amore dell'Oste per la cucina francese e in particolare quella di cipolle è frutto di una viaggio in tutta la Francia, in cui l'Oste è andato alla ricerca della ricetta perfetta. Quella di lenticchie incontrava meno i miei gusti, perché piccantina, ed soddisfaceva anche meno l'occhio visto il colore sul marrone scuro.
Passiamo ai primi, fra cui regnava incontrastata la cornucopia di amatriciana, con un formato di pasta (fatta in casa, of course) molto particolare. Strozzapreti, ma non nel senso di pasta lunga, ma di gnocchetti che facevano strozzare i preti golosi! Poi la cialda di pecorino che riequilibrava la sapidità, per niente eccessiva, anzi molto delicata. Sempre gli strozzapreti anche per la gricia, buona ma meno entusiasmante. Mentre gli gnocchi con il sugo di spuntature erano ottimi sia per consistenza che per sapore.
Quindi i secondi, ordinati con una guanciola che però non ho assaggiato, un fegato di vitello saporitissimo, una selezione di formaggi molto ben studiata (l'Oste ci ha detto che la maggior parte vengono da una comune di hippie oramai invecchiati che vivono nel cuneese) e una quaglia ben cotta, che sembrava sciapita, ma invece si andava ad equilibrare perfettamente nella sapidità con il guanciale croccante con cui era servita.
Per concludere la crema della Maria Luisa, con tante belle palline di vaniglia vera che galleggiano e tanta felicità!!!

Ps. se volete leggere la precedente recensione sull'Oste basta cliccare sul link di seguito:
http://ilpolipoaffamato.blogspot.it/2012/05/loste-della-bonora-grottaferrata.html

lunedì 3 dicembre 2012

Osteria del Giuda Ballerino a Roma

Da tempo mancavamo da questo indirizzo, che è la diretta filiazione del più costoso Giuda Ballerino. All'Osteria si paga meno, ma non si può certo dire che ci si senta in un ristorante di serie B. Innanzitutto, da sottolineare che l'ingresso è il medesimo, poi la scelta: in fondo a sinistra chi ha un budget illimitato, a destra chi invece sta più attento al portafogli. Non senza concedersi una cena di tutto rispetto e prezzi non proprio da osteria. Beh, perché è sul delicato equilibrio che questa definizione impone che si trova la nostra unica perplessità su questo posto. Al mio paese osteria vuol dire ambiente non necessariamente dimesso (si pensi all'Oste della Bon'Ora che ha un localino carinissimo), ma comunque non certo superfashion e presuppone la presenza di un oste, appunto. In questo caso, la figura dell'oste è affidata a maitre di lungo corso, che sostituiscono il patron in sala, e che nella fattispecie sarebbero capaci di venderti una Treccani (e anche la madre!). Però osteria presuppone anche qualche euro in meno, mentre qui parliamo di almeno una quarantina di euro a testa (prezzo della degustazione), ma anche 50 se si va alla carta e si considera il vino. Nel prezzo è compreso un servizio molto attento e presente (ricordo la Treccani in vendita di cui sopra!), ma anche tavoli un po' strettini e una mise en place un po' così, con tovaglietta di carta brandizzata e tovagliolo di carta anonimo (a quel prezzo ci saremmo aspettati di meglio). Non sono compresi invece i vini, naturalmente, che provengono da una carta estremamente di valore. Con prezzi che nel caso dei rossi partono dai 30 euro a bottiglia. Ok, sono tutti vini spettacolari, con minimo 5 anni di invecchiamento nel caso dei rossi, ma santo cielo se siamo in un'osteria qualcosa di più popolare dovrebbe essere previsto.
Detto questo, passiamo finalmente al cibo. Abbiamo scelto la degustazione, che essendo composta da molte portate obbliga l'intero tavolo ad affrontare questa fatica gastronomica. E che fatica... 
Si comincia con una caprese/panzanella di pomodoro e mozzarella di bufala con acciuga al centro: buonissima e simpatica anche nella presentazione, che ricorda una tartare. Ma la tartare arriva dopo, di carne, delicatissima. Seguita infine (fine degli antipasti, of course!) dai supplì, di pesto di rucola, bufala e nocciola, ovvero di ricotta e porcini con liquirizia (il primo era più gradevole del secondo).
Passiamo quindi al primo, che devo dire che per quanto ci riguarda è stata l'unica nota un po' dolente: rigatoni cacio e pepe con tartufo. Tartufo missing, pasta un po' troppo al dente e piatto salatissimo (il che ha comportato incursione notturna nel frigo alla ricerca dell'acqua!). 
Per secondo, invece, la delicatissima frittura di calamari, asciutta e friabile al punto giusto, servita curiosamente con una composta di arancia. E tanto per non farci mancare niente, ci siamo concessi anche un piatto di anatra, che si componeva di una coscia, di mezzo petto e del foie gras: specialmente quest'ultimo era una meraviglia!
Per concludere in bellezza e con un numero di calorie ancor più consistente, un tiramisù destrutturato, di cui ho apprezzato soprattutto il savoiardo spezzettato e messo pressocché a crudo, il che significa che non era moscio e spappolato come è di solito il savoiardo del tiramisù.
Da bere ci siamo concessi una malvasia del Friuli, che aveva una decisa nota aromatica di liquirizia che ci ha decisamente entusiasmati. A un prezzo ragionevole, 22 euro. Conclusione, circa 50 euro a testa e soddisfazione generale, tranne che avremmo desiderato un tavolo più largo e un tovagliolo di stoffa!

lunedì 26 novembre 2012

Torte in corso con Renato su Real Time

Atteso da tutti i super-appassionati di cake design, arriva il nuovo boss delle torte all'italiana. Non un programma come quello famosissimo di Buddy Valastro, ambientato all'interno della sua bakery nel New Jersey, bensì un vero e proprio programma didattico in studio.
Si tenta una dinamica a due con un nipote del cake designer, Renato Ardovino, che in studio fa la parte dell'allievo un po' tontolone. Il ritmo è lentissimo, gli errori di regia non si contano (si possono mettere ingredienti bianchi come zucchero e farina su sfondo bianco?), la capacità di spiegare le tecniche di Renato sufficiente, ma non entusiasmante.
A dir poco drammatico il piccolo intermezzo intitolato "Provaci ancora Angelo", cioè il suddetto nipote che viene messo alla prova sulle basi della pasticceria. Ad esempio, oggi il compito era di montare a neve ben ferma, a mano, le chiare d'uovo in 3 minuti. Impresa fallita miseramente, per il povero Angelo, che si è rotto un braccio a forza di frustate alle uova. Ma massimo rispetto per lui, inutilmente torturato, mentre il buon Renato fa vedere come fare un bellissimo Pan di Spagna nella planetaria. La domanda è: se esiste la tecnologia, perché non utilizzarla?
Al contrario, però, sono molto critica nei confronti dell'uso di un milione e mezzo di strumenti per il cake design. Lo capisco che ad alti livelli un designer ha a sua disposizione una cucina piena di attrezzi (e se ne fa pagari i frutti di conseguenza), ma la povera casalinga che vuol fare la torta a forma di topolino per il figlio non può spendere centinaia di euro in strumenti per il decoro e il modellaggio, basi, cioccolato plastico, ghiaccia, gel e così via. In una sola puntata ho visto Renato usare 3 tipi differenti di mattarelli, 2 attrezzini per il modellaggio che finivano con una punta a forma di pallina, però uno differiva dall'altro perché la pallina era leggermente inclinata, per non parlare di coppapasta, stampini in silicone e timbrini. Vabbè, quelli hanno anche un perché, visto che fare a mano un piccolo fiore è durissima, ma qualche idea per il risparmio???
Caro Renato, non dimenticare che le tue spettatrici (inutile prenderci in giro, al 90% siamo donne!) sono anche donne che arrivano a stento a fine mese e, anche se il cake design è un grande business, questo non lo devi dimenticare. 

venerdì 23 novembre 2012

Made Bakery, cupcake a via dei Coronari a Roma

Qualche giorno fa giravo per le vie del centro e mi sono imbattuta in questo localino piccolo piccolo. Ad attirarci, i colorati cupcakes che occhieggiavano fin dalla vetrina. Appena dentro, un odore misto burro/vaniglia ci assale e non possiamo far altro che concederci un piccolo assaggio. La coscienza ci ha portate verso i mini-cupcake (red velvet e crema al formaggio) e una porzioncina di cheese-cake. Sul bancone, però, molte altre offerte, dal cupcake al tiramisù a quello supercioccolatoso.
Insomma, parliamo di quel che abbiamo assaggiato. La minicupcake aveva il difetto di tutta la pasticceria americana: era burrosa, ma secca, benché compensata dalla crema formaggiosa. Certo, mi si dirà, come fai a confrontare un muffin o un cupcake con una diplomatica per esempio? La seconda è bagnata di liquore e ovviamente è più morbida e umida. Quanto alla cheesecake, servita su un pirottino da muffin, devo sottolineare che il fondo di biscotti (rigorosamente Digestive, si sentiva chiaramente!) era troppo freddo e difficilmente si rompeva con la forchettina di plastica. Ovviamente una problematica  naturalmente legata alla conservazione: per farlo mantenere si deve tener ben freddo. Quanto alla crema al formaggio non era male, ma ne ho assaggiate di più buone.
Conclusione, uscendo dalla Bakery romano-americana, rivolgendomi all'amica filo-anglosassone cui piacciono questi dolci burrosi tutta estetica... "Ma vuoi mettere un'aragosta? Un cannolo? Un babà?".
Questione di italianità!!!

venerdì 16 novembre 2012

Bi Won ristorante coreano a Roma

E' molto tempo che l'austero ingresso di questo ristorante coreano, uno dei più conosciuti e apprezzati a Roma, ci attirava. E finalmente abbiamo avuto il coraggio di varcare la porta, per assaggiare cosa offre la cucina coreana. La prima sala a cui si accede ricorda un ristorante cinese un po' dimesso (vi ricordate Hang Zhou ante litteram?) e soprattutto dà un senso di desolazione perché vuota, a parte i proprietari che guardano la tv satellitare. Il primo pensiero è stato "siamo solo noi?". Poi in fondo abbiamo sentito il vociare e visto le prime facce di avventori: il vero e proprio ristorante, con la sua sala affatto dimessa, ma al contrario molto accogliente, è in fondo a tutto, superata la cucina (che si vede ed è ordinatissima e pulitissima) e la porta dei bagni (con scritte esclusivamente in coreano). Intorno a noi, un 90% di avventori coreani, molti dei quali parlavano anche italiano. In pratica, ci siamo accorti di due cose: questo ristorante è frequentato dalla comunità coreana di Roma, ma anche da turisti coreani di passaggio, che magari dormono nell'hotel coreano di fronte. Italiani, pochi! E questo naturalmente non è affatto un male!
Un'altra cosa che ci ha colpiti subito è stato il tavolo con griglia centrale. Era chiusa, ma ne avevo viste di simili in Giappone. Ovviamente abbiamo cercato sul menù, molto chiaro, cosa ci si potesse grigliare su, anche se in questo senso abbiamo sbagliato, perché abbiamo preso un tipo di carne che si cuoceva su un fornelletto a parte che veniva solo appoggiato sullo spazio della piastra.
Certo, da un punto di vista generale devo dire che, da profana, la cucina coreana non mi ha colpita favorevolmente. Il problema numero uno è la mia idiosincrasia per il peperoncino, che mi faceva escludere il 90% della lista. Secondo problema, non emerso in carta, ma solo successivamente all'arrivo dei piatti, è l'uso massiccio di aglio. Lo mangio, sia chiaro, ma poi rimane quel retrogusto che non mi piace per nulla.
Ma andiamo con ordine. Per prima cosa è arrivato questo fornelletto di cui parlavo, su cui era adagiata un'apposita padella rotonda, con una specie di canale di scolo ai bordi. Su questa, gli straccetti di manzo alla salsa di soia (e tanto aglio), che avevamo ordinato. Ci hanno spiegato di stare attenti alla cottura e girarli, mentre intanto arrivavano 5-6 piattini di condimenti, tutti speziati, fra cui germogli di soia, tofu, verdure, oltre al riso, di quello colloso. Fra questi anche delle foglie di lattuga crude. Avevo sospettato che fosse per arrangiarsi una specie di involtino, ma ci ho provato e i risultati sono stati deludenti: mi si è aperto al primo morso. In generale, però, devo dire che avrei apprezzato qualche spiegazione in più, o almeno il tentativo di darcele. Invece, la tradizionale non-invadenza orientale ha comportato che chi ci ha servito a stento ci abbia rivolto la parola.
Poi è arrivato uno zuppone che aveva tutta l'aria di un vulcano in attività. Una volta calmatosi il bollore e depositatosi il magma, è risultato ugualmente atomico, quindi non adatto a me.
Ancora, avevamo ordinato le pizzette fritte. In questo caso neanche un accenno di peperoncino, ma comunque una frittura molto lontana dalle nostre abitudini: pastella di solo uovo, frittura leggermente oleosa, declinata su rondelle di zucchine, gamberetti, filetto di pesce, delle polpettine e un altro tipo di verdura di cui non so il nome, ma che ho visto di frequente al mercato di piazza Vittorio.
Abbiamo concluso con questo. Poi ci hanno anche sparecchiato, ma nessuno ci ha chiesto se volevamo un dolce, grappa ecc. ecc. Così ci siamo alzati e siamo andati a pagare.
In conclusione. Abbiamo fatto questa esperienza e per la verità io non ho apprezzato molto, ma sono certa che dipende esclusivamente dai miei gusti. Per quanto riguarda la qualità, sono tutti ingredienti freschissimi, il che giustifica anche i prezzi non proprio popolari.
E il locale come dicevo è pulitissimo. Bisogna solo essere disposti a mangiare molto peperoncino e molto aglio... E non è il mio caso!

mercoledì 14 novembre 2012

Spirito Divino a Roma

Approfittiamo della Restaurant Week per riprovare, dopo un po' di anni di assenza, un ristorante che ci è sempre piaciuto come ambiente. A onor del vero mancavamo proprio per i prezzi, un po' altini e fuori budget per noi, ma appunto la restaurant week ci offriva un menù a prezzo scontato e non potevamo non approfittarne.
Fra l'altro ci era piaciuto molto che, rispetto ad altri ristoranti che aderivano all'iniziativa, questo offrisse una scelta multipla sul menù (una specie di minimenù da cui scegliere) e non una degustazione costruita ad hoc.
Rispetto alle nostre passate esperienze, abbiamo trovato poche novità. Pareti dipinte di giallo uovo (forse un po' troppo giallo!), il patron papà che non era in sala perché si stava riposando dopo un sabato massacrante, ma in compenso c'era il figlio, forse ancor più ciarliero del padre. La mitica cantina ricavata nei resti dell'antico porto era sempre lì, con la sua umidità perfetta per la conservazione dei vini, un po' meno per le etichette, motivo per cui tutte le bottiglie vengono impellicolate. A proposito di vino, segnaliamo una netiquette che abbiamo notato: il vino viene servito già stappato. Nessun retropensiero, solo che i più attenti avranno da ridire che ci tengono a vedere il tappo!
Andiamo quindi al cibo. Per cominciare il mitico patè di fegatini. Era uno dei piatti che ricordavo con maggiore affetto e non mi sbagliavo. Un patè delicatissimo, con gelatina di arance in superficie, e servito con crostini di pane caldo. Davvero ottimo!
Sui primi qualche leggera perplessità. Non sui sapori, buoni, quanto sulla fantasia degli accostamenti (anche se ricordo che stiamo parlando di un menù a prezzo scontato). Uno era la tagliatella con la caciotta al tartufo: molto ma molto rischioso. A lungo andare, per stessa ammissione del gestore, tende a incollarsi. Inoltre, essendo stato utilizzato un formaggio non troppo sapido, non è molto saporito. In compenso il tartufo si sentiva e il risultato nel complesso non deludeva. L'altro primo assaggiato erano le farfalle alla zucca e gorgonzola. Ci aspettavamo qualche novità in più, ma la regola del lasciare gli ingredienti in purezza che qui regna sovrana non dava molto spazio all'immaginazione. In pratica era una crema di zucca frullata con gorgonzola, esattamente come quella che faccio io... Non sapevo di aver creato un piatto da chef!!!
Quindi lo stufato di maiale alla Gaio Mazio. La consistenza della carne era eccezionalmente morbida e ci piace molto l'idea di recuperare un'antica ricetta di epoca romana, tuttavia gli accostamenti di spezie non ci hanno convinto del tutto. C'è da dire che i romani riempivano le carni di spezie per ovvi motivi: coprire eventuali retrogusti di carne andata a male (quando il frigorifero non esisteva!), ma noi oggi abbiamo perso la confidenza con questi sapori.
Per concludere, un paio di dolci molto gustosi. Sempre per la serie "lasciare gli ingredienti in purezza" un sorbetto di uva fragola che non era altro che uva centrifugata e ghiacciata. Ma se l'ingrediente di base è fresco il risultato non delude. Più elaborata invece la torta al cioccolato e mandorle, servita con una crema di cioccolato e una di caramello che ci sembravano davvero fatte in casa e questo dà tanti punti in più!!!
Conclusione? E' stata un cena molto gradevole, accompagnata anche da abbondanti chiacchiere con il proprietario e con le vicine di tavola. Unico dubbio è: torneremo in questo ristorante a prezzo pieno?
Ai posteri l'ardua sentenza, però c'è da dire che nel panorama Trasteverino è sicuramente uno degli indirizzi più affidabili.

lunedì 5 novembre 2012

Sora Maria e Arcangelo a Olevano Romano

Da quando la guida Osterie d'Italia è entrata nella mia libreria, la mia nuova missione è assaggiare tutti i chiocciolati (almeno quelli del Lazio!). E così, eccoci a Olevano Romano, per assaggiare uno dei più titolati: Sora Maria e Arcangelo. E devo dire che l'aspettativa non è stata affatto delusa. Il locale è rustico, ma molto curato, con piatti di ceramica artistica alle pareti molto belli. Il nostro tavolo, per tre persone, era molto spazioso, ma altrettanto si può dire anche degli altri, comodi e a una giusta distanza l'uno dall'altro. Unica pecca della sala, che abbiamo avuto modo di riscontrare solo a fine cena, quando il locale si era riempito, è l'effetto eco delle volte, che moltiplica il vociare, specialmente quello dei gruppi numerosi. Come dicevo, per noi non è stato un gran problema, dal momento che siamo andati presto. Oltretutto ci sono diverse salette più riparate per chi desidera un'atmosfera più intima.
Ma passiamo al cibo. Ci sono arrivati due menu: uno è quello classico, in cui si trova una degustazione Slow Food a 35 euro, l'altro era invece la degustazione del giorno (comunque interamente mutuata dal menu) a 27 euro. Prendendo piatti a propria scelta, invece, si va oltre le 40 euro, tanto che abbiamo apprezzato moltissimo la scelta di offrire una degustazione completa con circa 15 euro di sconto, anche se vincolata al fatto che la prendesse tutto il tavolo. Un altro menu, poi, per la carta dei vini, molto ricca e ben suddivisa.
Se non si fosse capito, abbiamo preso la degustazione classica e abbiamo assaggiato per prima cosa il trittico di polpette, tutte fritte e saporitissime. In ordine di sapidità e quindi di assaggio, la polpetta di baccalà con salsa tsatsiki, quella di bollito con una salsa verde magnifica e la polpetta di broccolo con crema di pecorino saporitissima. Sui primi il tavolo si è diviso, fra chi ha preferito i cannelloni (molto buoni e soprattutto apprezzabili per l'assenza di besciamella, solo mozzarella) e chi ha scelto le fettuccine con il ragù bianco di lepre e cinghiale. La fettuccina era da urlo, con un delicatissimo equilibrio fra carni molto sapide e gli aromi che legavano benissimo come l'arancia. Ancora i secondi, per tutti il galletto croccante. Noi l'abbiamo chiesto con una riduzione di olio e limone, mentre l'originale era con una salsa agrodolce. Entrambi serviti con puntarelle per niente amare. Unica pecca, uno dei galletti era leggermente troppo cotto, ai limiti del bruciatino.
Per concludere, i dolci, con una panna cotta accompagnata da una salsa al caki davvero ottima.
Beh, devo dire che tutta la cena è stata davvero interessante e che aver fatto 50 km per andare a mangiare fuori in fondo non ci è dispiaciuto affatto...

lunedì 29 ottobre 2012

Rome Restaurant Week: grande logo, grande iniziativa

La Rome Restaurant Week è alle porte e il Polipo non può non apprezzare l'iniziativa. Anche perché basta dare un'occhiata al logo per capire che corrispondenza di amorosi sensi ci sia...
Appena passate le abbuffate di dolci dei Morti e della deriva filoamericana di Halloween, si va tutti al ristorante ad assaggiare i menu messi a disposizione dai migliori della capitale. E si può perfino vincere una cena da Heinz Beck!!!
Beh, il costo è più che ragionevole, tanto che i posti nei ristoranti come Pipero al Rex o Imago (all'Hassler da Francesco Apreda) sono andati a ruba!!!
Ma ce ne sono ancora alcuni da poter prenotare.
Il Polipo, dal canto suo, ha apprezzato l'offerta di Spirito Divino, che consente la scelta libera sul menu. E prenotato.
Ne riparleremo con la prossima recensione, ma io di questo locale ho un buon ricordo.
Dalle recenti memorie, vi consiglio qualcuno dei ristoranti in elenco, fra quelli ancora disponibili: non ci sono ancora stata, ma Cacciani è sulla mia lista dei desideri e presto ci andrò. Stessa storia per Roy Caceres, che mi sta ancora aspettando a cena (verrò presto!): ancora qualche posticino c'è. Idem per L'Arcangelo, che è un altro fra i grandi della gastronomia romana e c'è ancora posto. Da Gaetano Costa si può approfittare del prezzo per assaggiare cucina gourmet (ma attenzione ai ricarichi sulle bevande!), più sulla sostanza invece posti come Roberto e Loretta, ristorante di quartiere di tutto rispetto, o L'Oste della Bon'Ora che come sapete adoro. In quest'ultimo caso, però, devo ammettere che quasi quasi non conviene, se non altro perché il mitico Oste è specializzato nei menù degustazione a prezzi convenienti!

Pistelli Hostaria Moderna a Grottaferrata

Normalmente diffido delle "Hostaria". Mi piacciono più le osterie di una volta. Tuttavia, in questo caso stiamo parlando di una vecchia conoscenza, la Scuderia di Genzano si è recentemente spostata a Grottaferrata, migliorando perfino, se è possibile una qualità già di tutto rispetto. Una scelta di campo che stanno facendo in molti. Grottaferrata è infatti fra i paesi dei Castelli più vicini alla Capitale e a quanto stiamo assistendo è diventata una vera e propria enclave di Slow Food (4 chiocciolati in un paese di poco più di ventimila abitanti è un dato interessante!).
Comunque, parliamo dell'esperienza che abbiamo vissuto in questo ristorante, dove siamo capitati in una tranquilla domenica di ottobre e non abbiamo potuto far altro che levarci il cappello di fronte a cotanta bravura.
L'accoglienza: in sala c'è la figlia dei capostipiti, che invece animano la cucina. Molto competente e intelligente, ci ha spiegato per bene tutti i piatti, gli ingredienti e soprattutto i presidi Slow Food utilizzati (non pochi!). L'intelligenza stava soprattutto nell'aver capito che la nostra intenzione era di assaggiare un po' tutto e siamo stati subito accontentati. Questa scelta comportava però il non vedere il menù e, quindi, di accontentarci della spiegazione verbale senza sapere i prezzi (con leggero mancamento all'arrivo del conto, tuttavia in linea con gli altri chiocciolati della zona).
Ma andiamo a quello che abbiamo mangiato. Per prima cosa, prima ancora di ordinare, siamo stati accolti da un assaggino di carbonara (due mezze porzioni in 5, comunque più di una forchettata). Leggermente troppo al dente la pasta, ma quello per me non è un problema. Magnifico invece il condimento: l'uovo era pressocché crudo, ma poteva esserlo senza tema, perché era un uovo che aveva visto davvero la gallina. Il guanciale era croccante senza essere una sfoglia, ma piuttosto un tocchetto cicciotto. Poi si notavano spezie varie che galleggiavano nell'olio: oltre al pepe, qualche ago di rosmarino e semino di peperoncino. Una leggerissima presenza aromatica, però, che non intaccava il gusto (probabilmente faceva semplicemente parte della marinatura del guanciale).
Detto ciò, siamo passati alla carrellata di antipasti. Si cominciava con una quenelle di patate e cavolo nero, molto buona ma anche atomica, a causa della presenza di peperoncino. Consigliabile un'aggiunta dell'ottimo olio appena spremuto (verdissimo e fruttatissimo!) che ci hanno portato e che stava benissimo anche a crudo sull'ottimo pane. Ancora broccoli romaneschi insieme alla salsiccia; polpette al sugo; melanzane con pomodorini piuttosto fritte; peperoni arrostiti; fagioli con le cotiche (io non amo i fagioli, ma questi erano da bis!); crostini con patè toscano... e forse mi sono dimenticata qualcosa, ma comunque avrete capito il senso: tutti ottimi antipasti realizzati interamente da loro.
Poi siamo passati ai 3 assaggi di primi. Uno era una cocottina di zuppetta ai porcini: vi dico solo che approfittando dell'inappetenza di un commensale me ne sono sparata due! Crostino di pane sul fondo, pezzi di porcino ben visibili e consistenti, brodino saporito e cubettini di stracchino locale a completare il piatto. Ancora fra i primi, l'ottimo raviolo aperto (pasta fatta in casa, of course) con crema di zucchine romanesche e besciamellina aromatizzata: uno a testa, ma era bello consistente e perfino un po' pesantuccio, ma buonissimo! Infine, last but not least, la cacio e pepe! Pasta trafilata al bronzo del salernitano, scelta proprio perché rilascia un sacco di amido e aiuta a creare il puccino, un pecorino neanche troppo salato (o forse lo era, ma compensava con il fatto che la pasta non fosse stata salata in cottura) e un pepe abbondantissimo e macinato grossolanamente ma spettacolare. Ci ha detto che è un presidio Slow Food del Borneo, non troppo piccante ma aromaticissimo. Difficile raccontarlo, fatto sta che dava un tocco in più, rispetto ad analoghi piatti assaggiati anche in ristoranti romani di tutto rispetto.
Finalmente siamo ai secondi (ma qui mezzo tavolo aveva già capitolato). Un agnello presalè bretone che era un burro, panato con una pappetta di pistacchio di Bronte e fritto. Magnifico.
Per concludere, ancora assaggi, questa volta di dolci. Le crostate (visciole e lamponi, però più buona la prima perché meglio contrastata fra dolce della pasta e amarognolo della marmellata), la zuppa inglese molto alcolica e con una copertura di meringa morbida altissima; i semifreddi, alla nocciola e al pistacchio, che sapevano davvero della frutta secca con cui erano stati realizzati.
In conclusione, dopo una mangiata del genere (+ una bottiglia di Tellus) ce ne siamo usciti con 46 euro a persona. Abituati a pagare meno, sulle prime ci siamo un po' impanicati (anche perché avevo fatto male i conti e pensavo 56 a persona), ma in realtà in conclusione non possiamo non dire che il prezzo era onesto. Abbiamo mangiato tanto e bene, con prodotti di qualità e con una varietà invidiabile.
Da rifare!

Ps. appena usciti dal ristorante (o prima di andarci se ci mangiate a cena) non vi fate mancare una visita alla dirimpettaia Abbazia di San Nilo. E' una pregevolezza di origine bizantina davvero meravigliosa!

lunedì 22 ottobre 2012

Cantina Già Schiavi o Bottegon a Venezia

Dopo aver girato avanti e indietro per tutta San Trovaso, abbiamo finalmente trovato questo simpaticissimo bacaro veneziano, che più tradizionale non si può. Un'enoteca di alto livello, dove non pochi avventori si sfiziavano alla ricerca di etichette di livello. Mentre dal bancone strizzavano l'occhio i gradevolissimi cicheti della signora Alessandra. Un nome una garanzia: la signora sa il fatto suo e ha vinto vari premi per la creazione di snack di ottima qualità e grande inventiva. Ogni crostino 1 euro, ogni bicchiere di vino 2. Insomma un aperitivo alla fine costa più o meno quanto a Roma, l'unica differenza è che li scegli dal banco i tuoi cichetini preferiti. C'è anche una piccola selezione di formaggi e salumi, ma ciò che ispira più di tutto sono i crostini. Proviamo a elencare quelli assaggiati (tanti, anche perché costituiva per noi pranzo e cena!).
- Tonno e porro: molto buono ma fra i più banali, dal momento che si tratta di una crema di maionese e tonno, con qualche rondellina di porro a guarnire;
- Aringa e porro: semplicissimo ma davvero buono, se piace il genere, tanto che abbiamo fatto il bis;
- Baccala mantecato: c'è in versione con o senza aglio e a onor del vero nel secondo caso si perde quel quid in più e il crostino risulta un po' sciapo;
- Uova di riccio e insalatina: basta un ingrediente di grande livello per fare un grande crostino;
- Gamberi in saor: gamberi e cipolle in pratica, con una spruzzatina di tabasco, è uno dei cicheti più tradizionali;
- Porchetta e funghetti: due ingredienti, se buoni, fanno una semplice delizia;
- Gorgonzola al mascarpone e gheriglio di noce: idem;
- Seppia al nero e salsine: questo era uno dei più interessanti sul banco, la seppia era tagliata a sfoglietta come se fosse un carpaccio (avete presente quello di polpo? Questo era di seppia ed era nero, per via del nero di seppia appunto) e condita con una spruzzatina di due salsine a contrasto, una marroncina che abbiamo scoperto essere una miscela di senape e marmellata d'arancia, l'altra rossa che credo fosse tabasco;
- Mortadella e salsine di carciofi e tartufo: ottimo l'abbinamento delle due salse con la "mortazza";
- Uova sode in salsa con fiori (secchi): tanti fiorellini colorati a decorare questo crostino che però non era troppo saporito, almeno rispetto agli altri.
Beh, vi sembrano abbastanza? Ce n'erano almeno altri 4-5 tipi sul banco, ma non li abbiamo assaggiati proprio tutti tutti!!!
Comunque il posto è davvero carino. Unica pecca il fatto che non abbia toilette (ma abbiamo velocemente ovviato attraversando il ponte e intrufolandoci nell'Università Ca' Foscari). Mancano anche i posti a sedere, ma anche a questo si trova facilmente una soluzione. Basta farsi dare piatti e bicchieri di plastica e se il tempo lo consente si va fuori e ci si siede sui gradini del ponte o sul corrimano di pietra che contorna il canale... Ma attenti a non bere troppo: potreste cadere in acqua!!!

Osteria Ca' D'Oro detta Alla Vedova: cicheti a Venezia

Essere in una delle città più turistiche del mondo e cercare un posto da mangiare che non sia affatto turistico. Una vera impresa, resa meno impossibile grazie alle guide (in questo caso Osterie d'Italia) che ci portano nel vicolo giusto, quel tanto infossato che basta per scoprire un posticino davvero carino.
All'ingresso il bancone con i cicheti in bella vista. Ma noi avevamo prenotato, quindi li abbiamo sì chiesti, ma comodamente al tavolo. Ci hanno quindi portato un piatto di vari pescetti assortiti, fra cui un polpo a insalata che, giuro, era il più morbido mai mangiato nella mia vita. Oltre alle buonissime polpette di carne fritte, che avevamo chiesto dopo averne letto benissimo su Tripadvisor. E devo dire che la fama era meritatissima. Si trattava di polpette di carne e pane fritte, il cui interno risultava morbidissimo, mentre l'esterno era croccante e asciutto.
Quindi i primi: bavette al nero di seppia e bigoli (che erano in verità spaghetti) in salsa, che significava con cipolla e acciughe. Mangiando questo secondo piatto pensavo che probabilmente faccio parte di quel 10% di persone in Italia che non si spaventa di mangiare cipolla e acciughe in quantità... e per di più abbinati! In compenso, il piatto era buonissimo, anche più della pasta con il nero di seppia, che pure vantava una freschezza degli ingredienti invidiabile.
Per secondo abbiamo assaggiato i moscardini in umido e i gamberettini piccoli piccoli della laguna. Entrambi serviti con una polenta morbida morbida e molto chiara. I polpetti erano più sapidi, eppure ben bilanciati dalla presenza della polenta. I gamberetti invece erano piccolissimi e avevano meno carattere, tanto da perdersi nella polenta, e soprattutto continuiamo a non spiegarci come si puliscano!!!
Il dolce l'abbiamo saltato perché eravamo pienissimi. Aggiungiamo che abbiamo preso il vino della casa ed era anche gradevole. Il tutto per meno di 70 euro in due. In centro A VENEZIA!!!

venerdì 19 ottobre 2012

Pizza ai Lazzaroni: napoletana doc

Dopo duemila inviti del patron Massimiliano, sono finalmente riuscita a tornare in questa eccezionale pizzeria di quartiere. Fra l'altro un quartiere non tanto lontano dal mio. E questo già mi piace.
Qui, in questo quarto di Roma a due passi dai fasti perduti di Cinecittà, si è stabilita una costola della Gatta Mangiona. Si chiama i Lazzaroni e i motivi sono 2, come spiega la lavagna, è davanti a Villa Lazzaroni, ma anche per la tradizione partenopea, che vuole che i primi mangiatori di pizza fossero proprio i lazzaroni napoletani.
Gli assidui (pochi) lettori del Polipo noteranno che ho già mangiato in questa pizzeria e già ne ho lodato la pizza. Napoletana, appunto, come piace a me, che non riuscirò mai ad adattarmi a quella romana. Lievitata dalle 48 alle 72 ore. Cucinata per 1 minuto, come dice sempre la lavagna. Non un secondo di più, né uno di meno. Il segreto è in quel tempismo, ma anche nell'impasto, nella miscela di farina, nell'acqua. Beh, insomma, la pizza è come il caffè: anche il migliore dei baristi non può farne uno uguale all'altro, perché le variabili in quella tazzina come in questo piatto di pizza sono infinite. Però ogni pizzaiolo può scegliere il suo standard di qualità, il numero delle ore di lievitazione, gli ingredienti che usa, la consistenza che deve avere la sua pasta.
Piaccia o non piaccia. In questo caso: piaccia!
L'impasto è a regola d'arte, la cottura pure. I condimenti sono vari e a questi si aggiungono le proposte fuori menù. Ed è proprio da lì che ho pescato la mia ottima pizza dei Castelli, bianca, con bufala, pachino e prosciutto cotto alla brace messo a crudo a coprire completamente la pizza.
Sul tavolo anche margherita, classica, con bufala o con fiordilatte a fette. E l'altra pizza del giorno, Abruzzo, con caciocavallo, funghi e guanciale. Molto buona anche questa, ma una sfida a mangiarla tutta, per quanto era di "spessore" e sapida (ovvio, con il caciocavallo...).
Prima di concederci la pizza, però, un passaggio di fritti. Il buon Bonci aveva suggerito un supplì di bucatini al sugo, davvero ben riuscito, sia di consistenza della doratura che di sapore. Poi abbiamo preso le zeppole: palline di pasta di pizza, condite con origano e minuscoli pezzettini di pomodoro, e fritte. Sono arrivate appena uscite dalla friggitrice. Causa mia ingordigia, la prima che ho mangiato era troppo calda e risultava anche troppo umida, tanto da sembrare unta. Al secondo assaggio, qualche minuto dopo, quel piccolo riposo aveva riequilibrato tutta l'umidità e la zeppolina era proprio "nu babà", come direbbero a Napoli. E anche la sensazione di unto era sparita, nonostante la carta assorbente non fosse per niente zuppa d'olio.
So che Massimiliano, che è un bravo gestore e prende le critiche con intelligenza, non si arrabbierà se gli dico che rivedrei l'offerta dei dolci. Non ho assaggiato il tiramisù, che secondo me è il pezzo migliore. Le altre creme e mousse non mi hanno fatto impazzire. I sorbetti/gelati saranno probabilmente buoni, ma è arrivato il fresco, quindi li renderei più marginali rispetto all'offerta fatta in casa.

venerdì 12 ottobre 2012

Aperitivo da Pompi: basso costo...

Un veloce giro di telefonate e si indice una riunione plenaria di amici. Passare una serata insieme durante la settimana non è la norma. Per questo, e ricordando che qualcuno il giorno dopo si dovrà alzare per andare al lavoro, ci siamo dati appuntamento per l'aperitivo. E qual è l'aperitivo di quartiere? Senza arrivare al Pigneto o a San Lorenzo, il convento passa Pompi e decidiamo per quello.
Un po' di tran tran per recuperare un tavolo fuori (la regola è: lanciati sopra al tavolo e sarà tuo!), ci facciamo portare dei cocktail di qualità medio-bassa e successivamente veniamo invitati a servirci dal buffet. L'aperitivo è libero e a basso prezzo (8 euro è uno dei prezzi più bassi di Roma), tuttavia si paga quel che si mangia. Cioè una serie di paste che dovrebbero essere calde, ma sono fredde, trancetti di pizza, spicchietti di piadina, uova sode, qualche fritto ogni tanto, qualche insalata tipo di farro o di cous cous... Vabbè, non posso lamentarmi perché come al solito ho mangiato. Però la sensazione è di sciatteria. Con gli stessi ingredienti, senza spendere di più, si potrebbe offrire un buffet molto più dignitoso. Faccio un esempio: il cous cous era freddo con i ceci, ci vuole così tanto a mettere un po' di erbette per insaporirlo? La pasta, per lo più al pomodoro, servita fredda non ha senso: fate piuttosto delle insalate di pasta, bianche o con pomodorini. Saranno sicuramente più apprezzabili!
A parte questo, un cenno al tiramisù, che ha fatto la fortuna imperitura di Pompi. Non so se è cambiato il contenuto, ma sicuramente sono cambiati i contenitori. Nuovo packaging per i tiramisù, non più serviti appena tagliati nelle vaschettine di plastica, ma direttamente in confezioni chiuse di cartone, con fondo di plastica (I suppose) e colori diversi per ogni tipo di tiramisù (adesso c'è anche quello alla nocciola). Anche le confezioni più grandi sono state cambiate: sembrano quelle delle lasagne pronte da cuocere!
Da un lato si apprezza questo cambiamento, perché c'è un evidente guadagno in pulizia e in estetica. Dall'altro, però, la sensazione è sempre più di prodotto confezionato. Come dicevo, come le lasagne surgelate...
Altra novità sbandierata da Pompi è il brunch all'americana. Le foto parlano di pancake, uova, bacon ecc. ecc. Speriamo che l'offerta sia più attenta ed espressa di quella dell'aperitivo.

martedì 9 ottobre 2012

Il nuovo Kebab Alì Babà ad Arco di Travertino

Camminando camminando sulla Tuscolana, si ritrovarono in una selva oscura, fatta di slot machines, supermercati, palazzoni dell'Ancitel e tanto odore di kebab. In pochi metri i locali che fanno questa prelibatezza sono ben 4! Di cui due di Alì Babà. Uno è quello di cui tanto spesso vi ho parlato, che fa un kebab che forse non sarà superiore ad altri per la carne, ma sicuramente lo è per la varietà dei condimenti. E' l'unico dove puoi trovare patate al forno, melanzane grigliate, friggitelli ecc. ecc. tutte verdure cotte in casa. Finora, però, riscontravamo un difetto: lo shish kebab non si trovava mai fresco, ma sempre già cotto da scaldare. Questo è un dettaglio che non ci è mai piaciuto: si sa che la carne riscaldata sa di suola!
Ma ecco che arriva la risposta alle nostre preghiere: un altro Alì Babà ha aperto i battenti, per soddisfare le nostre richieste con una bella griglia a carbone! Il locale, va detto, è spettacolare: intarsi, madreperla e giochi di luce da tutte le parti: alquanto kitch, ma sicuramente "peculiar", come direbbero gli inglesi. Per di più, abbiamo letto sui volantini, qui si possono fare anche feste, con tanto di narghilè e di danzatrici del ventre (sempre per rimanere sul raffinato!).
Comunque torniamo al cibo, che è dichiaratamente turco-siriano. Come dicevo, ci siamo fatti attirare da questi simpatici spiedoni che campeggiavano, ancora crudi, su un bancone frigo: manzo, agnello, pollo (petto o coscia) le scelte. Purtroppo solo dopo che avevamo ordinato sono arrivati dalla cucina gli sciaboloni con la carne macinata e sicuramente molto speziata.
Noi abbiamo assaggiato l'agnello e il petto di pollo. Tutto sommato era anche un pasto sano!!! Carne grigliata, con un ottimo sapore di affumicato, servita con riso basmati e bulgur, insieme a un pomodoro e due friggitelli anch'essi grigliati. Non vi nascondo che quasi avevo le lacrime agli occhi, perché finalmente avevo trovato un piatto che mi ricordasse i momenti felici passati a Istanbul (dove ritornerò anche solo per gli spiedoni con la melanzana affumicata!).
Poi abbiamo assaggiato i felafel, pure molto saporiti (molto più "ceciosi" del solito, anche di quelli che fa l'altro Alì Babà) e una salsetta di yogurt e menta. Il tutto, con birra, per 30 euro in due. Beh, non pochissimo, ma qui non si mangia su carta: ci si siede, ti servono al tavolo, ti portano i piatti sciccosi... Beh, è un'altra cosa. E siamo felici di averlo scoperto!

ps. per leggere la recensione di Alì Babà (il primo) CLICCA QUI

Guida del Gambero Rosso 2013

Mai stata dolce di sale con il Gambero Rosso, ma questa volta ho il sospetto che l'abbiano fatta fuori dal vaso. Il caso: novità dell'anno sono i simboletti che premiano la pizza, in formato di spicchietti (che fantasia, anche la guida dei formaggi assegna gli spicchi!!!).
Massimo 3 per chi è veramente al top. Naturale pensare a Sorbillo, al Professore, a Di Matteo, a Michele, al Trianon... Beh, no, Napoli non merita 3 spicchi secondo il Gambero Rosso, che peraltro nella città partenopea ha anche una sua sede, quindi non mi dite che non conoscono bene il territorio!
Ma quelli del Gambero sono dei vecchi volponi e, conoscendoli, la scelta di non assegnare i 3 spicchi a neanche una pizzeria napoletana è stato fatto di proposito per sollevare il vespaio che difatti si è sollevato!
Era troppo scontato dire che a Napoli la pizza è buona, che ci sono dei veri artigiani della farina. Meglio selezionare delle pizzerie boutique di Roma (ce ne sono ben due, oltre a una veneta e almeno una casertana) dove anche se l'impasto è più che dignitoso e si mangia davvero bene, la vera differenza la fanno i condimenti ricercatissimi.
Ma la vera pizza si testa dalla marinara, al massimo la margherita!

Ps. i 3 spicchi sono La Fucina (Roma), Antica Osteria Pepe a Caiazzo (Caserta), Sforno (Roma), I Tigli a San Bonifacio (Verona).

venerdì 5 ottobre 2012

Primo gastro flash mob e ordinanza anti-bivacco di Alemanno

Dei colleghi/amici di Facebook stanno organizzando il primo gastro flash mob per protestare contro l'ordinanza anti-bivacco di Alemanno. Idea molto carina (di seguito ho copincollato il testo dell'appuntamento), tuttavia devo dire che ho qualche piccola perplessità.
Condivido che l'ordinanza sia esagerata e che inoltre sia un abuso nei confronti degli esercenti di fast food della zona, a vantaggio dei negozianti che invece hanno tavolini all'aperto (e che in effetti pagano la tassa comunale - mi viene il dubbio, sarà questo il punto?).
Tuttavia devo ammettere di condividere in percentuale la ratio dell'iniziativa del sindaco. E' la parola bivacco che condivido, perché troppe volte ho visto scene invereconde deturpare i monumenti di Roma, specialmente da parte dei turisti, che in casa loro sono sicura che non si comporterebbero così.
In altre parole: è giusto secondo me che il cibo italiano (una pizzetta, un gelato, una granita...) sia venduto in centro in modalità fast food ed è anche normale che queste pietanze siano consumate per strada, tuttavia si dovrebbe imporre maggiore decoro.
Caro Sindaco, l'educazione non si fa con le ordinanze e con le multe. Ma con il buon esempio. Un po' di panchine in più, qui e lì, dove sedersi compostamente a mangiare, gioverebbero al centro storico. Meno macchine che circolano anche nelle aree pedonali sarebbero una vera e propria rivoluzione. Vietare, sì, di mangiare spalmati sul sagrato del Pantheon ovvero di lasciare rifiuti di fronte a monumenti come la Fontana di Trevi... Beh, quello è più che concepibile.
Non multate chi mangia, multate chi sporca e imbratta. E per far sollevare gli stanchi turisti basterebbe una fischiettata ogni tanto dei vigili urbani, di solito affaccendati a far ben altro!

INVITO PRIMO GASTROFLASHMOB
Il primo di ottobre 2012 Gianni Alemanno, sindaco di Roma, ha varato un’ordinanza che vieta il consumo di panini, pizza e gelati in strada.

Alemanno chiama “bivaccare” il sedersi davanti al Pantheon a mangiare un supplì, oppure stare su uno scalino di Piazza Navona a leccare un gelato.
Per noi no.
Per noi una città va vissuta tutta, facendo attenzione a non sporcare, rispettandola ma vivendola a pieno. Anche in strada.

Per questo sabato prossimo (6 ottobre) ci troveremo al Campidoglio alle 13 e metteremo in scena il primo gastro flash mob.
Vieni!

Ecco cosa succederà:
ore 13.00: appuntamento alla base della scala. Se puoi vieni paninomunito. Altrimenti attingi dai sacchi di panini alla base della scala.
Nascosto il panino, ognuno raggiunge separatamente la Piazza del Campidoglio e si comporta come un normale turista.


ore 13.30 circa, attendiamo il suono di tromba che dà inizio al Flash mob
Suonata la tromba ci sediamo sulla scalinata, e si mangia il panino, in stile “bivacco”.
Poco dopo, un altro suono di tromba annuncerà la fine del Flash mob, quindi ci si alzerà ognuno per proprio conto e ci si sparpaglierà nuovamente.

Il tutto verrà filmato e messo in rete come denuncia di un’ordinanza davvero insensata.
A suonare la tromba sarà un ospite speciale: Roy Paci.
A offrire un po’ di panini e pizze saranno Beppe e i suoi formaggi, Bottega, Gabriele Bonci, Primo al Pigneto, Laboratorio Agricolo Panella, Roscioli, Tricolore

giovedì 4 ottobre 2012

Osterie d'Italia: la Guida 2013

Nelle sue peregrinazioni, il Polipo ci ha messo anche un salto alla presentazione della Guida Osterie d'Italia 2013, che quest'anno risultava particolarmente interessante, perché si è svolta da Eataly. Niente da dire sulla location, che senza dubbio è il posto più adeguato per eventi di questo genere.
Ne approfitterei, però, per tirare qualche somma sulla guida 2013, che mi è finalmente capitata fra le mani. Si tratta, come molti sanno, della guida di Slow Food, per capirci quella che assegna le Chiocciole.
Beh, quel che ci piace è proprio questa impronta slow, la scelta di promuovere soprattutto Osti e Osterie e ci è piaciuto molto quello che ha detto Marco Bolasco, curatore della guida: "l'accoglienza non è solo un sorriso all'entrata, significa anche saper trasmettere valori e contenuti".
Allora, sì a tutti i ristoratori che fanno buona cucina tradizionale, che rispettano il territorio in cui si trovano e che rispettano anche il portafogli. Un po' come una guida low cost, la guida Osterie d'Italia si ferma lì, sui 30-35 euro, consigliando solo a margine qualche altro indirizzo più costoso. Certo, c'è da dire che molti dei locali che ho scorto supera di almeno 5-10 euro questa stima, ma solo se si prende tutto, dall'antipasto al dolce, cui poi si aggiungono le bevande. Quindi si scusa anche qualche piccola cifra sottostimata, se alla fine il posto in cui si viene mandati comunque offre buona cucina a prezzi popolari.
Ho analizzato le zone che maggiormente conosco. Qualche perplessità sulla chiocciolina all'Enoteca Palatium di Roma serpeggiava anche in sala, per il resto cito volentieri l'Oste della Bon'Ora di Grottaferrata (che alla presentazione ha fatto una caciara unica!!!), gli amici di Taverna Mari sempre a Grottaferrata e mi sono ripromessa di fare un salto da Iotto a Campagnano Romano e Sora Maria e Arcangelo a Olevano Romano.
Per quanto riguarda la mia provincia, quella di Foggia, le uniche - meritatissime - chiocciole sono quelle di Beppe Zullo (Orsara) e Fossa del Grano di San Severo. E anche i ristoranti citati quasi si contano sulla punta delle dita in tutta la provincia. Sicuramente quando ci allontaniamo dalle grandi città diminuiscono i referenti ed è più difficile selezionare. Mi permetto, come ho già fatto in passato con altre guide, di proporre qualche new entry, che per chi abita da quelle parti non è affatto new.
- Quel gran personaggio di Donna Cecilia (sempre a Orsara) macellaio/ristoratore che alleva e cucina solo le sue bestie;
- quell'altro soggettone di Angelo di Trilussa/Salustri, non tanto per la pizzeria, quanto per l'ambasciata orsarese;
- last but not least come dimenticare l'appassionato oste di Chacaito, che si siede al tavolo e facilmente ti fa compagnia.
Insomma, le proposte non mancherebbero per Foggia e provincia e ce ne sarebbero anche... le rimando a Marco Bolasco, se mai vorrà mi leggerà...

domenica 23 settembre 2012

Rosti al Pigneto: giardino con cucina

Un po' giardinetto di quartiere con annessi bambini festanti, un po' spazio radical-chic, un po' ristorante-griglieria-pizzeria. Soprattutto l'ultima cosa, nei progetti di chi ha creato questo spazio, ma anche nuovo punto di riferimento per il quartiere Pigneto. Dalle mamme che vogliono portare i bambini all'aria aperta mentre fanno colazione, agli autoctoni un po' di sinistra che vogliono sorseggiare un caffè leggendo il giornale (L'Unità o Il Fatto quotidiano?), passando per commensali di ogni genere che sceglieranno questo locale per le loro cene semplici, a base di hamburger, fritti, pizze e così via.
Gli spazi lo consentono, con 300 mq coperti e 600 all'esterno, suddivisi in patio coperto, zona giochi con altalena e pista per le bocce, piccolo orto cittadino e megagriglia all'aperto. Immagino la felicità degli inquilini del palazzo di fronte, con la musica alta benché gradevole e i bambini festanti di cui sopra... Comunque ci piace e ci sembra finalmente una versione un po' più adulta del Circolo degli Artisti. Obiettivo non più fare quattro salti con band emergenti, ma star seduti a mangiare con un occhio ai bambini. Diciamo che nel primo caso ci si va dai 20 ai 30, nel secondo dai 30 in su...
Poi chi ha fatto qualche soldino in più, indipendentemente dall'età, si evolve e va da Primo al Pigneto, della stessa famiglia di Rosti. Diciamo che Primo è il fratello maggiore, con più personalità e con maggiore serietà, a partire dalla carta e continuando con il servizio. Rosti è il fratello minore, con la freschezza della gioventù, che preferisce hamburger e pizza a un tortello di carciofo o una faraona arrosto.
Per ora la nostra esperienza gastronomica si ferma all'inaugurazione, con una megafesta dalle 10,00 alle 23,00, a base di panini erba e salsiccia, fritti vari, dolcetti di ogni genere. Succhi, vino e birra a volontà. Insomma, una piccola pacchia.
Ci rivedremo presto, per una cena, anche all'interno, nelle sale disegnate dallo stesso architetto, Liorni, che ha arredato Primo. Si segnalano, infatti, prezzi tutto sommato bassi, per una qualità non da poco, peraltro ci incuriosisce il format del brunch domenicale. Anche solo per questo il Polipo approva e promuove.

sabato 22 settembre 2012

Himalaya Palace: ristorante indiano a Roma

Non ci avrei scommesso 2 euro, eppure sono proprio quelle che ho lasciato di mancia a fine pasto, soddisfattissima. E' successo da Himalaya Palace, un ristorante indiano pluricitato dalle guide gastronomiche, ma non solo per questo ammirabile, nonostante l'aspetto esterno che non lascia molto ben sperare.
Premetto che normalmente a me l'indiano non piace. Non mangio peperoncino (lo so, è un limite!) e ho serie difficoltà con il curry, che fin dall'odore mi disgusta. Tuttavia, avevo accontentato il mio fidanzato, accollandomi il cimento di accompagnarlo nella spesa di un coupon per una cena di coppia (39 euro) con menù degustazione. Mi ero detta, nella degustazione qualcosa che mi piace ci sarà pure... Beh, alla fine mi piaceva tutto!!! Certamente, non era proprio spicy-free, ma alla fine era un gusto speziato più che tollerabile, anche da un palato delicatuccio come il mio.
Vi riassumo che cosa abbiamo mangiato, anche se purtroppo non so ripetere il nome della maggior parte dei piatti. In pratica abbiamo iniziato con un misto antipasti, che consisteva in un piatto con i vari fritti, fra cui cipolla, samosa (fin qui ci arrivo) e altri sfizietti. Il tutto accompagnato da 3 salse: una allo yogurt e menta leggermente aromatizzata, una agrodolce con le banane e una piccantissima che non ho neanche provato. Quindi il naan, cioè il pane indiano, che somiglia a quello arabo, ma nella fattispecie era più buono.
Poi i piatti principali: "vi faccio assaggiare un po' di pollo e di agnello? Ok!"
Quindi è arrivato il classico pollo tandoori, una specie di stufatino di agnello a cubetti, delle polpette buonissimissime e delle lenticchie (l'unica cosa che non ho mangiato). Da mangiare tutto, a parte il pollo che è asciutto, con accompagnamento di riso basmati. Con tanto di consigli per l'uso: "mescola bene insieme e poi mangia". In effetti, così ci si riempie meglio e con il riso si stempera l'eccesso di spezie.
Per concludere un dolcetto al cocco molto buono e prima di salutarsi una coppettina "digestiva" piena di finocchietto e altre spezie. Ma devo dire che, contrariamente a qualsiasi pronostico, non ce n'era bisogno. Tutto ottimo e digeribilissimo.

venerdì 21 settembre 2012

Taste of Rome: finalmente!

Finalmente una manifestazione che parli di cibo in maniera professionale e non solo in format da carbonari della carbonara. Vabbè, scusate il gioco di parole o calembour, che dir si voglia. E passiamo al sodo: Taste of Rome è una boccata di ossigeno per la ristorazione romana, che vede i migliori o quasi (ci manca solo the king Heinz Beck, ma gli altri ci sono) cimentarsi con piccole monoporzioni dei loro cavalli di battaglia. Certo, versioni semplificate e forse con qualche piccola imperfezione, ma che non perdono in gusto dei grandi piatti a poco prezzo.
Perché qui si paga in sesterzi (che poi è un modo retrò per dire euro), più o meno 5 o 6 euro per piatti, che mangiati a casa loro costerebbero dai 15 in su, ma anche 30 qualche volta... Quindi, gourmet della capitale, cogliete l'occasione, caricate la vostra carta di una cinquantina di euro e preparatevi ad assaggiare i migliori piatti di una decina di chef ultranoti della capitale, molti dei quali stellati. Riccardo Di Giacinto di All'Oro, Roy Caceres di Metamorfosi, Anthony Genovese del Pagliaccio, Agata di Agata&Romeo, Convivio Troiani, Arcangelo Dandini ecc. ecc. La parte enologica è invece curata soprattutto dalla famiglia Trimani.
Al contrario, però, se cercate una fiera dove pretendete di pagare un biglietto, per aprire le fauci e non chiuderle più, il tutto all inclusive... Beh, il Taste non è per voi. Ben lontano da una sagra, diverso anche da fiere tipo il Vinitaly. Di inclusive c'è poco o niente: gli unici che concedano assaggi aggràtis sono crodino (dopo avervi spillato l'indirizzo e-mail) e pochi altri produttori di creme e patè, olio ecc. che offrono dei minicrostini. Un'altra notazione - peraltro contestata da molti chef - il pomeriggio si chiude per qualche ora e quindi chi c'era dalla mattina viene invitato a uscire. E se vuol rientrare, nuovo biglietto!!! Un po' eccessivo, visto che 16 euro sono già tantini e poi bisogna prepararsi a nuove spese per mangiare e bere...
Infine, un cenno sulla location: l'Auditorium mi è piaciuto molto, se non fosse che arrivarci con i mezzi è un po' scomodino. Però, c'è da dire che gli chef stellati hanno anche una stella che li protegge: pare che fino a domenica non piova... Pensare che solo pochi giorni fa si parlava di nubifragi... 

sabato 15 settembre 2012

Mejo de Betto e Mary: il ritorno

La serata trucida ogni tanto ci va, specialmente se viene a trovarti un amico che ti chiede "un posto rozzo". Ovviamente il primo pensiero, all'unisono, va a Betto&Mary, o meglio in questo caso ai figli. Istituzione di tutto ciò che è romano, hanno in sé quel sapore di cafone al punto giusto, misto all'odore di fritto che si diffonde in sala e si attacca ai vestiti. Quanto alla cucina, che dire, altalenante fra lo scontato, il surgelato e il ritrovato, in cui quest'ultimo si riferisce al ritrovamento di ricette della tradizione romana da tempo dimenticate. Qui è il regno del quinto quarto e chi è amante del genere una volta ogni tanto un salto ce lo deve fare. Fa niente che come antipasti ci siano delle verdure in pastella da mensa (però fritte asciutte e croccanti, c'è da dire), oppure che i cavolfiori fritti che a me tanto piacciono siano pressocché bruciati, ma solo qui si possono trovare prelibatezze come la pajata, la coratella, le animelle, la coda alla vaccinara e la trippa. Tutti fulgidi esempi del misto romano, che trionfa sulla tavola di chi apprezza i piatti poveri, ma belli. Si spende poco, ma abbiamo la sensazione che i prezzi siano leggermente aumentati. O sarà che ci siamo scolati sei birre? 

domenica 9 settembre 2012

Friggitelli ripieni di tonno

Sarà per il buon pane che ho ritrovato in Puglia, sarà per un impeto di follia degli ultimi tempi, ma recentemente ho un vizio: riempio tutto. Avrete forse letto la ricetta delle melanzane ripiene, ma non è tutto, ho sperimentato con successo anche una nuova versione dei peperoni ripieni, utilizzando i friggitelli al posto dei peperoni e cuocendo il tutto in padella.
Era stato un esperimento di Vieste, dove non avevo il forno in cucina e mi sono inventata questo piatto. La parte esterna dei peperoni sarebbe stata troppo spessa per cuocerli così, in bianco e in padella. L'alternativa poteva essere tentare la cottura nel sugo alla viestana, ma non mi sono arrischiata in cotanto cimento...
Dicevamo: ho preso i friggitelli e li ho scappellati, togliendo con cura il picciolo e i semini interni. Quindi li ho sciacquati e messi a scolare su un foglio di carta assorbente a testa in giù. Nel frattempo ho preparato il ripieno. L'ideale è avere un buon pane cotto a legna come quello pugliese (rende bene anche Genzano o Lariano), meglio se raffermo: quando è duro si compatta di meno e sembra meno un polpettone. Si sbriciola a mano il pane (se proprio fosse troppo duro è consentito aiutarsi con un po' d'acqua ma strizzatelo), quindi si mette un uovo, abbondante parmigiano/pecorino grattugiato, prezzemolo/basilico tagliati finissimi, se si vuole qualche cappero e il tonno sgocciolato o in alternativa lo sgombro (nel caso dei buonissimi friggitelli fotografati era sgombro), se si hanno delle olive anche un po' di olive ovviamente denocciolate e sminuzzate e un pochino di aglio tagliato minuscolo. Di tutto ciò, però, tenete presente che gli irrinunciabili sono il pane, l'uovo e un tipo di pesce, che sia tonno, sgombro o acciuga non fa differenza. Quel che conta è il contrasto, poi il formaggio, il cappero, l'oliva sono vezzi e possono starci o meno, a seconda del gusto.
Quindi si riempiono i peperoncini: il composto deve essere abbastanza compatto da non fuoriuscire dai friggitelli. Si riempiono con un cucchiaio, oppure a mano, che in cucina bisogna rassegnarsi a sporcarsi le mani. Infine si mette a scaldare un po' di olio evo in una padella abbastanza capiente da contenerli tutti affiancati (non vanno bene i soppalchi) e deve essere anche munita di coperchio, perché senza rischiate di non cuocerli bene. Fuoco allegro giusto i primi minuti per far "friggere" i friggitelli, poi coprite con il coperchio e lasciate andare a fuoco lento. Può giovare un mezzo bicchiere di acqua, tanto per non far attaccare il tutto. E mi raccomando, una leggera spolverata di sale sui peperoncini, che li aiuta a cuocere. A questo punto fanno tutto da soli, ma raccomando dopo una decina di minuti, un quarto d'ora di rigirarli dall'altro lato, in modo che cuociano da entrambi i lati. Non vi spaventate se sembrano leggermente bruciacchiati (marroncini, però, non carbonizzati), è del tutto normale.
Si possono mangiare freddi, tiepidi e caldi. A vostro piacimento. Forse io li preferisco tiepidi.

Ps. se volete dare un'occhiata alla mia ricettina delle melanzane ripiene cliccate sul link di seguito:
http://ilpolipoaffamato.blogspot.it/2012/08/melanzane-ripiene-alla-viestana.html

domenica 2 settembre 2012

Vico Rua a Eboli

Neanche a farlo apposta, sono a Battipaglia e in tv danno la versione cinematografica del libro di Carlo Levi "Cristo si è fermato a Eboli". Il libro è una palla, non oso pensare il film. Fatto sta, che io come la maggior parte degli italiani non campani, questa città l'avevo sentita solo per via di quel titolo. Fin quando non ho conosciuto un certo battipagliese, che a Eboli ci ha fatto la scuola e che ha cominciato a portarmi in lungo e in largo per l'hinterland salernitano. Ovviamente, le soste gastronomiche non mancano mai. E questa volta è appunto a Eboli che ci siamo recati per una piacevole cena al Vico Rua, un delizioso ristorantino con giardino in mezzo al centro storico.
Una pizzeria con cucina, che ogni giorno prepara un "antipasto completo" secondo la fantasia dello chef. Oltre a questo ci sono una serie di piatti tipici, come il ciauliello, che meritano da soli il viaggio. E anche la pizza non è male. Ma andiamo con ordine. Come dicevo abbiamo ordinato l'antipasto completo e ci sono arrivati in ordine:
- un piatto di affettati e formaggi, buoni, anche se potevamo anche risparmiarceli;
- un soufflè tutto bello formaggioso che è arrivato a temperatura di fusione, ma una volta freddato era davvero gradevole;
- un misto di carne e verdure in cui campeggiavano delle polpettine al centro, seguite da un magnifico gateau di patate e delle piacevolissime verdure a "ciambotta", come si usa da queste parti.
Oltre all'antipasto, per non farci mancare nulla, come dicevo avevamo ordinato il ciauliello: una specie di sugo da mangiare con il pane, fatto con i pomodori secchi ammollati e il concentrato di pomodoro, un po' di peperoncino, cipolla... insomma tutto ciò che può contribuire alla nuance poco lontana dal fucsia. Inoltre, abbiamo chiesto i tipicissimi gnummarielli, una versione locale dei torcinelli, stufati con tanta cipolla, ma devo ammettere che non mi hanno fatto impazzire. Se non altro perché non riesco a mangiare il torcinello cotto diversamente dall'arrosto, in forno o sulla brace.
Quindi la pizza, anch'essa particolare. "Peculiar", direbbero gli inglesi. Tanto più che i nomi non sono quelli soliti: niente margherite e 4 stagioni, ma i veri soprannomi dei personaggi del borgo antico. Cornicione molto alto e condimenti ben racchiusi al centro. La nostra era particolarmente simpatica, benché un po' salata: abbondantissimo pomodoro, mozzarella di bufala, melanzane a funghetti, cipolla stufata e formaggio grattugiato a chiudere (quest'ultimo potevamo risparmiarcelo).
Per chiudere in bellezza, non potevamo farci mancare il dolce e devo dire che, piacevolmente, abbiamo trovato degli ottimi cannoli, farciti giusto un attimo prima di andare in tavole. Crema molto solida (sospetto fosse ricotta di bufala) e cialda gradevolemente speziata con tanta cannella. Io ho solo assaggiato, comunque ho apprezzato la scelta fra vari liquori home made, fra cui quello profumatissimo alla mela annurca e quello alla liquirizia. Ah, dimenticavo: la cena è stata innaffiata con quello che sarebbe il vino della casa, ma non era niente male, perché era un frizzantino e dolce Gragnano, imbottigliato e con etichetta del locale. Si apprezza anche questo.

martedì 28 agosto 2012

Melanzane ripiene alla viestana

Lo so, lo so. Il Polipo ha fatto lunghe ferie e qualcuno (pochi!) ne avrà sentito la mancanza. Ma per farmi perdonare, ho pensato di regalarvi questa magnifica ricettina viestana. Anzi, per la precisione è un po' viestana e un po' napoletana. Nel senso che così le "marangiane", cioè le melanzane, le faceva mia nonna, che era napoletana, ma ha vissuto la maggior parte dei suoi anni a Vieste.
C'è da dire, però, che pur seguendo la ricetta per filo e per segno sicuramente non sarà facile ritrovare gli stessi sapori, se non si maneggia una magnifica "marangiana" viestana doc. Beh, ne ho riportati un paio di chili al ritorno dal mare e sono una cosa meravigliosa. Sono grandi come un pugno, tonde e amare ma non troppo, delicate e salmastre allo stesso tempo. Senza contare poi il basilico, ben due mazzi, che mi sono fatta dare dal verdumaio e che ha impreziosito questa ricetta con il suo odore inconfondibile.
Ma andiamo con ordine. Considerate che con melanzane così piccole, bisogna contarne almeno un paio a testa. Altrimenti partendo da una melanzana classica una a cranio può bastare. Per il resto bisogna procurarsi la mollica di buon pane, una buona salsa di pomodoro, uovo, cipolla, aglio, basilico, prezzemolo, formaggio come se piovesse (sia parmigiano che pecorino) e naturalmente olio.
Per prima cosa ho diviso in due le melanzane per il lungo e le ho scavate con un coltello ricurvo. L'interno, ovviamente non va buttato, ma mettetelo da parte ben chiuse, per non far annerire eccessivamente le melanzane.
Una volta ricavate le barchette, quindi, vanno fritte. Io ho una piccola friggitrice e ho usato olio di semi. Non devono cuocere a lungo, pochi minuti ciascuna vanno bene. L'importante è che si ammorbidiscano. Ovviamente, una volta che le mettete nell'olio dovete fare in modo che siano interamente ricoperte, così friggono per bene. Poi adagiatele su un piatto foderato di carta assorbente con la parte nera verso l'alto, così sgoccioleranno completamente e risulteranno più asciutte.
A parte, è necessario preparare il sugo di pomodoro. Fondo di olio evo e cipolla tagliata fine, quindi il pomodoro e tanto basilico a profumare. Deve cuocere da una ventina di minuti a mezz'ora, ma non fatelo asciugare troppo perché serve un po' più liquido. Ah, salatelo, ma non troppo e se proprio la salsa fosse troppo acida mettete un cucchiaino di zucchero (sempre i trucchi della nonna!).
Fatti questi due passaggi si può procedere a preparare il ripieno. Mia nonna utilizzava metodi più rudimentali, ma la scienza e la tecnica ci hanno donato il mitico robot e ovviamente io ne ho approfittato. Peraltro, nello stesso contenitore avevo appena processato uno dei due mazzetti di basilico viestano per farmi le scorte per l'inverno di pesto, quindi il recipiente era piacevolmente "macchiato" di pesto sul fondo. Detto questo, ho frullato le parti interne delle melanzane, crude, quindi ho aggiunto il pane (la mollica di due/tre fette di pane raffermo), un uovo (al massimo due, ma dipende dalle dimensioni dell'uovo e dalla quantità di ripieno, serve solo per compattare il composto una volta in forno), basilico e prezzemolo in foglie e ho ancora frullato. Il risultato era una pappetta abbastanza liquida, ma non è finita qui, perché fuori dalle lame ho aggiunto ancora un paio di cucchiai di parmigiano e il doppio di pecorino, oltre a qualche cucchiaiata di sughetto di pomodoro per colorare un po' il composto (che però ha comunque un brutto colore grigio topo, perché c'è poco da fare, le melanzane si ossidano!). In teoria il formaggio dovrebbe bastare a compattare il composto, ma se risultasse ancora troppo liquido mettete un cucchiaio di pangrattato. Deve avere una consistenza cremosa, che rimanga abbastanza compatto da non fuoriuscire dalle barchette di melanzane. Ah, io ho derogato dalla ricetta di mia nonna e seguito la tradizione più viestana mettendo anche una cucchiaiata abbondante di capperi... non sono obbligatori, ma io li metterei anche nel caffè!!!
Una volta approntato il ripieno, è il momento di unire tutti gli elementi. Su una teglia da forno mettete un po' di salsa di pomodoro sul fondo, quindi cominciate a riempire le barchette di melanzane di composto e adagiatele ben compatte sulla teglia. Una volta riempito tutto, su ogni barchetta di melanzane mettete una cucchiaiata abbondante di sugo di pomodoro e una spolverata di pecorino. In forno per una ventina di minuti, mezz'ora e il gioco è fatto.
Vi assicuro che il risultato era pura poesia! Mi sono fatta i complimenti da sola e non sono affatto tenera nei giudizi sulle mie creazioni. Ma quando ci vuole, ci vuole!